Cerca

1oceanoXculla

figli misti, famiglie alternative ed idee geniali

Autore

ashantosa

La scuola da sola non ce la fa…

Sconvolta? Arrabbiata? Delusa? Più che altro triste e perplessa per l’accaduto a scuola.

L’ennesimo problema che porta al bisogno di riunioni straorinarie dei prof e ovviamente al confronto con le famiglie.
Pochi giorni fa un ragazzino di 12 anni ci ha avvisato che gli erano spariti i soldi dalla tasca. Esattamente 130 euro. Cifra esorbitante da portare a scuola, certo, ma ha spiegato che erano un regalo del padre per il suo compleanno, che aveva dimenticato di lasciarli a casa e dunque erano rimasti nel giubbotto.
Nessun dubbio che il “ladro” fosse un compagno di classe perchè è proibito l’ingresso dei ragazzi in aule che non siano le loro ed i professori sono sempre lì a sorvegliare, anche durante la ricreazione.
Dopo una ricerca accurata (abbiamo svuotato i cestini della spazzatura e chiesto a tutti di controllare nei loro zaini e giubbotti) abbiamo minacciato di chiamare la polizia se il denaro non fosse “ricomparso” prima dell’ultima ora, nella stessa tasca da cui era sparito, nel giubbotto che avremmo lasciato appeso fuori, lontano da sguardi indiscreti.

Ho parlato di ennesimo problema perchè nelle due settimane precedenti avevamo dovuto confrontarci con:
– un caso di cyberbullismo in stile classico – due compagni che mettono in difficoltà un terzo, lo filmano e minacciano di pubblicare il filmato se non accetta condizioni tipo pagare le merende, regalare la bici eccetera –
– un caso di “pornografia scolastica” – ragazzine che raccontano esplicitamente le proprie esperienze in quaderni che circolano durante le lezioni e si scambiano foto delle suddette esperienze via whatsapp, fra compagni –
Già questo mi sembrava abbastanza, invece no, poco dopo eccoci a fare i conti anche con la questione del furto, proprio mentre in classe stavamo facendo un percorso sulla legalità ed avevamo anche invitato alcuni esperti per dare conferenze.

Dopo le riunioni in cui si decide il da farsi e come muoversi, è il momento di chiamare i genitori e raccontare tutto. Se per le madri delle ragazzine il sesso è parte della vita e non è grave se lo scoprono – troppo – presto (facendone però bella mostra sui social ed occupandosene magari durante le interrogazioni), i genitori dei bulletti di turno si lanciano invece addirittura in una minaccia velata agli insegnanti: ma se i malfatti accadono fuori dall’orario scolastico, voi perchè vi impicciate? Non sono cose che vi riguardano.
Adesso però, l’educazione che questi “signori” stanno dando ai propri figli riguarda anche noi professori invadenti e probabilmente troppo preoccupati per il futuro di questi giovani, perchè il furto è avvenuto IN CLASSE. Un baldo giovane ha deliberatamente deciso di far sparire i soldi di un vicino di banco, un compagno, perchè la parola amico chissà per loro cosa significa…

Quindi mi sento triste, perchè il nostro preoccuparci di questi adolescenti non soltanto per insegnargli il Teorema di Pitagora o la Divina Commendia ma magari anche qualche valore, è considerato un impicciarsi dei fatti altrui e anche un fastidio.
E resto perplessa perchè mi chiedo cosa insegnino alcuni genitori – non tutti, sia chiaro – ai loro figli.
Di una cosa però sono certa: educazione e rispetto si imparano (o no) in casa. Pensiamoci, prima di dare sempre la colpa alla scuola.
E intanto io, un occhio indietro e uno avanti, continuo a pensare: Ho lasciato situazioni che sembravano estreme, ma…

Quali sono, davvero, gli estremi?

 

Annunci

“Mamme Italiane nel Mondo”, grazie!

Mamme Italiane nel Mondo – Prospettiva Editrice, 2018

Ci sono progetti che restano tali e altri che, invece, si realizzano rapidamente.

Uno di questi ultimi ha una faccia allegra piena di colore, una mole importante (420 pagine), ed un nome che dice già tutto di sè: Mamme italiane nel mondo.

Si tratta di un libro, un bel libro scritto da un gruppo di mamme che vivono lontane dal paese d’origine, di cui anch’io faccio parte. E’ un progetto nato quasi per scherzo e che invece non solo si è concretizzato, ma che sta addirittura superando le nostre aspettative! Si, perchè quasi ogni giorno compare una recensione nuova, un articolo di giornale (al momento è in lavorazione quello per Millionaire), un’intervista. (Leggetela qui per scoprire di cosa si tratta, come nasce e la sua finalità umanitaria, “scusa” perfetta per un regalo di Natale diverso e davvero meraviglioso).

Come meraviglioso è stato partecipare al progetto e oggi, quasi un anno dopo l’inizio dei lavori e un mese dopo la prima uscita, posso aggiungere nuovi tasselli alla lista del “cosa ho imparato dall’esperienza”. Tutte cose molto personali, che nascono dal profondo e nel profondo mi toccano. Come ad esempio la determinazione di queste donne (che per quanto dicano, sento spesso che a me invece manca), in particolare di Stella, curatrice del progetto, che ci ha creduto fin da quando lo ha sognato e non si è arresa finchè non è arrivata dove voleva (e chissà dove ancora vorrà arrivare…) portandoci tutte con sè.
Queste sono le due cose che vorrei far risaltare al momento (solo perchè tirarne fuori una di ognuna trasformerebbe il post in un altro libro):
VOLERE E’ POTERE e L’UNIONE FA LA FORZA.

Luoghi comuni, frasi fatte, pensierini new age. NO NO cari signori, qui si tratta della realtà!
Un bel gruppo di donne con una meta comune che hanno lavorato unite, nonostante tutte le loro differenze, e ce l’hanno fatta.
Per far parte del libro bisognava essere mamme, non solo donne expat, ed io sono diventata mamma sulle Ande, dove ero arrivata esattamente una decade fa, attratta anche da quell’idea andina di cui avevo letto tanto: la sorellanza.
Ecco, in maniera molto diversa dal previsto, sono riuscita oggi a sperimentare davvero questo modello utopico grazie alle 18 fantastiche compagne di viaggio con cui condivido l’esperienza e a cui voglio dedicare questo post (dato che finora non avevo mai parlato, qui, del nostro libro…)
Abbiamo collaborato tutte, ognuna secondo le proprie possibilità, senza mai voler primeggiare; abbiamo discusso senza mai mancarci di rispetto; abbiamo sempre messo tutto ai voti come in una vera democrazia; siamo rimaste unite nonostante le distanze spazio/temporali e ci siamo volute e ci vogliamo bene anche senza conoscerci di persona. Quindi oggi è a tutte loro che dico:

Grazie, per tutto quello che mi avete permesso di imparare.

 

 

 

 

Amo il cambio dell’armadio

Rinnovare il guardaroba, si diceva.

A volte per sfizio, vanità, o semplicemente necessità.
Io stavolta mi ritrovo in tutte le categorie, contemporaneamente.
Necessità perchè – come più volte ripetuto – nelle nostre valigie abbiamo messo di tutto tranne vestiti e quei pochi che ci siamo portati dietro non sono comunque adatti a quelle stagioni che ormai avevo quasi dimenticato…
L‘autunno,
con gli alberi che cambiano colore e riempiono i marciapiedi di foglie, trasformandoli in armi letali dopo una giornata di pioggia, arrivata senza preavviso in un orario qualunque.
(Ad Arequipa non ci sono alberi ma solo arbusti senza foglie e piove – 2 gocce – esclusivamente a gennaio/febbraio, nel pomeriggio.)
L’inverno,
con il vin brulè sorseggiato davanti ad un camino scoppiettante che riscalda l’aria gelata e fa diventare godereccio anche il freddo pungente, dal quale puoi comunque salvarti accendendo il riscaldamento.
(Ad Arequipa non esiste il riscaldamento ne’ tantomeno i caminetti, perchè non fa mai troppo freddo, a meno che non scendi al Canyon del Colca e allora puoi anche morire congelato, con un bicchiere di pisco in mano).

Autunno Inverno 2018/19

Ma adesso che siamo qua, all’arrivo del famigerato cambio dell’armadio, mentre le persone normali soffrivano… io godevo! Perchè in fondo in fondo sentivo la mancanza dell’odore del freddo, del piacere di usare un maglione di lana anche all’ora di pranzo e un paio di scarpe sapendo che poi non le rimetterò più fino all’anno successivo.
Perchè è facile dire: “Bella la primavera tutto l’anno e vivere su un’isola per stare sempre in costume e usare la stessa roba…”
Invece io vi assicuro che dopo un pò ci si stanca di non vedere mai un cambiamento anzi, penso seriamente che anche il corpo e la psiche ne risentano negativamente.
Ogni giorno di ogni mese di ogni anno sempre uguale: tiepido al mattino, caldo afoso nel pomeriggio, fresco la sera e freddo la notte. Che significa: t-shirt con maglioncino sopra e giubbotto sotto braccio. Tutto l’anno. Tutto gli anni. Riuscite ad immaginare la monotonia?!

In una situazione del genere le persone come me, che comprano e indossano più per necessità che per piacere, sono praticamente spacciate! Il loro (nostro) armadio rischia di non rinnovarsi per secoli ed effettivamente è quello che è successo a me… Che se anche ogni tanto partivo alla ricerca di uno sfizio, tornavo regolarmente a mani vuote perchè se compro, che almeno sia di qualità e buongusto. E finalmente ho trovato soddisfazione in queste settimane di rinnovamento, in cui abbiamo dovuto rifarci tutto: dalle mutande al pigiama!

Moda bimbi 2018/19

Maglioni di soffice lana merinos con colori caldi e accesi e tagli moderni (un po` troppe paillettes in giro per i miei gusti ultimamente, ma vabbè);
Vestiti longuette, caldi e morbidi, che puoi indossare senza che ti chiedano se sei incinta (e, se non lo sei, perchè ti vesti sgraziata e nascondi le forme);
Pantaloni larghi di tessuto anche altro rispetto al cotone, non sempre e solo il tremendo pantacollant (però lunghi, per favore, che questa storia di continuare ancora a congelarsi le caviglie per moda non ce la faccio proprio, infatti uso…)
Calzini allegri, pieni di colori e disegni, oppure brillosi che sembra tutto un 70’s dancehall (ho un debole per le calze, lo ammetto) e finalmente ADDIO al terribile calzino di spugna bianca sotto il mocassino nero;
Borse belle e resistenti, fatte bene, di tutte le forme e colori e di vera pelle (non più plastica usa e getta made in China o Gamarra);
Scarpe M O D E R N E per cui vale quanto sopra: la pelle, la qualità, la comodità, la resistenza e modelli eleganti davvero (basta scarpe con plateau in stile pornodiva alla festa dell’asilo mattutina)

Pianura Studio

 

Naturalmente ho comprato sia in negozio (i piccoli negozi di quartiere, preferibilmente di parenti e amici), sia online, ma da siti che valgono la pena, come per esempio l’armadio verde (di cui vi racconterò dettagliatamente più avanti) e finalmente siamo a posto. Pronti per affrontare un

magnifico, freddissimo, attesissimo inverno!

 

 

 

Di shopping e tempo per se stesse

Oggi voglio aggiungere un paio di tasselli all’incompletabile lista dei perchè abbiamo deciso di tornare in Italia, che non ho ancora stilato in maniera organizzata.

Tasselli apparentemente frivoli, ma che in realtà non lo sono. Perchè andare dall’estetista e a fare shopping (o semplicemente a guardare le vetrine) non si tratta solo di vanità, ma molto di più:

  • Significa che hai deciso di investire del tempofinalmente hai trovato il tempo – per te stessa!
  • Significa che hai trovato una situazione talmente sicura per i tuoi figli da lasciarli non solo per fare il tuo “dovere”, ma anche il piacere!
  • Significa inoltre che hai trovato dei posti (negozi, spa, ristoranti) che valgono la pena di lasciare i figli e regalarti del tempo.
Foto ad una vetrina nel centro di Arequipa

Ecco, per me fino a un paio di mesi fa, tutte queste cose non esistevano. Se volevo uscire da sola potevo lasciare la bambina con mio marito, ma dato che dovevamo fare tremila incastri fra i miei orari ed i suoi, preferivo evitare se non in caso di necessità o per l’unico svago che mi concedevo: una cenetta rapida dopo lavoro con la mia amica Anita. Appuntamento imperdibile solo per godere della sua presenza, non certo delle “prelibatezze” culinarie di una tarda serata infrasettimanale offerte da Arequipa (e solo chi ha letto il libro Mamme Italiane nel Mondo sa di cosa parlo) dove, appunto, nè le vetrine nè quel che vi si offre valevano la pena.

Arredo bimbo
Foto di una vetrina nel centro di Prato

 

Inutile ora ricordare che non sono una snob, fanatica dello shopping e ancor meno del lusso perchè sapete bene quanto io viva felice nel mondo delle 3R – Ridurre, Riutilizzare, Riciclare – ma a testimonianza che nemmeno i peruviani son soddisfatti di quel che trovano in giro, ecco che la mia prima uscita di shopping italiano è stata proprio con un’amica arrivata in visita dalla città Bianca!

Sara è arrivata per lavoro, solo un paio di settimane in giro per la penisola durante le quali mi ha convinta a perdere un giorno intero, dall’alba al tramonto, alla riscoperta di piaceri ormai dimenticati:
Colazione al bar con sano e delizioso succo di melagrana
Mattinata immerse nell’abbigliamento
Pranzo tipico toscano in rosticceria
Pomeriggio provando scarpe e poi dal parrucchiere
Cena a base di pizza con vera mozzarella di Bufala

Nel frattempo la bambina è rimasta coi nonni e così alla fine tutti erano contenti, anche il babbo che mi ha visto più rilassata e soprattutto con qualche capo adatto alla nuova stagione che ormai avevamo dimenticato: l’inverno. (Ma di questo parleremo in un altro post…)

Perdermi nelle vetrine

Io poi mi sono sentita meglio non solo nel corpo ma anche nello spirito, perchè effettivamente è vero che anche l’occhio vuole la sua parte e la bellezza a cui gli italiani sono abituati (spesso senza nemmeno rendersene conto) si esprime non solo nell’arte che ci circonda ovunque, ma anche nella passione con cui facciamo e viviamo.
E anche per questo…

sono contenta di essere tornata!

 

La foto di copertina è presa dal web. Se hai il copyright e vuoi che la tolga, contattami.

Apacheta andina in Calvana

Apacheta trovata sui monti della Calvana

Qualche settimana fa ho accompagnato una delle mie classe alla prima uscita dell’anno.

La gita era una passeggiata in montagna, programmata a inizio ottobre per essere “sicuri” di trovare ancora bel tempo. Il punto d’incontro stabilito era piuttosto lontano dalla scuola, quindi è venuta a prendermi una collega dato che “sono appena rientrata  in Italia e NON HO l’auto”.
Arrivate all’incontro mi sono guardata intorno e mi sono sentita completamente fuori luogo perchè “sono appena rientrata in Italia e NON HO portato via con me quasi niente…”

Giustificabile se si pensa che mettere 10 anni in poche valigie non è facile, bisogna fare una scelta attenta degli oggetti inseparabili e naturalmente la nostra scelta è ricaduta su: libri, tutto il guardaroba della bambina, libri, ceramiche e ninnoli peruviani, libri, la mia collezione di tacchi 28 quasi mai usati, libri e…praticamente zero abiti.
Però, vista da fuori, la situazione era abbastanza ridicola: vengo dalle Ande, ho scalato montagne di quasi 5000 metri, ho accampato nel deserto e vissuto nascondendomi da un sole malato con effetto laser e ora… mi trovo qui, a fare un trekking senza scarpe da trekking; con uno zainetto figo di pelle (fortunosamente ritrovato nell’armadio) anzichè il solito zaino superattrezzato da avventura; senza occhiali da sole nè cappello (tanto il sole di casa mia è sano) e con l’acqua in una bottiglietta di plastica perchè perfino le borracce le abbiamo lasciate in Perù, tanto poi si ricomprano…

In viaggio verso Riobuti

Così, mentre camminavo su per i sentieri che si snodano fra le montagne della mia terra, respirando un’aria nuova che odora di vecchio, accecata da un sole che rende il cielo di un colore diverso e riconoscibile, ammirando il panorama e la città in lontananza, nascosta da una vegetazione così verde e fresca come non vedevo da un decennio, mi sentivo completamente divisa in due.
Quella che ero prima e quella che ero adesso; quella che non c’era più ma che riappariva di nuovo; quella che ama/odia/riama/rioda le sue patrie senza logica di continuità e che si lascia affascinare dalla natura in tutti i suoi aspetti ovunque si trovi, perchè in fondo la Terra è una

Prato visto dalla Calvana

E proprio mentre ricordavo gli scritti appena letti sulla teoria che la lingua quechua e l’antico etrusco abbiano la stessa radice, ecco che Pachamama mi ha fatto una sorpresa meravigliosa:
– Prof che cos’è quello?
Momento sorpresa. Bocca aperta. Unica risposta possibile:
– Eh, in Perù si chiama Apacheta, qui non so. E non so nemmeno come ci sia finita, qui…
Una montagnola di pietre, perfettamente impilate una sull’altra, dalla più grande alla più piccola. Un rituale che in quechua si chiama appunto “Apacheta” e che ho realizzato infinite volte: un’offerta alla Pachamama o alle forze/divinità che vogliamo chiamare in nostro aiuto proprio in quel punto esatto del cammino.

                                                                Apachetas ad Aruba                                                                                                               

Chiunque abbia viaggiato per le Ande ne ha avrà viste in abbondanza, dall’Argentina alla Bolivia al Messico al Perù. Chiunque viva realmente il contatto con la Madre Terra in qualche momento della vita ha sentito la necessità di presentarsi a Lei, anche attraverso le pietre incontrate e raccolte lungo il cammino per ringraziare, chiedere aiuto o marcare un determinato momento.
Una meravigliosa metafora e, quel giorno, per me anche una meravigliosa sorpresa. Todos somos uno. E poi le note di Caifanes cominciarono a risuonare nella mia testa…

Para un alma eterna cada piedra es un altar“.

 

 

 

Ricordi, rassicuranti ricordi.

Quasi due mesi ormai che siamo in Italia. Rientrati in pianta stabile, quindi con mille cose in testa e per le mani da molto più tempo. Il tempo in cui ho abbandonato il blog, pensando ogni volta al nuovo post da scrivere ma che alla fine rimaneva solo un’idea nella lista:

  • Perchè abbiamo deciso di tornare in Italia
  • Le difficoltà di impaccare 10 anni di vita in poche valigie
  • Lasciare gli affetti che ormai erano diventati la nuova famiglia
  • Le difficoltà burocratiche per ottenere la mia cittadinanza in tempo (da mettere in relazione adesso con le difficoltà burocratiche per ottenere i documenti di mio marito)
  • Il delirio provocato da un errore (orrore) Iberia che ci ha fatto ritardare il volo di 6 giorni durante i quali non sapevamo se si partiva o no…

E poi il rientro:

  • Le difficoltà di ripartire assolutamente da zero, vivendo ospite dei genitori a 40 anni e con tutta la famiglia a rimorchio
  • La magia di trovare un lavoro meraviglioso e “sicuro” subito dopo l’arrivo, quando tutti dicevano che sarebbe stato impossibile
  • L’inizio della scuola per mia famiglia, entrata direttamente (e brillantemente, lasciatemelo dire!) in seconda elementare, coronando i nostri sforzi di educazione parentale temporanea
  • La goduria dei sapori italiani, le sagre, il mare sul finire dell’estate e l’arrivo dell’autunno

Ma soprattutto il recupero degli affetti: i vecchi amici che, anche se tu non ci sei mai, restano e ci sono sempre; i parenti lontani che sembrano invece improvvisamente così vicini e ovviamente la famiglia, una delle principali ragioni del rientro.
Quei vecchi brontoloni e rompiballe da cui sei scappata volentieri tante volte e di cui poco dopo sentivi la mancanza. I loro discorsi da bar, l’ossessione della tele di cui ti eri ormai liberata da decenni, i soliti meccanismi ed una routine che sembra sempre identica secolo dopo secolo, così noiosa… eppure così rassicurante.

Si, perchè ho scoperto che in fondo è rassicurante ritrovare qualche costante nel costante cambio. Anche le cose più banali, che sembrano sempre identiche nonostante gli occhi che le osservano siano sempre diversi, come l’odore di legno vecchio nella casa della nonna; la pasta messa in tavola al tocco in punto; la musica dalla terrazza del Circolo Arci che rallegra le calde notti estive con le finestre aperte; la stanza del camino in cui il povero camino fuma ormai solo una volta ogni mille; la soffitta stracarica di cose inutili ammonticchiate ad ogni nuovo rientro e prima di una nuova partenza; il tragitto casa/bottega, bottega/casa; la libreria impolverata, la collezione di bambolegli album di foto scolorite, la trapunta incartata nel cellophane, l’uccello che mi sveglia ogni mattina fin da quando ero ragazzina e mi porta a chiedermi:
ma quanti anni può vivere una tortora?

E quanti anni può vivere un ricordo?!

Perù: un cameo ai mondiali 2018

Dopo 36 anni, il Perù torna a partecipare ai mondiali di calcio.

L’ emozione è comprensibile e il desiderio di fare business sull’emozione, pure.
Se i peruviani si erano inventati il “kit del papa” per omaggiare la venuta di Pancho, figuriamoci cosa non potevano tirare fuori dall’evento mondiali!

kit del papa exito
Per mesi le nostre vite sono state scandite dallo scandalo Paolo Guerrero (usa cocaina, si o no?) che ha messo in secondo piano ogni altra notizia, e dal mi manca/celo delle figurine dei Mondiali, che solo su questo ci sarebbe da fare uno studio a parte…

album panini russia 2018

Ma tu, hai l’album Panini originale o l’imitazione più economica? Hai finito l’album regolamente o ti sei comprato il paqueton per fare prima? E soprattutto: lo sai che si chiama albuM e non albuN, vero?!

Così, davanti al mercato ortofrutticolo, nasce il mercato nero delle figurine, dove quelle regolari te le danno a 5 per 1 sol mentre le “chiavi” (i numeri mancanti) valgono 2 soles ciascuna.

E nemmeno il supermercato vuole essere da meno: le grandi marche si trasformano in marche russe;

leche gloria

patate e cipolle pesano meno se le porti via con la borsa dei campioni;

perù mundial

all’uscita ti ricordano di sostenere la tua squadra

sodimac

e una volta fuori, ti allestiscono la sala per gli scambi di figurine del fine settimana.

real plaza

Tutti vogliono avere le magliette dell’evento

arriba perù

e va bene se lo fai volontariamente (me la sono comprata anch’io, pensate un po`!), ma davvero è normale che a scuola si obblighino i bambini ad insossarla il giorno della partita? Ai figli di amici hanno persino chiesto di portare un cuscino per andare a vedere la partita in giardino…

Sarà che a me del calcio non è mai fregato nulla, però vedere amiche che si fanno le unghie a tema


e non poter più nemmeno mangiare il prosciutto in pace… mi pare un pò eccessivo ecco!

braedt

Comunque alla fine non è andata male, perchè il Perù è stato buttato subito fuori dai mondiali e le magliette ora sono già a metà prezzo!
E intanto i media hanno anche un nuovo caso “Perù in Russia“: un tifoso che si è divertito a filmare i suoi pesanti insulti a tutte le ragazze sovietiche che incontrava per strada

E quasi quasi rimpiango il caso Guerrero

 

Il (mio) mercatino delle pulci!

Che mi piacciono le pulci si sapeva!

Non quelle di cani o gatti, ma quelle degli oggetti vecchi con una vita già vissuta, tanta energia addosso e nuovi cammini ancora da percorrere. Perchè “riusare” o “riciclare” significa anche questo: non soltanto aiutare il pianeta – inquinando e producendo meno – o aiutare le persone a spendere meno, ma anche mantenendo vivi tutti quegli oggetti che hanno fatto parte di noi, della nostra casa, dei nostri cari e che spesso ci dispiace buttare via. Per questo continuiamo a tenerli lì, mentre occupano spazio e prendono polvere, inutilizzati ormai da secoli, eppure senza trovare il coraggio di farli sparire.
Attaccamento: un bisogno emozionale, non certo materiale.

E non sottovalutiamo poi i famosi regali inutili, quelli di cui non sai veramente cosa fartene o quelli incredibilmente brutti, per cui aspetti solo il momento buono per riciclarli, a volte con un leggero senso di vergogna, a volte con la paura di rigirarlo magari proprio a chi te lo aveva dato! Sembra una scemenza e invece è un dettaglio importante, da tenere sempre in considerazione: me lo ha insegnato la mia amica Renata (una maestra nell’arte del riciclo del regalo) con un  piccolo errore… Per il mio compleanno mi rifilò la sciarpa regalatale dai colleghi e che, sfortunatamente, mi aveva mostrato all’epoca per sottolineare il malgusto dei suddetti ed “il colore da vecchia” dell’oggetto. Non dissi niente, ringraziai educatamente e poi rigirai di nuovo la sciarpa a mia suocera. Ops!
Ovviamente anche a Renata restituii il favore, presentandomi al suo compleanno con il regalo fattomi dai miei, di colleghi.

Ma per ogni oggetto “eliminato” si crea spazio per uno nuovo… e sarà che il minimalismo giapponese non è proprio il mio forte, o sarà che in fondo le cose inutili, un po’ mi piacciono… ogni volta che c’è una Garage Sale nelle vicinanze, io mi ci fiondo. E mi convinco non solo di aver fatto un affare, ma anche di aver aiutato chi voleva liberarsi di quel pezzo kitsch a cui non ho potuto resistere. Insomma, alla fine mi sento di aver fatto del bene e io sono una persona così buona (e così piena di cose inutili) che la settimana scorsa ho deciso di moltiplicare questa donazione di bontà organizzando il mio primo “mercatino delle pulci”!
Ed è stato bellissimo!!

L’idea iniziale era solo una riunione fra amici, ma poi si è sparsa la voce e la gente ha cominciato a dire: “anch’io ho cose da buttare; io ho bisogno di soldini; posso partecipare anch’io? …” Non potevo certo dire di no.

Mikcao è un barettino che offre caffè e cioccolato organico deliziosi ma dove non va quasi mai nessuno, un po` di sana pubblicità poteva solo fargli bene, per questo hanno offerto il loro giardino come spazio libero per il mercatino.

La biondona che mostra libri (e indossa un mio vecchio vestito!) è la famosa Renata 😀

Ricardo è andato a noleggiare i tavoli per esporre le cose di tutti; gli amici del centro in cui lavoro ci hanno prestato i teli da stendere sui tavoli, un mobiletto e gli avanzi delle vetrine passate per decorare.


Ho stampato un paio di flyer, creato un evento su facebook e il gioco era fatto: ognuno con il suo piccolo spazio, vestiti buttati in ceste e scatole o ben organizzati sugli stand; bigiotteria, giocattoli vecchi, libri, occhiali da sole, borse, C’ERA DI TUTTO per i curiosi e compratori che sono venuti a trovarci domenica scorsa…

C’era la partita del Perù (evento che paralizza il paese intero da quando sono entrati ai Mondiali e che ho raccontato in un altro post) e quindi abbiamo messo il maxischermo…

C’era chi ha deciso di “uscire dal closet” e vendere la propria arte


C’erano bambini che si divertivano felici con giochi vecchi e ritrovati…

Ovviamente c’era la mia amica Renata, che ha litigato con il fidanzato quando si è accorto che aveva messo in vendita un suo regalo (si si, a volte lei esagera proprio…) e c’era anche una coppia di avventurieri argentini che vogliono arrivare in Alaska con il loro furgone ed i soldini raccolti solo suonando una chitarra e vendendo arte per strada.

O magari ad un festival come il nostro…
(Il prossimo post lo dedichiamo a loro e alla libertà: Andando America!)

 

 

 

La festa della mamma e le peggiori gaffe della mia vita.

Ieri in diversi paesi del mondo si è celebrata la festa della mamma.

Per quello che ricordo, in Italia non è mai stata la gran cosa (o perlomeno non a casa mia…) e in generale io non vado daccordo con queste ricorrenze fittizie e obbligate; mio marito lo sa e nemmeno lui è tanto “di cerimonie e smancerie”, eppure per questa occasione ha fatto un’eccezione. Pare infatti che da giorni stesse deambulando in giro per la città alla ricerca di un regalo per me (sorpresa!) secondo il racconto fattomi da un amico che, quando lo ha incontrato, gli ha detto: “Ho fortuna io, che devo preoccuparmi solo di mia madre.”
E qui la domanda sorge spontanea:
ma a chi è rivolta esattamente la festa della mamma?
A quella che ti ha messo al mondo?
A quella/e/o che ti ha allevato in assenza della prima?
Alla compagna che tu hai fatto diventare madre?
O semplicemente a tutte le mamme che circolano nella tua vita?

Non pensavo mi sarei mai posta il quesito, ma vivo in un posto in cui 2 mesi prima cominciano le campagne per il Dia de la Madre, la banca offre prestiti agevolati per fare un regalo speciale (anche se poi ho visto uomini comprare 4 regali assolutamenti identici per: madre, moglie, suocera, cognata – e lascio a voi al giudizio sulla profondità del presente) tutti abbracciano tutti e però, se mi guardo un po` intorno, le storie delle persone che mi circondano – alunni, pazienti, compagni di mia figlia, amici – racchiudono casistiche inimmaginabili che per forza ti portano a chiederti…
Ma è davvero necessario? 

Esempi di casi reali che conosco personalmente:
– La mamma di S. (9 anni) lo ha abbandonato un paio di anni fa. Non vuole più vederlo e adesso vive in casa di una cugina.
– La mamma di A. (14 anni) vive in Spagna con il nuovo marito e il suo fratellino, che lui non conosce. Non la vede da 8 anni e aspetta di diventare maggiorenne per andare a trovarla.
– La mamma di E. (34 anni) è scomparsa 20 anni fa. Non hanno mai più saputo nulla di lei e un mese fa è arrivato il certificato di morte presunta.
– M. (4 anni) è rimasta orfana di madre e padre l’anno scorso. Vive con il fratello maggiore.
– P. e A. preferiscono festeggiare la nonna che è sempre presente, a differenza della madre che torna a casa ogni tanto, fra un fidanzato e l’altro.
– F. invece, di madri ne ha 7: è cresciuto con la madre naturale, la nonna e le zie. Vivono in un’unica casa e tutte si fanno chiamare “mamma”. Ah, F. ha 48 anni.
– T. e Y. non conoscono le loro madri perchè furono rispettivamente: venduta la prima (e non è un modo di dire) ed allevata dalla moglie legittima del padre (!) la seconda.
– V. non parla più con sua madre da quando le impedì di denunciare il suo patrigno per violenza sessuale; R. neanche parla più con la sua, da quando la obbligò ad abortire.
– Y. è madre di C. ma lui non lo sa. Aveva 14 anni quando è rimasta incinta e così lo hanno spacciato per suo fratello
– Anche L. è madre ma non vuole esserlo, quindi ha affidato i due figli ai rispettivi padri e guai a chi glielo ricorda.

Ora, ammettendo che questi siano casi limite, anche se molto più frequenti di quanto ci si possa immaginare, continuo a chiedermi:
Ma è davvero necessario inventare una festa del genere? E’ utile? E soprattutto, è sano?!
Perchè a parte la scocciatura (per non chiamare le cose col loro nome) delle persone che magari semplicemente non hanno voglia di santificare per forza la madre
ma avete idea di quante figure di merda ho fatto io in questi giorni, nel tentativo di essere educata e partecipare alle usanze del luogo?!

Prossimo libro: La festa della mamma e le peggiori gaffe della mia vita. 

 

Blog su WordPress.com.

Su ↑