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Alice

Alice_in_Wonderland_by_DisneyGirl52 (1)

Era una notte di luna piena quando Alice decise di venire a (ri)conoscere questo mondo.

Quando la sentì bussare dall’interno, sua madre si rese conto che il momento stava arrivando e
come quando, da piccola, si alzava nel cuore della notte per andare ad infilarsi nel lettone dei suoi genitori, uscì dalla stanza in cui era cresciuta ed entrò in quella adiacente dicendo soltanto: “Dobbiamo andare all’ospedale”.

Aveva deciso che la sua primogenita sarebbe nata lì, in quella città che, nonostante tanti anni di vita all’estero, rimaneva sempre la “sua” città, quella in cui aveva vissuto circondata dalle persone più care: una famiglia “normale”, con un padre e una madre sposati ormai da più di trent’anni, un fratello permanentemente occupato in contratti “a progetto” e una carovana di zii e cugini che amavano ancora riunirsi tutti insieme, a Natale, nella grande casa dei nonni paterni, scomparsi dopo aver festeggiato le nozze d’oro.

Viaggiavano in macchina nel cuore della notte, padre alla guida, madre seduta di fianco con lo sguardo sempre fisso sulla strada e lei, la figlia, sul sedile posteriore abbracciata alla sua valigia. Proprio come quand’era ragazzina e si faceva accompagnare all’aeroporto, diretta verso qualche avventura che l’avrebbe fatta crescere ancora un po’, da sola ma sapendo di contare sempre con il loro appoggio.
Questa volta peró era diretta verso un’avventura davvero speciale. Stava per diventare madre e stava finalmente per cominciare a comprendere tante cose che fino ad allora non erano nient’altro che parole. Stava andando incontro ad un viaggio realmente unico e loro erano lì con lei, come sempre.

La prima notte le contrazioni erano sporadiche ed il dolore era solo un semplice fastidio, poi cominciarono a farsi sempre più forti, sempre piú vicine e, quando la dilatazione fu sufficiente, la portarono nella sala parto del “Misericordia e Dolce”, dove lei stessa era nata tanti anni prima.
Scese da sola in una di quelle stanze in cui le partorienti entrano invece a braccetto col compagno e sentì quando l’ostetrica (una di quelle ostetriche che ribadivano tanto l’importanza della nascita naturale e dell’unione dei tre membri della nuova famiglia appena nata) chiedeva ad un’altra, sottovoce:
– Ma il marito dov’é? –
– In Colombia. – Fu la risposta quasi sussurrata.

Qualche ora dopo, dato che il travaglio continuava ancora, la stessa gentilissima ostetrica le chiese se voleva far scendere qualcuno per farle compagnia, un membro della famiglia. Lei ripassò mentalmente le persone che la stavano aspettando fuori: sua madre sarebbe arrivata sicuramente in lacrime, cercando di spegnere l’ultimo cicchino sullo stipite della porta e talmente ansiosa che alla fine avrebbero dovuto occuparsi piú di lei che della creatura; suo padre, che ancora oggi raccontava com’era svenuto alla sua nascita, se mai ce l’avesse fatta a resistere, probabilmente
l’avrebbe presa a scappellotti nel tentativo di farle coraggio; e poi c’era suo suocero, venuto in rappresentanza della famiglia paterna ma che, per quanto piú tranquillo e rilassato, era pur sempre il suocero.
No, nessuno di loro era la persona indicata per assistere al parto, quindi rispose semplicemente:
– No, grazie. Va bene così. –

In realtà, quando aveva cominciato a pensare che forse suo marito non sarebbe arrivato in tempo per l’evento, si chiese chi avrebbe potuto sostituirlo in sala parto e la scelta era caduta immediatamente sulla seconda moglie di suo suocero che, a parte essere una cara amica, era anche ginecologa. Lei aveva accettato con gioia, ma dato che viveva in un paese del nord Europa, nemmeno lei fece in tempo ad arrivare per la nascita di quella quasi nipote.

Cosí, nove ore più tardi di quand’era entrata da sola, uscì tenendo in braccio quei tre chili e mezzo di felicità che mostrava orgogliosa dalla sua sedia a rotelle. Oltre ai nonni, che l’avevano attesa con ansia per tutto quel tempo, c’erano anche una zia arrivata a sorpresa e la bisnonna materna, sciolta in un mare di lacrime singhiozzanti.
Per i primi due giorni Alice fu circondata dall’amore e dagli sguardi curiosi di tutta la sua famiglia materna, allargata anche agli amici più cari. Poi, finalmente, arrivò anche il babbo che, appena atterrato all’aeroporto di Bologna, ripartì alla volta di Prato e non appena la vide, poté constatare che quella piccola creatura era la sua fotocopia esatta.

Alla tenera età di due mesi la bambina fece il suo primo volo in aereo, una transoceanica di 12 ore per andare a farsi conoscere anche dalla famiglia paterna, formata dalla nonna, tre zie, due cuginetti. Il resto della truppa erano solo nomi marchiati sull’albero genealogico a cui era difficile attribuire un volto, un ricordo, una carezza poi, inimmaginabile. E intanto lei era l’ennesima femmina in quel clan di progesterone in cui gli uomini, come per una legge nazionale non scritta ma inviolabile, sembravano essere (apparentemente) banditi dalle cure neonatali e la figura paterna si convertiva troppo spesso in poco più che un amico in visita durante le feste comandate.
Alice aveva anche un fratellastro, parola da molti considerata dispregiativa ed impiegata per descrivere il figlio che uno dei due genitori aveva avuto da una relazione con un’altra coppia.
Insomma, quella bambina era circondata da un sacco di persone unite fra loro da relazioni che risultavano estremamente complicate da descrivere a parole ma che, nei fatti, erano unite semplicemente da vincoli d’amore. Amori antichi, amori sbagliati, amori finiti, amori spesso nevrotici e malati, ma in fondo chi siamo noi per giudicare un amore?

Alice adesso ha tre anni, vive nella terra paterna, lontana da quell’ospedale in cui è nata e dalle persone che l’hanno tanto attesa per farla giocare, ridere, sentire importante; per riempirla di baci ed attenzioni.
Alice ormai ha imparato che non ha quattro nonni, come la maggior parte dei bambini, ma bensì cinque. Ha un fratello maggiore che, per quanto si vedano soltanto una volta al mese, non ha certo un valore diverso. Ha tre zie ed uno zio che sono figli dei suoi nonni “di sangue”, ed un altro che è figlio della sua nonna “di cuore”. Ha una famiglia “normale” che parla italiano ed una famiglia allargata che parla spagnolo. Ha un padre e una madre che la amano al di sopra di ogni
cosa e che le stanno insegnando come tutto, nella vita, sia relativo. Anche le parole, che spesso assumono un valore diverso a seconda del contesto in cui vengono inserite.

Alice fa parte di una famiglia strana: un grande gruppo di persone assolutamente diverse da loro, suddiviso in tanti piccoli gruppi omogenei che spesso si riuniscono per lei e grazie a lei.
Alice ha una famiglia decisamente più unica che rara.

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Quando eravamo due…

Un paio di settimane fa siamo arrivate in Perú, nella nostra piccola casetta.
E’ bello sentirsi “a casa“, un luogo che riconosci come tuo e in cui tu stessa ti riconosci.
Qui tutto é esattamente come l’avevo lasciato mesi fa, quando decisi di tornare a partorire in patria. Eppure tutto é cambiato, perché in questo nido (termine azzeccatissimo dato che condividiamo i pochi metri quadrati con una famiglia di odiosi piccioni che ogni tanto trovano anche un buco per entrare in casa dal tetto) che era per due, adesso siamo tre, con orari ed abitudini completamente sconvolte.

E’ stato qui che ho scoperto di essere incinta; é stato qui che ho deciso di tenere la creatura nonostante tutte le nostre difficoltá; é stato qui che lei ha cominciato a crescere dentro di me ed é qui che, ora, mi sta facendo crescere attraverso di lei.

Ed é inevitabile che ogni giorno, in ogni gesto ed ogni parola, io ricordi il periodo dell’attesa

20 Aprile 2011


Era il 20 Aprile 2011

quando nella stanza n°5 dell’ospedale “Misericordia e Dolce”, alle 5 in punto di una mattina assolata, una voce sconosciuta disse: “Bene, siamo a 7 cm. Possiamo avviarci in sala travaglio. Se vuole chiamare qualcuno..”             

Ripiegata in due dai dolori, soddisfatta del lavoro che, nelle 12 ore precedenti (!), avevano fatto il mio utero e la testa di mia figlia, e consapevole che quello sarebbe stato il mio ultimo viaggio “da sola”… presi il cellulare e feci una chiamata intercontinentale per avvertire il padre: “Ci siamo. Mi portano in sala travaglio. Poche ore e finalmente conoscerò la “gordita”! Appena finisce tutto ti avviso. Tu intanto stai tranquillo.”

Poi chiamo anche qui dietro l’angolo: “Babbo…vado. Mi portano in sala. Non partite subito che tanto mancano ancora 3 cm. Ci vorrà un po’”. Ottimisticamente calcolavo un massimo di 4 ore, visto che avevo fatto 1 cm l’ora, precisa come un orologio svizzero. Invece il destino aveva piani diversi e così il viaggio di mia figlia su questo pianeta cominciò solo molto più tardi: alle 12.05 di quello stesso giorno. Esattamente un mese fa.

E questo blog è il regalo per il suo complemese, che è il regalo più meraviglioso che io abbia mai avuto e che si festeggerà naturalmente con un viaggio!

Si, perché che il movimento sarebbe stato alla base della sua esistenza, la mia principessa lo sapeva già quando ci ha scelti: si è infilata zitta zitta tra le mie ovaie al rientro da una vacanza nella selva peruviana; si è fatta un bel volo intercontinentale mentre ancora si stava formando; ha attraversato tutta la pianura padana per accompagnarmi a finire un lavoro finchè potevo ancora muovermi nonostante il suo nido si facesse sempre più enorme; ha già goduto delle prime due settimane di vacanza tra i monti della Svizzera ed ora si prepara per tornare a casa…casa…una delle tante case…un luogo considerato tale, almeno…casa…diciamo che tornerà alla sua culla, ecco. Quella bella culla bianca con una storia lunga 40 anni…ma questa ve la racconto più avanti.

Adesso:

AUGURI PRINCESA! BENVENUTA!

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