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figli misti, famiglie alternative ed idee geniali

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Terapie alternative e Ricette Speciali

La scuola da sola non ce la fa…

Sconvolta? Arrabbiata? Delusa? Più che altro triste e perplessa per l’accaduto a scuola.

L’ennesimo problema che porta al bisogno di riunioni straorinarie dei prof e ovviamente al confronto con le famiglie.
Pochi giorni fa un ragazzino di 12 anni ci ha avvisato che gli erano spariti i soldi dalla tasca. Esattamente 130 euro. Cifra esorbitante da portare a scuola, certo, ma ha spiegato che erano un regalo del padre per il suo compleanno, che aveva dimenticato di lasciarli a casa e dunque erano rimasti nel giubbotto.
Nessun dubbio che il “ladro” fosse un compagno di classe perchè è proibito l’ingresso dei ragazzi in aule che non siano le loro ed i professori sono sempre lì a sorvegliare, anche durante la ricreazione.
Dopo una ricerca accurata (abbiamo svuotato i cestini della spazzatura e chiesto a tutti di controllare nei loro zaini e giubbotti) abbiamo minacciato di chiamare la polizia se il denaro non fosse “ricomparso” prima dell’ultima ora, nella stessa tasca da cui era sparito, nel giubbotto che avremmo lasciato appeso fuori, lontano da sguardi indiscreti.

Ho parlato di ennesimo problema perchè nelle due settimane precedenti avevamo dovuto confrontarci con:
– un caso di cyberbullismo in stile classico – due compagni che mettono in difficoltà un terzo, lo filmano e minacciano di pubblicare il filmato se non accetta condizioni tipo pagare le merende, regalare la bici eccetera –
– un caso di “pornografia scolastica” – ragazzine che raccontano esplicitamente le proprie esperienze in quaderni che circolano durante le lezioni e si scambiano foto delle suddette esperienze via whatsapp, fra compagni –
Già questo mi sembrava abbastanza, invece no, poco dopo eccoci a fare i conti anche con la questione del furto, proprio mentre in classe stavamo facendo un percorso sulla legalità ed avevamo anche invitato alcuni esperti per dare conferenze.

Dopo le riunioni in cui si decide il da farsi e come muoversi, è il momento di chiamare i genitori e raccontare tutto. Se per le madri delle ragazzine il sesso è parte della vita e non è grave se lo scoprono – troppo – presto (facendone però bella mostra sui social ed occupandosene magari durante le interrogazioni), i genitori dei bulletti di turno si lanciano invece addirittura in una minaccia velata agli insegnanti: ma se i malfatti accadono fuori dall’orario scolastico, voi perchè vi impicciate? Non sono cose che vi riguardano.
Adesso però, l’educazione che questi “signori” stanno dando ai propri figli riguarda anche noi professori invadenti e probabilmente troppo preoccupati per il futuro di questi giovani, perchè il furto è avvenuto IN CLASSE. Un baldo giovane ha deliberatamente deciso di far sparire i soldi di un vicino di banco, un compagno, perchè la parola amico chissà per loro cosa significa…

Quindi mi sento triste, perchè il nostro preoccuparci di questi adolescenti non soltanto per insegnargli il Teorema di Pitagora o la Divina Commendia ma magari anche qualche valore, è considerato un impicciarsi dei fatti altrui e anche un fastidio.
E resto perplessa perchè mi chiedo cosa insegnino alcuni genitori – non tutti, sia chiaro – ai loro figli.
Di una cosa però sono certa: educazione e rispetto si imparano (o no) in casa. Pensiamoci, prima di dare sempre la colpa alla scuola.
E intanto io, un occhio indietro e uno avanti, continuo a pensare: Ho lasciato situazioni che sembravano estreme, ma…

Quali sono, davvero, gli estremi?

 

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Drogati dal dentista. Trattamento innovativo per bambini.

demtista sedazione cosciente

Nella nostra clinica usiamo tecnologia di ultima generazione per il trattamento dei bambini.

Si va dal dentista. Uno nuovo. Speriamo che questo super metodo sia buono davvero.
Il primo appuntamento è solo per vedere cosa c’è da fare, tirar giù un preventivo ed eventualmente fissare la visita. La sala d’attesa è praticamente un parco giochi e appena finito di riempire una scheda di 8000 domande, ci facciamo una partita a calcio balilla. Poi l’assistente ci porta nell’ambulatorio, dove la porta, le pareti e persino il lettino sono tappezzati da immagini di cartoni animati. C’è anche un mobile pieno zeppo di giocattoli: “se ti comporti bene, dopo la seduta potrai scegliere quello che preferisci!”
Vabbè, lei si emoziona e apre la bocca felice. Io sorrido, che altro posso fare…
Dopo attenta analisi mi presentano il preventivo. Si può fare tutto in sole 2 sessioni: qualche cariettina, trattamento al fluoro, sostanza sigillante per i denti definitivi e “sedazione cosciente” a metà prezzo perchè sono “raccomandata” da un’amica.

Non ho capito bene la storia della sedazione“…
“E’ semplicemente un gas che li stordisce un po’, ma non si preoccupi, non è dannoso. Li fa sentire rilassati, come ubriachi (“borrachos” è ahimè uno dei termini più comuni nella cultura latina), e così non sentono male. L’effetto poi svanisce subito.
“Ma se io non lo volessi, questo gas non dannoso?!”
“Se la bambina è tranquilla non lo usiamo. Anzi, le faccio un altro preventivo.”
Risultato:
– Preventivo 1 (con gas): 750 soles senza sconto; 450 con sconto
– Preventivo 2 (senza gas): 250 soles
Mumble Mumble
Prendo l’appuntamento convinta che mia figlia è una roccia e apprezzando anche la pulizia, la gentilezza e altri dettagli che qui non si possono certo dare per scontato.

sedaciòn consciente

Il giorno della visita conosciamo la dottoressa, a cui dico subito che noi siamo bravissime e non avremo problemi anche senza gas.
La fanno stendere sul lettino e immediatamente le accendono un maxischermo sulla testa con il suo cartoon preferito (era una delle domande sulla scheda d’iscrizione). Una delle carie sembra profonda e lei si lamenta un po`.
“Signora dobbiamo usare il gas, e probabilmente anche l’anestesia“.
“Ma, insomma, se già mettiamo il gas, anche l’anestesia? Per una carie?! Ma è sicura?”
“Guardi, se è per il costo…”
“No dottoressa, non è per il costo. E’ che noi non siamo proprio abituati ad usare medicinali.
Lei però si lamenta di nuovo e la dottoressa innovativa comincia a sbraitare qualcosa che non capisco sotto la mascherina da cui spuntano solo gli occhi spiritati ed il naso rifatto alla francese che stona proprio in mezzo a quella faccia e, lo confesso, comincia ad infastidirmi. Mentre io sto spiegando a mia figlia cosa sta facendo e come funziona la storia del gas eccetera si incazza proprio (evidentemente capisce l’italiano) e mi apostrofa che non devo mica dire tutto a mia figlia.
I bambini non devono sapere, devono solo distrarsi così io posso lavorare”.
Ah beh!

Ho contato fino a 3: o la mando a cagare e me ne vado con il buco nel dente aperto, o faccio un pianto e un lamento ed evito di essere sempre la solita immigrata criticona davanti alla mia bambina. Ha vinto la seconda possibilità (non mi spiego ancora il perchè) e ho lasciato che finissero il “lavoro”.
Le hanno messo in mano due palline antistress di Frozen, una mascherina per spararle nel naso ossido di azoto (spero di tradurre bene) e nel frattempo continuavano a trasmettere il cartoon a volume massimo; così la dottoressa di ultima generazione ha potuto lavorare senza più disturbi o interruzioni. Un attimo prima di finire le hanno fatto comunque l’anestesia (non sono dentista e mi domando perchè) e alla fine le hanno fatto scegliere il suo regalo.

Quando siamo uscite mi sa che ero più stordita io di lei, che ha voluto fare un’altra partita a calcetto prima di andarsene. Mi hanno fatto firmare un’autorizzazione per l’applicazione del gas (dopo averlo già fatto) e solo allora ho preso realmente coscienza del fatto che il grande metodo innovativo consiste in realtà nel drogare i bambini per farli stare tranquilli…

Tutti mi rassicurano che non è dannoso, ma più tardi lei ha iniziato a dirmi che aveva voglia di vomitare e le girava la testa, quindi per la seconda seduta ho rifiutato tassativamente il suddetto gas, ho chiesto un po` di pazienza alla specialista in bambini ed ho parlato tranquillamente con mia figlia prima di andare. Non ci sono stati lamenti, nè problemi, nè effettiva necessità di rincoglionirla. E` stato più rapido della volta precedente e le hanno fatto scegliere lo stesso il premio. A me, invece, non hanno fatto scegliere il prezzo: mi hanno presentato il conto pari al preventivo 1 (con gas) e quando ho fatto notare l’errore…

Ah davvero non l’avete usato? Nessuno rifiuta mai. Allora aspetti, vado a chiedere alla dottoressa cosa devo fare!”

Di parti in casa…

partorire-in-casa

Mentre scopro l’esistenza della Nonabox (grazie al blog In punta di piedi), leggo anche che in Olanda alle quasi mamme viene regalato un kit per il parto in casa.

L’autore dell’articolo si rammarica di come in Italia questa pratica sia quasi inesistente, a favore di una medicalizzazione che porta invece il 98% delle donne a partorire in ospedale.
– Ma almeno la maggioranza di queste donne ha parti (più o meno) naturali – aggiungerei io.
Più o meno perché poi ci sono spesso inconvenienti che, come nel mio caso, finiscono per trasformare il tuo sogno del parto supernaturale nella ripetizione dell’uso di una vecchissima ventosa o chissà che altro.
Però almeno io ci ho provato e l’ho provata, la sensazione del parto, compresi i dolori di quasi 2 giorni di contrazioni e 7 ore di sala travaglio, mentre qui, dove vivo adesso, l’85% dei parti (secondo le statistiche ufficiali) sono cesarei, programmati mesi prima e richiesti proprio dalle future mamme.

Che alle strutture sanitarie, quasi interamente private, convenga enormemente non ci sono dubbi: se un parto normale (con durata imprevedibile) costa 300 soles, un cesareo arriva a costare anche 1.300 soles e non dura più di 20 minuti
Ma alle donne, conviene?
Perché – mi chiedo – queste partorienti sono così spaventate dall’evento più naturale e meraviglioso del mondo, da decidere di fissare a priori la data di nascita del bebè, con mesi di anticipo e senza nessuna valida ragione di salute?
Ho discusso spesso con amiche e conoscenti convinte che questa fosse la scelta meno rischiosa (teoria per altro totalmente falsa), la più moderna ed avanzate e che spesso dicevano: “Ah no, io non voglio certo soffrire!”
Poi, per fortuna, ho conosciuto il gruppo di KusyWachay (preparazione preparto, parto in casa e assistenza post nascita) ed ho scoperto che anche quaggiù esiste qualcuno con un briciolo di coscienza e tanto ottimismo:
“L’anno scorso abbiamo avuto 10 parti – mi disse Illa, la fondatrice – è una buona media.”
In un paese in cui si dice nascano 60 bambini all’ora è una buona media?! Ok, se lo dici tu che sei l’esperta…

E intanto mi sento proprio fortunata, perché non solo posso collaborare con le ragazze del KusyWachay, ma ho anche potuto seguire passo a passo la nascita della mia “nipotina” Milena, nella sua casetta, tirata fuori dalle mani di papà Tito; senza medicine né tanto meno vaccini.
Io chiesi di poter filmare l’evento, ma mamma Renata mi disse soltanto: “Tu estas loca!”

…sicuramente non mi prese sul serio

 

Torta di carote all’italiana

torta di carote

Gli uomini che fanno la spesa son tutti uguali.

Almeno, mio marito mi ricorda un sacco mio padre: entrambi vanno a fare la spesa e comprano cose senza senso e in quantitá industriale.
Oggi, per esempio, mi sono resa conto di avere almeno 3 kg. di carote in frigorifero… e che ci faccio io, con 3 kg. di carote?!
Improvviseró una torta! Ingredienti?
Farina: c’é.
Uova: ci sono.
Zucchero: c’é.
Carote: abbondano.
Mandorle: c’abbiamo anche quelle!
Vaniglia in stecca: molto meglio… ho la vanillina Paneangeli, io! Nascosta in una valigia di taaanto tempo fa con il lievito Bertolini, mica cazzi!

Mentre io gratto con la grattugia grande, lei gratta la sua carotina con la grattugia piccola, e si lamenta perché non ne esce molto, ma almeno mi aiuta, si diverte e facciamo qualcosa di utile e creativo insieme. Perché la ricetta é semplicissima (per scaricarla, clicca qui: TORTA DI CAROTE), ma noi la creativitá ce la mettiamo lo stesso ed alziamo ancora di piú il livello di “italianitá” della torta: giú una bella manciata di pinoli!
Confesso che avevo dubbi sul risultato finale, perché la frusta elettrica non ce l’ho e forza nelle braccia per montare a neve (a quanto pare) neanche. Quindi stavo lí, con le dita incrociate e la supplicavo: “Per favore tortina, non mi tradire. Mia figlia ci sta guardando, le ho promesso una bella torta da portare all’asilo domattina, non é che mi fai fare una figura di m…, vero?!”
Ed ecco allora che, improvvisamente, mi ricordo bene come ci si sente quanto un esperimento culinario va male.

Ero una bambina, non so esattamente di quanti anni, e decisi di preparare una torta per i miei.
In realtá da bambina mi piaceva un sacco intrugliare in cucina e sperimentavo soprattutto ricette di biscotti. Quella volta peró decisi di fare un dolce, semplice, tipo ciambellone forse, solo che…dimenticai di metterci il lievito!
Quando uscí dal forno era praticamente un pezzo di legno perché, aspettando che crescesse, continuavo a farlo rinsecchire lí dentro. Poi mi saró arresa e mi saró chiesta perché non fosse bello gonfio e soffice…
Fatto sta che i miei genitori ebbero il coraggio di assaggiarlo e dopo, invece di buttarlo via subito, lo lasciarono lí, nella teglia, coperto con uno strofinaccio che “magari piú tardi si mangia”.
Invece piú tardi arrivó l’elettricista. Non so cosa doveva sistemare, ma entró in cucina. Io stavo lí a fare… qualcosa e un “ciao” e “arrivederci” sarebbero stati conversazione sufficiente. Invece no! Mio padre, che lo accompaganava, decise di rendere omaggio ai miei sforzi casalinghi e, pieno d’orgoglio, sollevó lo strofinaccio che tappava “la cosa” dicendo:
“Mia figlia oggi ci ha preparato un dolce! … Vabbé, si é dimenticata il lievito, ma é buono lo stesso”.
Volevo morire e sprofondare negli abissi. probabilmente stavano ridendo di me e non si rendevano conto che avrebbero potuto intaccare il mio amor proprio per sempre.

Invece non intaccarono proprio niente, perché ancora oggi continuo a fare esperimenti e posso affermare con orgoglio che mi vengono meglio le cose improvvisate piuttosto che le ricette seguite alla lettera.
ricordare quel momento però, mi ha riportato indietro di tanti anni e mi ha fatto rivivere la situazione come fossi lí. Forse anche rivedere la donnina di Bertolini ha aiutato, o l’odore del dolce che riempie la casa. Alla fine mi son messa a ridere di me stessa da sola e poi ho pensato: perchè mai mi son vergognata, l’elettricista era un povero alcolizzato che non ricordava nemmeno la strada per tornare a casa, figuriamoci se avrebbe ricordato la mia torta!

Se solo l’avessi saputo 30 anni fa

 

Compleanno da gatta

torta blog

Inevitabilmente il secondo compleanno portava con sé piú complicazioni del primo…

Dato che le critiche ancora erano le stesse dopo 1 anno… vediamo di venire incontro ai peruviani ma senza rinunciare ai miei desideri.
Cominciamo dagli INVITI: a voce, rigorosamente.
Prima di tutto i cuginetti (di vario grado), poi qualche amico stretto e anche un paio di amici di mamma che avrebbero aiutato nell’animazione della festa.
Andrea (o Andreas, come si fa chiamare qui) é un volontario della scuola che ha accettato con gioia di aiutarmi nella semplice DECORAZIONE: ha gonfiato e attaccato i palloncini, ha fatto “coroncine” con quelli lunghi da scultura, ha sparato bolle di sapone per una buona mezz’ora e ha anche dipinto i volti dei bambini trasformandoli in gattini.
Si, perché il “tema” della festa era IL GATTO.
Ginevra ama tantissimo i gatti e allora ecco che ci é sembrata la soluzione migliore.

DSC02008

Quindi anche i SACCHETTINI in cui i bimbi avrebbero ricevuto le loro sorprese sono  stati realizzati “a tema”: innanzitutto ho deciso che non avrei voluto assolutamente comprato quelle inutili buste di cartone colorato che poi vengono buttate nella spazzatura 5 minuti dopo. Cosí ho comprato della stoffa e ho preso dei modelli per fare dei “sacchettini riciclabili“: borsine per le bimbe e zainetti per i bimbi, in cui potranno mettere la bianchieria per le gite scolastiche, la merenda o semplicemente i giochi preferiti. Sono andata alla scuola De la Vida y de la Paz e ho proposto alle mamme del “Taller di cucito” di prepararle per me, cosí avrebbero avuto anche un lavoretto extra. Poi ho comprato i colori da stoffa e le ho decorate a mano, una per una.

sacchettini fatti a mano

Anche la PIÑATA (la nostra pentolaccia) era naturalmente, ancora una volta, fatta a mano.
“Questo significa esseri tirchi!” Mi ha detto uno zio ridendo.
“No, questo significa che non mi piacciono gli sprechi:” Ho risposto semplicemente.
E infatti quest’anno era particolarmente riciclata: ho preso una vecchia scatola di cartone che avevamo in casa, ho tagliato un lato per avere una parte sufficientemente debole da potersi rompere a colpi di bastone, e poi l’ho ricoperta con del cartoncino colorato. Su un lato ho disegnato lo stesso gattino dei sacchetti, mentre sugli altri ho attaccato le decorazioni che erano rimaste dall’anno scorso e che citavano il nome. Qualche ritaglio di carta crespa e qualche stella filante e il gioco era fatto. Ma poi la mia piccina ha voluto dare il suo apporto e ha cominciato a scarabocchiare e decorare lasua piñata da sola! Bello!
Alla fine l’ho riempita con stelle filanti, palloncini, caramelle e qualche giocattolino.

piñata

Poi sono passata alla preparazione del TAVOLO: tovaglia e bicchieri di Trilly (anche quelli riciclati dall’anno scorso), come i vassoi, su cui ho messo i fiori di marmellata, i cucchiai di cioccolato, i tamales (scarica I tamales) e una montagna di popcorn e patatine. I lecca lecca invece li ho aggiunti solo al momento dei giochi, come premi, mentre i biscotti al cioccolato…sono rimasti in pasticceria, perchè babbo si è scordato di portarli! Bah! 
Da bere c’erano succhi di Maracuyà e di Ananas rigorosamente fatti in casa. E la Fanta per il dolce.

cucchiai di cioccolato

IL DOLCE: anche quello era fatto in casa e decorato con un meraviglioso gattone di riso soffiato e miele di frutta che qualcuno ha definito “il telegatto”, mentre la copertura con massa elastica era stata “calpestata” da un gattino che aveva lasciato le sue impronte!
La torta era di cioccolato, con scaglie di cocco e gocce di cioccolato, ripiena di crema al mango. A parte essere buonissima, a noi sembrava anche bella, ma i bambini sono rimasti un pò perplessi e chiedevano che animale fosse… sarà stato un successo lo stesso? Ahahah!

torta gatto

Appena arrivati, ad ogni bambino ho messo un piccolo campanello al collo (come tanti gattini) che mia nipote non si è ancora tolta, nemmeno per fare la doccia! Dice che è il suo portafortuna.
Hanno giocato un pò con le bolle di sapone, hanno fatto il girotondo, si sono divertiti con l’altalena e i giochi della scuola in cui abbiamo festeggiato e poi sono passati ai giochi “seri”: il ballo della sedia, il limbo, le belle statuine.
Poi tutto è continuato secondo la tradizione: la piñata (da cui è uscita una cascata di foglietti colorati, proprio come nel suo video favorito “Ho Hey“), la canzone di compleanno, il taglio della torta, l’apertura dei regali.
Naturalmente il dolce ce lo siamo mangiati tutti insieme allora, perchè non mancasse nei loro sacchettini, ci  ho messo un muffin insieme ai lapis, le penne e gli appuntalapis con gli animaletti di legno.

appuntalapis in legno

Anche IL VESTITO per l’occasione era un pezzo vintage: mia nonna l’aveva cucito per la sua nipotina con una meravigliosa stoffa lilla riciclata da un vecchio vestito di mia mamma (!) impreziosito con due foulard di Cristian Lacroix come fiocchi laterali.
Questo si che è un regalo! Grazie nonnina!

bici blog

E’ stata proprio una bella festa e alla fine la mia bambina era davvero distrutta!

Tiramisù della mamma

TIRAMIsu

E l’angolo ricette ritorna alla grande!

Si, perchè era più di un anno che aspettavo di poter mangiare di nuovo il TIRAMISU’ di mia mamma…
Le variabili sul Tiramisù sono infinite, si sa, ma per me quello della mamma è sempre IL MIGLIORE. Quindi vi regalerò questa ricetta, la nostra versione, con Pavesini e panna montata. YUMMY!

TIRAMISU’

INGREDIENTI:
Mascarpone  500 gr.
Uova  5
Zucchero  80 gr. circa
Pavesini  2 pacchetti
Caffè  q.b.
Panna (da montare)  400 ml.
Cioccolato fondente in scaglie  a volontà

PREPARAZIONE:
Preparate subito il caffè e, una volta pronto, versatelo in una ciotola perchè raffreddi un poco.
Separate i tuorli delle uova e montateli insieme allo zucchero, fino ad ottenere un composto cremoso. Poi aggiungete il mascarpone e lavorate con delicatezza fino ad ottenere una bella crema.
Montate a neve gli albumi. Poi aggiungeteli al composto di mascarpone un pò alla volta, mescolando dal basso verso l’alto.
La crema di mascarpone è pronta.
A questo punto noi montiamo anche la panna – in un recipiente ben freddo – aggiungendo alla fine 2 cucchiai di zucchero e tante scaglie di cioccolato.
Quando è pronta anche la panna, possiamo cominciare a creare gli strati.

Ora: noi apparteniamo alla scuola dei “Pavesini“, ma se volete usare i Savoiardi va bene lo stesso (Potete anche usare la ricetta di GialloZafferano e preparli in casa); quello che invece non va bene, che per favore non dovete assolutamente fare, è stendere i biscotti asciutti nel contenitore in cui andrete a fare il Tiramisù e poi bagnarli tipo col cucchiaino o addirittura a pioggia. NON SI FA!

Quindi: prendete i biscotti e passateli nel caffè ormai tiepido, senza inzupparli troppo per evitare che si “spappolino” successivamente. Riempite completamente di biscotti la base del vassoio (o del recipiente che avete scelto) e poi copritela con un ricco strato di crema di mascarpone.
Ripetete l’operazione coi biscotti e questa volta alternate con la panna montata. Andate avanti ancora un pò (a noi non piacciono quei Tiramisù scrii scrii…) e alla fine, sull’ultimo strato di crema, spolverate del cacao in polvere o grattugiate il cacao in pezzi per avere un gusto più “rustico”.
Mettete in frigorifero prima di servire e poi…

Godetevi questa delizia del palato! Ah, che gioia!

Ritrovare Me Stessa

La_Temperanza_Tarocchi

Oggi pensavo di parlare dei re-incontri con quelle persone care che, per motivi di forza maggiore, vedi solo ogni tanto… ma poi ho pensato che forse era meglio parlare di quelle persone care che invece vedi sempre, ma a cui non sempre pensi. Prima fra tutte: Te stessa!

Si, perchè diciamocelo: quante di noi si preoccupano davvero, in maniera profonda e costante, di loro stesse?
Basta una piccola influenza dei bambini e via, tutto il resto passa in secondo piano. Si corre dal pediatra, in farmacia, in erboristeria, e ci si dimentica di colpo la piscina, lo yoga, la palestra o quel che più vi piace.
Magari ci si chiude in casa perchè loro non possono prendere freddo e allora si approfitta per fare quelle faccende che di solito lasciamo a “un altro giorno”, per stirare un pò quella montagna di panni che si accumula nell’angolo o per riordinare fogli, ricevute e scartoffie impilate sulla scrivania; ma si approfitta di questo tempo per fare anche un pò di meditazione, un bel massaggio ai piedi o perchè no, colorare un intero libro di quelli da bambini dimenticandoci del resto?
Per non parlare poi di quando si avvicina la fine del mese… bisogna controllare tutte le spese e naturalmente sui pargoli non si taglia nulla! Quindi rinunceremo noi a qualcosa, sia il parrucchiere (per quelle che ancora ci vanno…) o un paio di scarpe oppure il cinema, che tanto i film si possono anche sacricare.

Insomma, siamo sempre più prese da una vita quotidiana che spesso però diventa troppo stretta e concreta. E questo non fa (va) proprio bene. 
Ora non aspettatevi l’istigazione a commettere qualche pazzia o l’apertura di un “forum per sfoghi di giovani mamme in crisi per la crisi”, proprio no.
Semplicemente voglio condividere le mie riscoperte di questi giorni per darvi magari qualche spunto e per ricordarci che, in fondo, basterebbe poco… 

Per riprendere un pò di contatto con noi stesse si può partire dall’interno o dall’esterno e se fino a qualche tempo fa mi riusciva molto meglio la prima opzione, adesso invece mi tocca ripartire da fuori. E’ un pò come tornare all’inizio senza passare dal via, ma se la situazione è questa va semplicemente accettata. E allora, una volta che ne ho preso coscienza, ho cominciato a “ripulirmi” nel vero senso della parola: mi sono regalata una bella maschera facciale (perchè ho letto che peeling o scrub in inverno sarebbero da evitare…), poi una pulizia con un buon latte detergente, tonico (anche questo è sconsigliato in alcuni casi ma io volevo fare il servizio completo!) e infine una morbida e profumatissima crema (se ne cercate una naturale visitate l’Athanor delle streghe, sono ottime, fatte con amore ed economiche!). Credetemi: sembrerà niente ma regalarmi tutto questo tempo per concentrarmi solo sulla pelle del mio viso è stata una sensazione unica!
E come se questo primo anello avesse rotto l’intera catena, ecco che i miei “interessi ormai dimenticati” hanno cominciato a materializzarsi nelle maniere più strane…

Un giorno la mia bambina mi si è piantata davanti stringendo in mano una carta dei tarocchi: me l’ha allungata e poi è rimasta a guardarmi fissa per un pò, come se si aspettasse una reazione, ma l’unica reazione è stata rendermi conto che davvero da troppo tempo non uso più i tarocchi… e allora, come per incanto, un richiamo da skype e dalla grigia e inglese Bath una richiesta: “Scusa, mi faresti un giro di carte?”
Poi ho ricercato la centratura del cuore: in una di quelle notti in cui non c’è verso di farla addormentare in nessun modo, ho poggiato la mia mano aperta sulla sua schiena sperando di sentire ancora il flusso d’energia perchè il Reiki sono davvero anni che non lo praticho più… e di nuovo mi son chiesta “Perchè?” E di nuovo mi è arrivato un messaggio di un amico folletto che chiedeva quando ci vediamo. “Quando vuoi, basta che mi fai un craniosacrale!” – ho risposto. Perchè lui è il maestro del craniosacrale e io adesso ne ho proprio bisogno.
Insomma, di qualunque “razza” sia il vostro spirito – uncinetto e gatti randagi; shopping ed estetista; orto e foto artistiche, non importa! L’importante è coltivarlo sempre, anche un pochino, regalandoci un momento tutto per noi.

La mia essenza è fatta di spirito e mistero. E ora sono pronta per ricominciare a fare magie

p.s. Se desiderate una lettura di tarocchi secondo il metodo Jodorowsky, scrivetemi un messaggio e sarò felice di aiutarvi!

Viva i Churros!

Come vi ho detto, io adoro questo dolce fritto che sono i churros.

Qua in Perú si trovano spesso per strada bancarelle che li vendono caldi, appena fatti. Quando ne incontro una non resisto MAI e, sia dove sia, me li sgranocchio sul posto o camminando.
Forse perché mi ricordano tanto i bei tempi trascorsi in Spagna, dove si mangiano accompagnati da una tazza di cioccolato caldo (alla faccia delle calorie!), fatto sta che sono un vizio a cui evito di resistere con piacere.
Se peró dalle vostre parti non si trovano e volete assaggiarli, ecco la ricetta, presa in prestito da un simpatico blog di cucina (naturalmente spagnolo): www.lacocinadelechuza.com

INGREDIENTI (per 24 churros):
1 tazza d’acqua
1 tazza di farina
1 cucchiaino di lievito in polvere
1/2 cucchiaino di sale
olio per friggere

PREPARAZIONE:
Mettere l’acqua in una pentola e portare ad ebollizione.
Appena bolle, togliere dal fuoco ed aggiungere la farina, il sale ed il lievito tutto insieme.
Mescolare tutto fino a che la massa non si staccherá dalle pareti del recipiente.
Lasciar raffreddare qualche minuto e poi mettere la massa nella “churerra“.
Se non abbiamo una churrera sará sufficiente prendere una tasca da pasticcere con la bocca a forma di stella.
Sopra una superficie asciutta, cominciamo a stendere la massa in lunghe file che possono essere dritte o leggermente ondulate. Dopodiché tagliamo in pezzetti di circa 12 cm. ciascuno.
In una teglia, facciamo riscaldare abbondante olio e, una volta che sará  caldo, cominciamo a friggere i churros.
CONSIGLIO:
L’olio non deve essere eccessivamente caldo perché rischia di dorare l’esterno dei churros lasciandoli crudi all’interno. Inoltre é consigliabile metterne solo pochi alla volta, per evitare che raffreddino l’olio rapidamente.
Una volta terminata la cottura (cioé quando saranno belli dorati), appoggiamoli sulla carta assorbente per togliere l’olio in eccesso e poi spolveriamoli con abbondante zucchero.

Ora si, siete pronti per provare questa delizia!

Guagua, il dolce che porta un bebé

Ieri una grande impresa alimentare ci ha invitato ad un seminario di pasticceria in cui si insegnava a preparare le GUAGUAS (o Wawas).

La Guagua é un dolce andino che tipicamente si mangia a Novembre, per la festa di Ognissanti, ma come il Natale e tutte le altre feste “markettizzate” é giá da un pó che le si possono trovare in vendita nelle pasticcerie o al mercato.
Anche noi le stiamo giá producendo, ma siamo andati lo stesso: io per curiositá, mio marito per analizzare bene il forno a 4 piani che usano nella “sala eventi”.
In realtá ci sono state un paio di cose interssanti:
la prima, di carattere prettamente antropologico, é stata vedere come la gente quasi saltava in cima alle sedie per rispondere alle domande degli esperti e poter vincere cosí una maglietta o una rivista di 5 mesi fa…
la seconda invece, piú professionale, é che abbiamo imparato come chiudere bene le guaguas ripiene. Si, perché a parte quelle di puro pane, esistono anche ripiene di manjar (praticamente una salsa di latte e zucchero), marmellata, crema pasticcera e frutta candita.

Guagua é una parola quechua che significa “bebé” e infatti questa é la forma del pane dolce in questione: un bambino in fasce su cui vengono applicate faccine di argilla di ogni tipo: ci sono quelle piú belle, con tutti i dettagli ben riconoscibili, ed altre che sembrano quasi scarabocchi (le piú economiche, naturalmente!), fino alle immancabili varianti che offrono la faccia di spiderman o altri personaggi dei fumetti per cui ti chiedi: “E se scelgo questa, avró un figlio con gli ultrapoteri?!”
Infatti l’idea é che la “guagua” rappresenta il figlio desiderato. Una specie di vero e proprio rituale che, per tradizione, si festeggia addirittura con un battesimo in piena regola!

Il 2 Novembre la coppia di fidanzati o sposi sceglie un padrino per la sua creatura, che va a comprarla (!) e la porta nella casa in cui si celebrerá il suo battesimo. Naturalmente i genitori in questo caso hanno anche la facoltá di scegliere il sesso del proprio erede (alla faccia dell’ingegneria genetica…).
Tutti vestiti a festa, si ascoltano i bei discorsi dei padrini; poi si spruzza la torta con vino o pisco al posto dell’acqua benedetta e ci si prepara a celebrare con musica, balli ed un bel banchetto in cui il piatto forte é…il festeggiato!
Eh si, perché il povero neonato viene fatto a pezzi e mangiato con piacere da tutti gli invitati.

Se anche voi avete voglia di “prendere a morsi” vostro figlio, ecco la ricetta per questo dolce molto semplice: 
PAN DE GUAGUA.

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