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figli misti, famiglie alternative ed idee geniali

23 Marzo 2019: Prato Antifascista

Uno striscione alla manifestazione in Piazza Santa Maria delle Carceri

Oggi è il 23 marzo. E che giorno è, il 23 marzo? È il primo sabato di primavera.

E oggi sembra davvero primavera: c’è il sole, il cielo sgombro, l’aria fresca, le margherite nei prati. Sarebbe un sabato perfetto per andare a passeggiare sulla ciclabile, lungo il Bisenzio, fino ai giardini pieni di giochi per i bambini. Si dovrebbe andare a girellare oggi, invece non si può, perchè la città è blindata, il viale lungo il fiume è chiuso, i parcheggi sono proibiti e c’è la polizia ad ogni incrocio. Ah sí, c’è anche un gruppo di ignoranti che oggi faranno loro una delle nostre piazze; e non è un’offesa, lo dico nel senso latino del termine: essi “ignorano” che ciò che faranno è considerato reato per la Costituzione del nostro Paese, quella Patria che tanto esaltano e che dicono di voler difendere.  Infatti non propongono una manifestazione per celebrare la nascita dei fasci di combattimento, no, offrono una manifestazione contro l’immigrazione clandestina; sarà per questo che vanno a manifestare davanti al tempio buddista alle spalle della nostra China Town? Mi piace dire “nostra” perchè ormai da decenni China Town è parte della città, così come la zona indiana e pure quella africana del centro, mentre albanesi e rumeni  sono più sparpagliati qua e la.

Tutti questi immigrati (clandestini o meno) sono parte di noi, i loro figli studiano nelle nostre scuole e ogni giorno – passatemi il francesismo – ci facciamo un mazzo tanto non soltanto per insegnargli l’italiano e tutte le altre materie (incluso quella storia in cui, per fortuna, ancora si ricordano i disastri provocati dal fascismo), ma ci sforziamo anche di creare integrazione, compresione, si lavora sulla multiculturalità come ricchezza delle classi in cui gli stranieri sono oltre un terzo degli alunni.
Ma allora perchè c’è gente in città che vuole fare questa strana manifestazione? Beh, in realtà questi non sono cittadini nostri, è gente di fuori, arriveranno in treno e sfileranno fino alla Piazza, con le loro divise nere, le loro bandiere nere, le loro anime nere. Oggi sono loro gli stranieri che vengono ad oscurarci il primo, meraviglioso, sabato di primavera; che ci impediscono di andare a giocare a palla ai giardini; che obbligano i negozi a chiudere presto perchè tanto la gente non può circolare; che costringono tutti i corpi di guardia a dedicarsi a loro; che sporcano i muri e la memoria, che spesso è labile, ma non oggi, non per i pratesi.

I pratesi hanno nonni che son stati portati a morire nei campi di concentramento, zii che son stati arrestati perchè nascondevano i partigiani, nonne che portano ancora oggi addosso i segni delle torture, giovani zie che si lanciavano dai tetti pur di non farsi violentare dai fascisti e una medaglia al valor militare per la guerra di liberazione.
I pratesi sono dei brontoloni, son vocioni e parecchio sguaiati, ma è gente perbene, che brontola perchè crede nei diritti, vocia perchè vuole farsi ascoltare e, soprattutto, ama il colore e l’allegria. Quindi, oh uomini neri, prendetevelo pure questo pezzo di parcheggio che noi ci teniamo la piazza vera, quella bella, e trasformiamo le vostre offese in canti, il nero in colore, il dolore in una festa.

Ed è di nuovo Liberazione!

 

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Natale&Me

Natale ed io abbiamo sempre avuto una relazione particolare.

Al di là dei tanti significati che si possano o meno attribuire alla Santa Festa per eccellenza, per me Natale è sempre stato il clima che si respirava in quel certo periodo dell’anno, quando il cibo diventa ancora più buono forse solo perchè si condivide in tavolate enormi piene di gente che ha voglia di stare insieme e fare festa. Quando le lampadine che colorano le strade e trasformano le facciate brillano di una luce più bella, che riscalda le sere spazzate dall’aria gelida. Quando la lista dei regali ti fa ripensare a chi sono le persone veramente importanti ed i pensierini che donerai son fatti con cuore e mani più che col portafogli. Quando le famiglie si riuniscono un pò per obbligo un pò per desiderio profondo, mentre gli amici lo fanno solo per il piacere puro di avere un’altra scusa per passare una serata tutti insieme.

Io e Natale ci siamo sempre amati tanto.
Però indubbiamente lui è sempre stato il più maturo della coppia: mi ha rispettato quando l’ho volontariamente usato, mi ha compreso quando ho detto che non l’amavo più e mi ha aspettato fino a quando non fossi stata pronta per fare la pace.
Quando decisi di trasferirmi a New York scelsi appositamente una data vicina a Natale per la partenza. Mi sembrava importante che il passaggio (un taglio netto verso un nuovo inizio) avvenisse in un momento speciale, per me, e lui si prestò al mio capriccio senza obiettare,  regalandomi il momento più solitario nella città più affollata.
Ricordo ancora la colazione a base di pancake surgelati di Aunt Jemima nella nuova casa di legno sul confine del New Jersey in cui ero rimasta sola, perchè tutti i coinquilini erano tornati a festeggiare nella propria patria. E poi le strade praticamente deserte della Big Apple, illuminata e rivestita a festa come non mai, splendida splendente, immersa in un silenzio irreale.
A quel tempo, Natale ed io, eravamo ancora una bella coppia e quei giorni sono stati fantastici.

Poi però cambiai destinazione: lo incontravo in un altro emisfero e cominciai a non riconoscerlo più. Il suo manto freddo costellato di lucine brillanti si era trasformato in un costume da bagno e poche palline decorative appese ad un albero fatto solo di spine. Il suo sapore di tortellini e lasagne e affettati e pandoro si era trasformato nel gusto insipido di un tacchino spelacchiato e un panettone che non è più “dolce delle feste” ma colazione di tutto l’anno. La sua allegria di voci che ridono sguaiatamente e parlano forte accavallandosi l’una sull’altra si era trasformata in poche frasi di cortesia, di quelle che servono più per evitare i silenzi imbarazzanti che per dirsi veramente qualcosa. Fu a quel punto che decisi di rompere con lui. La nostra relazione era cambiata drasticamente, non riuscivo più a godere dei momenti trascorsi insieme e mi sembrava avesse perso la sua essenza. Arrivai addirittura a dirgli che lo odiavo, però continuavo a fingere, “per mia figlia” dicevo, per lasciarla libera di decidere se a lei sarebbe piaciuto o meno senza influenzarla; ma forse lo facevo anche per me, per cercare di mantenere comunque sempre viva quella fiamma accesa tante decadi prima.

Fortunatamente mi sbagliavo, fortunatamente la sua essenza era sempre lì, anche quando io non riuscivo più a vederla, pronta a risvegliarsi nel momento più opportuno.
Quest’anno, dopo un trasferimento intercontinentale di massa, ancora in piena fase di assestamento, ho avuto la possibilità di rincontrare Natale nella stessa casa in cui ci eravamo conosciuti ed amati per la prima volta; siamo tornati a mangiare “il solito” nello stesso ristorante di sempre, circondati dalle stesse facce che nel frattempo si sono moltiplicate, così come gli schiamazzi e le risate; abbiamo fatto pace e ci siamo ripromessi amore, di nuovo.

La notte del 24 ho chiesto a mia figlia di indossare il pigiama nuovo, perchè così sarebbe stata ancora piu’ bella nelle foto ricordo sotto l’albero, proprio come la me bambina, immortalata nella mia camicia da notte di raso bianco con in mano la bambola Poldina appena scartata. Poi, quando si è addormentata, abbiamo messo i regali sotto l’albero, come i miei genitori facevano per noi, pronti per la sorpresa del 25… E dopo tutti a tavola con la famiglia materna, dove la nonna stavolta è stata ospite, perchè le sue condizioni fisiche – di gran lunga migliorate – non le permettono più di fare la executive chef ma sì di accompagnarci ancora!
Finito il caffè arrivano le visite: qualche vicino, un paio di cugini, ed è già l’ora di ripartire, diretti verso la tavola della famiglia paterna, quella più grande, chiassosa, golosa, divertente. Anche qui l’assenza di eredi esperti dell’antica tradizione pugliese hanno fatto scomparire dal nostro banchetto i piatti tipici ricoperti di miele, ma il loro ricordo continua ad impregnare l’aria come l’odore del fritto sui vestiti, riempie la pancia e fa bene all’anima.
E con questo senso di pace fatta, è più dolce anche la notte del 25…

E finalmente posso dire: bentornato Natale!

Nell’armadio virtuale paghi con le stelle

Mentre vedo che ad Arequipa continua ancora a crescere la “mia” Feria de las pulgas

(creata in vista del trasferimento in Italia e con la necessità di “disfarmi” di tutto il possibile perchè in valigia non ci sarebbe entrato granchè…), non posso dire lo stesso degli swap party, che invece non sono mai riuscita a far attecchire alle falde del vulcano.
Ma qui pare abbiamo preso tanto campo da diventare un vero e proprio business!

Io ho scoperto praticamente per caso l’armadio verde, addirittura leggendone su un blog spagnolo per rendermi invece conto che era un progetto tutto italiano. Un bel progetto in cui si scambiano capi d’abbigliamento (solo donna e bambino) come in un grande “swap party virtuale” (maggiori dettagli sul sito)
I prodotti vengono analizzati per attribuirgli un valore in stelline, a cui si aggiunge un costo che va da 3 a 15 euro massimo. Si trovano capi usati e nuovi con cartellino, di tutte le marche, divisi per taglie e stagioni.
Ovviamente, posseduta dalla mia passione/ossessione per il vintage e le 3R (Riuso, Riduco, Riciclo) l’ho provato subito!
Mi sono iscritta ed ho ricevuto subito 100 stelline omaggio per poter iniziare a comprare anche prima di aver inviato dei capi da scambiare e saperne il “valore”, cioè il mio budget stelline.

  • Ho scelto i vestiti che a mia figlia non stavano più, li ho lavati, stirati e messi in una scatola (li vogliono così, praticamente perfetti).
  • Ho prenotato il ritiro a casa per il giorno da me scelto e mi hanno mandato un codice a barre da stampare e attaccare sulla scatola.
  • Il corriere ha ritirato il pacco (la spedizione è gratis) e, una volta arrivato a destinazione, mi hanno detto che avrei avuto il “responso” in un paio di settimane.
  • Puntuali, sul mio profilo è apparsa la lista dei prodotti accettati e del loro valore in              stelline, oltre all’avviso che 2 capi erano stati rifiutati. Di questi capi dovevo decidere che fare: donarli ad un’associazione scelta da loro (sul sito si trova una pagina dedicata a HUMANA People to People Italia Onlus) oppure farmeli rispedire, stavolta pagando l’invio.
  • Adesso ho 124 stelline che posso spendere sul sito, scegliendo quello che voglio,  o accumularne altre con un nuovo invio di prodotti.
  • Per ora ho comprato 4 pezzi (di cui 2 nuovi e di marca) spendendo in totale 78 stelline e 22 euro. I capi sono arrivati a casa mia in pochi giorni, sempre gratis, in un’enorme scatola con il marchio e l’apertura facile per riutilizzo.

Risultato dell’esperienza: assolutamente positivo!
Il sistema funziona a meraviglia, si può scambiare quel che non si usa piu’ (o addirittura non si è mai usato, che con i bambini capita spesso…) e risparmiare un bel po`, oltre ad aiutare il pianeta.
E dato che il progetto spinge molto anche su questo – basti notare il nome – personalmente avrei forse scelto di limitare tutte queste spedizioni gratuite perchè ovviamente è allettante per il cliente (soprattutto la prima volta, quando non sa come andrà a finire…), però c’è anche il rischio che si lasci prendere la mano e spedisca magari in 3 trances quello che invece poteva dar via tutto insieme, oppure che compri “di più” perchè tanto c’è il reso gratis.
Ma io confido nel buonsenso dell’essere umano e so che chi sceglie questo tipo di acquisto, sicuramente alternativo al centro commerciale, ci penserà bene!

Tralascio poi qualche critica alle foto – deformazione professionale da ex responsabile visual per l’ormai stranota yoox.com – ma consiglierei di accettare metodi di pagamento alternativi alla carta di credito (io, per esempio, mi muovo soprattutto con paypal), però son dettagli perchè, come ho già detto, nel complesso sono soddisfatta:

che continui la produzione di stelline!

La scuola da sola non ce la fa…

Sconvolta? Arrabbiata? Delusa? Più che altro triste e perplessa per l’accaduto a scuola.

L’ennesimo problema che porta al bisogno di riunioni straorinarie dei prof e ovviamente al confronto con le famiglie.
Pochi giorni fa un ragazzino di 12 anni ci ha avvisato che gli erano spariti i soldi dalla tasca. Esattamente 130 euro. Cifra esorbitante da portare a scuola, certo, ma ha spiegato che erano un regalo del padre per il suo compleanno, che aveva dimenticato di lasciarli a casa e dunque erano rimasti nel giubbotto.
Nessun dubbio che il “ladro” fosse un compagno di classe perchè è proibito l’ingresso dei ragazzi in aule che non siano le loro ed i professori sono sempre lì a sorvegliare, anche durante la ricreazione.
Dopo una ricerca accurata (abbiamo svuotato i cestini della spazzatura e chiesto a tutti di controllare nei loro zaini e giubbotti) abbiamo minacciato di chiamare la polizia se il denaro non fosse “ricomparso” prima dell’ultima ora, nella stessa tasca da cui era sparito, nel giubbotto che avremmo lasciato appeso fuori, lontano da sguardi indiscreti.

Ho parlato di ennesimo problema perchè nelle due settimane precedenti avevamo dovuto confrontarci con:
– un caso di cyberbullismo in stile classico – due compagni che mettono in difficoltà un terzo, lo filmano e minacciano di pubblicare il filmato se non accetta condizioni tipo pagare le merende, regalare la bici eccetera –
– un caso di “pornografia scolastica” – ragazzine che raccontano esplicitamente le proprie esperienze in quaderni che circolano durante le lezioni e si scambiano foto delle suddette esperienze via whatsapp, fra compagni –
Già questo mi sembrava abbastanza, invece no, poco dopo eccoci a fare i conti anche con la questione del furto, proprio mentre in classe stavamo facendo un percorso sulla legalità ed avevamo anche invitato alcuni esperti per dare conferenze.

Dopo le riunioni in cui si decide il da farsi e come muoversi, è il momento di chiamare i genitori e raccontare tutto. Se per le madri delle ragazzine il sesso è parte della vita e non è grave se lo scoprono – troppo – presto (facendone però bella mostra sui social ed occupandosene magari durante le interrogazioni), i genitori dei bulletti di turno si lanciano invece addirittura in una minaccia velata agli insegnanti: ma se i malfatti accadono fuori dall’orario scolastico, voi perchè vi impicciate? Non sono cose che vi riguardano.
Adesso però, l’educazione che questi “signori” stanno dando ai propri figli riguarda anche noi professori invadenti e probabilmente troppo preoccupati per il futuro di questi giovani, perchè il furto è avvenuto IN CLASSE. Un baldo giovane ha deliberatamente deciso di far sparire i soldi di un vicino di banco, un compagno, perchè la parola amico chissà per loro cosa significa…

Quindi mi sento triste, perchè il nostro preoccuparci di questi adolescenti non soltanto per insegnargli il Teorema di Pitagora o la Divina Commendia ma magari anche qualche valore, è considerato un impicciarsi dei fatti altrui e anche un fastidio.
E resto perplessa perchè mi chiedo cosa insegnino alcuni genitori – non tutti, sia chiaro – ai loro figli.
Di una cosa però sono certa: educazione e rispetto si imparano (o no) in casa. Pensiamoci, prima di dare sempre la colpa alla scuola.
E intanto io, un occhio indietro e uno avanti, continuo a pensare: Ho lasciato situazioni che sembravano estreme, ma…

Quali sono, davvero, gli estremi?

 

“Mamme Italiane nel Mondo”, grazie!

Mamme Italiane nel Mondo – Prospettiva Editrice, 2018

Ci sono progetti che restano tali e altri che, invece, si realizzano rapidamente.

Uno di questi ultimi ha una faccia allegra piena di colore, una mole importante (420 pagine), ed un nome che dice già tutto di sè: Mamme italiane nel mondo.

Si tratta di un libro, un bel libro scritto da un gruppo di mamme che vivono lontane dal paese d’origine, di cui anch’io faccio parte. E’ un progetto nato quasi per scherzo e che invece non solo si è concretizzato, ma che sta addirittura superando le nostre aspettative! Si, perchè quasi ogni giorno compare una recensione nuova, un articolo di giornale (al momento è in lavorazione quello per Millionaire), un’intervista. (Leggetela qui per scoprire di cosa si tratta, come nasce e la sua finalità umanitaria, “scusa” perfetta per un regalo di Natale diverso e davvero meraviglioso).

Come meraviglioso è stato partecipare al progetto e oggi, quasi un anno dopo l’inizio dei lavori e un mese dopo la prima uscita, posso aggiungere nuovi tasselli alla lista del “cosa ho imparato dall’esperienza”. Tutte cose molto personali, che nascono dal profondo e nel profondo mi toccano. Come ad esempio la determinazione di queste donne (che per quanto dicano, sento spesso che a me invece manca), in particolare di Stella, curatrice del progetto, che ci ha creduto fin da quando lo ha sognato e non si è arresa finchè non è arrivata dove voleva (e chissà dove ancora vorrà arrivare…) portandoci tutte con sè.
Queste sono le due cose che vorrei far risaltare al momento (solo perchè tirarne fuori una di ognuna trasformerebbe il post in un altro libro):
VOLERE E’ POTERE e L’UNIONE FA LA FORZA.

Luoghi comuni, frasi fatte, pensierini new age. NO NO cari signori, qui si tratta della realtà!
Un bel gruppo di donne con una meta comune che hanno lavorato unite, nonostante tutte le loro differenze, e ce l’hanno fatta.
Per far parte del libro bisognava essere mamme, non solo donne expat, ed io sono diventata mamma sulle Ande, dove ero arrivata esattamente una decade fa, attratta anche da quell’idea andina di cui avevo letto tanto: la sorellanza.
Ecco, in maniera molto diversa dal previsto, sono riuscita oggi a sperimentare davvero questo modello utopico grazie alle 18 fantastiche compagne di viaggio con cui condivido l’esperienza e a cui voglio dedicare questo post (dato che finora non avevo mai parlato, qui, del nostro libro…)
Abbiamo collaborato tutte, ognuna secondo le proprie possibilità, senza mai voler primeggiare; abbiamo discusso senza mai mancarci di rispetto; abbiamo sempre messo tutto ai voti come in una vera democrazia; siamo rimaste unite nonostante le distanze spazio/temporali e ci siamo volute e ci vogliamo bene anche senza conoscerci di persona. Quindi oggi è a tutte loro che dico:

Grazie, per tutto quello che mi avete permesso di imparare.

 

 

 

 

Amo il cambio dell’armadio

Rinnovare il guardaroba, si diceva.

A volte per sfizio, vanità, o semplicemente necessità.
Io stavolta mi ritrovo in tutte le categorie, contemporaneamente.
Necessità perchè – come più volte ripetuto – nelle nostre valigie abbiamo messo di tutto tranne vestiti e quei pochi che ci siamo portati dietro non sono comunque adatti a quelle stagioni che ormai avevo quasi dimenticato…
L‘autunno,
con gli alberi che cambiano colore e riempiono i marciapiedi di foglie, trasformandoli in armi letali dopo una giornata di pioggia, arrivata senza preavviso in un orario qualunque.
(Ad Arequipa non ci sono alberi ma solo arbusti senza foglie e piove – 2 gocce – esclusivamente a gennaio/febbraio, nel pomeriggio.)
L’inverno,
con il vin brulè sorseggiato davanti ad un camino scoppiettante che riscalda l’aria gelata e fa diventare godereccio anche il freddo pungente, dal quale puoi comunque salvarti accendendo il riscaldamento.
(Ad Arequipa non esiste il riscaldamento ne’ tantomeno i caminetti, perchè non fa mai troppo freddo, a meno che non scendi al Canyon del Colca e allora puoi anche morire congelato, con un bicchiere di pisco in mano).

Autunno Inverno 2018/19

Ma adesso che siamo qua, all’arrivo del famigerato cambio dell’armadio, mentre le persone normali soffrivano… io godevo! Perchè in fondo in fondo sentivo la mancanza dell’odore del freddo, del piacere di usare un maglione di lana anche all’ora di pranzo e un paio di scarpe sapendo che poi non le rimetterò più fino all’anno successivo.
Perchè è facile dire: “Bella la primavera tutto l’anno e vivere su un’isola per stare sempre in costume e usare la stessa roba…”
Invece io vi assicuro che dopo un pò ci si stanca di non vedere mai un cambiamento anzi, penso seriamente che anche il corpo e la psiche ne risentano negativamente.
Ogni giorno di ogni mese di ogni anno sempre uguale: tiepido al mattino, caldo afoso nel pomeriggio, fresco la sera e freddo la notte. Che significa: t-shirt con maglioncino sopra e giubbotto sotto braccio. Tutto l’anno. Tutto gli anni. Riuscite ad immaginare la monotonia?!

In una situazione del genere le persone come me, che comprano e indossano più per necessità che per piacere, sono praticamente spacciate! Il loro (nostro) armadio rischia di non rinnovarsi per secoli ed effettivamente è quello che è successo a me… Che se anche ogni tanto partivo alla ricerca di uno sfizio, tornavo regolarmente a mani vuote perchè se compro, che almeno sia di qualità e buongusto. E finalmente ho trovato soddisfazione in queste settimane di rinnovamento, in cui abbiamo dovuto rifarci tutto: dalle mutande al pigiama!

Moda bimbi 2018/19

Maglioni di soffice lana merinos con colori caldi e accesi e tagli moderni (un po` troppe paillettes in giro per i miei gusti ultimamente, ma vabbè);
Vestiti longuette, caldi e morbidi, che puoi indossare senza che ti chiedano se sei incinta (e, se non lo sei, perchè ti vesti sgraziata e nascondi le forme);
Pantaloni larghi di tessuto anche altro rispetto al cotone, non sempre e solo il tremendo pantacollant (però lunghi, per favore, che questa storia di continuare ancora a congelarsi le caviglie per moda non ce la faccio proprio, infatti uso…)
Calzini allegri, pieni di colori e disegni, oppure brillosi che sembra tutto un 70’s dancehall (ho un debole per le calze, lo ammetto) e finalmente ADDIO al terribile calzino di spugna bianca sotto il mocassino nero;
Borse belle e resistenti, fatte bene, di tutte le forme e colori e di vera pelle (non più plastica usa e getta made in China o Gamarra);
Scarpe M O D E R N E per cui vale quanto sopra: la pelle, la qualità, la comodità, la resistenza e modelli eleganti davvero (basta scarpe con plateau in stile pornodiva alla festa dell’asilo mattutina)

Pianura Studio

 

Naturalmente ho comprato sia in negozio (i piccoli negozi di quartiere, preferibilmente di parenti e amici), sia online, ma da siti che valgono la pena, come per esempio l’armadio verde (di cui vi racconterò dettagliatamente più avanti) e finalmente siamo a posto. Pronti per affrontare un

magnifico, freddissimo, attesissimo inverno!

 

 

 

Di shopping e tempo per se stesse

Oggi voglio aggiungere un paio di tasselli all’incompletabile lista dei perchè abbiamo deciso di tornare in Italia, che non ho ancora stilato in maniera organizzata.

Tasselli apparentemente frivoli, ma che in realtà non lo sono. Perchè andare dall’estetista e a fare shopping (o semplicemente a guardare le vetrine) non si tratta solo di vanità, ma molto di più:

  • Significa che hai deciso di investire del tempofinalmente hai trovato il tempo – per te stessa!
  • Significa che hai trovato una situazione talmente sicura per i tuoi figli da lasciarli non solo per fare il tuo “dovere”, ma anche il piacere!
  • Significa inoltre che hai trovato dei posti (negozi, spa, ristoranti) che valgono la pena di lasciare i figli e regalarti del tempo.
Foto ad una vetrina nel centro di Arequipa

Ecco, per me fino a un paio di mesi fa, tutte queste cose non esistevano. Se volevo uscire da sola potevo lasciare la bambina con mio marito, ma dato che dovevamo fare tremila incastri fra i miei orari ed i suoi, preferivo evitare se non in caso di necessità o per l’unico svago che mi concedevo: una cenetta rapida dopo lavoro con la mia amica Anita. Appuntamento imperdibile solo per godere della sua presenza, non certo delle “prelibatezze” culinarie di una tarda serata infrasettimanale offerte da Arequipa (e solo chi ha letto il libro Mamme Italiane nel Mondo sa di cosa parlo) dove, appunto, nè le vetrine nè quel che vi si offre valevano la pena.

Arredo bimbo
Foto di una vetrina nel centro di Prato

 

Inutile ora ricordare che non sono una snob, fanatica dello shopping e ancor meno del lusso perchè sapete bene quanto io viva felice nel mondo delle 3R – Ridurre, Riutilizzare, Riciclare – ma a testimonianza che nemmeno i peruviani son soddisfatti di quel che trovano in giro, ecco che la mia prima uscita di shopping italiano è stata proprio con un’amica arrivata in visita dalla città Bianca!

Sara è arrivata per lavoro, solo un paio di settimane in giro per la penisola durante le quali mi ha convinta a perdere un giorno intero, dall’alba al tramonto, alla riscoperta di piaceri ormai dimenticati:
Colazione al bar con sano e delizioso succo di melagrana
Mattinata immerse nell’abbigliamento
Pranzo tipico toscano in rosticceria
Pomeriggio provando scarpe e poi dal parrucchiere
Cena a base di pizza con vera mozzarella di Bufala

Nel frattempo la bambina è rimasta coi nonni e così alla fine tutti erano contenti, anche il babbo che mi ha visto più rilassata e soprattutto con qualche capo adatto alla nuova stagione che ormai avevamo dimenticato: l’inverno. (Ma di questo parleremo in un altro post…)

Perdermi nelle vetrine

Io poi mi sono sentita meglio non solo nel corpo ma anche nello spirito, perchè effettivamente è vero che anche l’occhio vuole la sua parte e la bellezza a cui gli italiani sono abituati (spesso senza nemmeno rendersene conto) si esprime non solo nell’arte che ci circonda ovunque, ma anche nella passione con cui facciamo e viviamo.
E anche per questo…

sono contenta di essere tornata!

 

La foto di copertina è presa dal web. Se hai il copyright e vuoi che la tolga, contattami.

Apacheta andina in Calvana

Apacheta trovata sui monti della Calvana

Qualche settimana fa ho accompagnato una delle mie classe alla prima uscita dell’anno.

La gita era una passeggiata in montagna, programmata a inizio ottobre per essere “sicuri” di trovare ancora bel tempo. Il punto d’incontro stabilito era piuttosto lontano dalla scuola, quindi è venuta a prendermi una collega dato che “sono appena rientrata  in Italia e NON HO l’auto”.
Arrivate all’incontro mi sono guardata intorno e mi sono sentita completamente fuori luogo perchè “sono appena rientrata in Italia e NON HO portato via con me quasi niente…”

Giustificabile se si pensa che mettere 10 anni in poche valigie non è facile, bisogna fare una scelta attenta degli oggetti inseparabili e naturalmente la nostra scelta è ricaduta su: libri, tutto il guardaroba della bambina, libri, ceramiche e ninnoli peruviani, libri, la mia collezione di tacchi 28 quasi mai usati, libri e…praticamente zero abiti.
Però, vista da fuori, la situazione era abbastanza ridicola: vengo dalle Ande, ho scalato montagne di quasi 5000 metri, ho accampato nel deserto e vissuto nascondendomi da un sole malato con effetto laser e ora… mi trovo qui, a fare un trekking senza scarpe da trekking; con uno zainetto figo di pelle (fortunosamente ritrovato nell’armadio) anzichè il solito zaino superattrezzato da avventura; senza occhiali da sole nè cappello (tanto il sole di casa mia è sano) e con l’acqua in una bottiglietta di plastica perchè perfino le borracce le abbiamo lasciate in Perù, tanto poi si ricomprano…

In viaggio verso Riobuti

Così, mentre camminavo su per i sentieri che si snodano fra le montagne della mia terra, respirando un’aria nuova che odora di vecchio, accecata da un sole che rende il cielo di un colore diverso e riconoscibile, ammirando il panorama e la città in lontananza, nascosta da una vegetazione così verde e fresca come non vedevo da un decennio, mi sentivo completamente divisa in due.
Quella che ero prima e quella che ero adesso; quella che non c’era più ma che riappariva di nuovo; quella che ama/odia/riama/rioda le sue patrie senza logica di continuità e che si lascia affascinare dalla natura in tutti i suoi aspetti ovunque si trovi, perchè in fondo la Terra è una

Prato visto dalla Calvana

E proprio mentre ricordavo gli scritti appena letti sulla teoria che la lingua quechua e l’antico etrusco abbiano la stessa radice, ecco che Pachamama mi ha fatto una sorpresa meravigliosa:
– Prof che cos’è quello?
Momento sorpresa. Bocca aperta. Unica risposta possibile:
– Eh, in Perù si chiama Apacheta, qui non so. E non so nemmeno come ci sia finita, qui…
Una montagnola di pietre, perfettamente impilate una sull’altra, dalla più grande alla più piccola. Un rituale che in quechua si chiama appunto “Apacheta” e che ho realizzato infinite volte: un’offerta alla Pachamama o alle forze/divinità che vogliamo chiamare in nostro aiuto proprio in quel punto esatto del cammino.

                                                                Apachetas ad Aruba                                                                                                               

Chiunque abbia viaggiato per le Ande ne ha avrà viste in abbondanza, dall’Argentina alla Bolivia al Messico al Perù. Chiunque viva realmente il contatto con la Madre Terra in qualche momento della vita ha sentito la necessità di presentarsi a Lei, anche attraverso le pietre incontrate e raccolte lungo il cammino per ringraziare, chiedere aiuto o marcare un determinato momento.
Una meravigliosa metafora e, quel giorno, per me anche una meravigliosa sorpresa. Todos somos uno. E poi le note di Caifanes cominciarono a risuonare nella mia testa…

Para un alma eterna cada piedra es un altar“.

 

 

 

Ricordi, rassicuranti ricordi.

Quasi due mesi ormai che siamo in Italia. Rientrati in pianta stabile, quindi con mille cose in testa e per le mani da molto più tempo. Il tempo in cui ho abbandonato il blog, pensando ogni volta al nuovo post da scrivere ma che alla fine rimaneva solo un’idea nella lista:

  • Perchè abbiamo deciso di tornare in Italia
  • Le difficoltà di impaccare 10 anni di vita in poche valigie
  • Lasciare gli affetti che ormai erano diventati la nuova famiglia
  • Le difficoltà burocratiche per ottenere la mia cittadinanza in tempo (da mettere in relazione adesso con le difficoltà burocratiche per ottenere i documenti di mio marito)
  • Il delirio provocato da un errore (orrore) Iberia che ci ha fatto ritardare il volo di 6 giorni durante i quali non sapevamo se si partiva o no…

E poi il rientro:

  • Le difficoltà di ripartire assolutamente da zero, vivendo ospite dei genitori a 40 anni e con tutta la famiglia a rimorchio
  • La magia di trovare un lavoro meraviglioso e “sicuro” subito dopo l’arrivo, quando tutti dicevano che sarebbe stato impossibile
  • L’inizio della scuola per mia famiglia, entrata direttamente (e brillantemente, lasciatemelo dire!) in seconda elementare, coronando i nostri sforzi di educazione parentale temporanea
  • La goduria dei sapori italiani, le sagre, il mare sul finire dell’estate e l’arrivo dell’autunno

Ma soprattutto il recupero degli affetti: i vecchi amici che, anche se tu non ci sei mai, restano e ci sono sempre; i parenti lontani che sembrano invece improvvisamente così vicini e ovviamente la famiglia, una delle principali ragioni del rientro.
Quei vecchi brontoloni e rompiballe da cui sei scappata volentieri tante volte e di cui poco dopo sentivi la mancanza. I loro discorsi da bar, l’ossessione della tele di cui ti eri ormai liberata da decenni, i soliti meccanismi ed una routine che sembra sempre identica secolo dopo secolo, così noiosa… eppure così rassicurante.

Si, perchè ho scoperto che in fondo è rassicurante ritrovare qualche costante nel costante cambio. Anche le cose più banali, che sembrano sempre identiche nonostante gli occhi che le osservano siano sempre diversi, come l’odore di legno vecchio nella casa della nonna; la pasta messa in tavola al tocco in punto; la musica dalla terrazza del Circolo Arci che rallegra le calde notti estive con le finestre aperte; la stanza del camino in cui il povero camino fuma ormai solo una volta ogni mille; la soffitta stracarica di cose inutili ammonticchiate ad ogni nuovo rientro e prima di una nuova partenza; il tragitto casa/bottega, bottega/casa; la libreria impolverata, la collezione di bambolegli album di foto scolorite, la trapunta incartata nel cellophane, l’uccello che mi sveglia ogni mattina fin da quando ero ragazzina e mi porta a chiedermi:
ma quanti anni può vivere una tortora?

E quanti anni può vivere un ricordo?!

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