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figli misti, famiglie alternative ed idee geniali

Una notte all’inferno

Stare male in Sudamerica, non puoi permettertelo. In tutti i sensi.

I fatti:
E’ sabato, da ieri la nostra bambina sta male, la febbre non scende, il cellulare della pediatra (privata) è spento. Chiamiamo tre amici, ci facciamo dare il numero dei loro pediatri (privati): tutti spenti. Evidentemente i medici fanno il fine settimana lungo.
Attimi di panico… c’è un’unica soluzione: ospedale. E lì il dubbio: pubblico o privato?
Noi per fortuna abbiamo l’assistenza sanitaria, ma il pubblico… ci fidiamo? E’ nostra figlia oh, mica cazzi. Mettiamo in tasca la carta di credito e andiamo verso una delle migliori cliniche private della città, anche se ci vuole mezz’ora di macchina (e per fortuna non siamo a Lima!) e si sta già facendo tardi.

Arriviamo diretti alla visita (naturalmente non c’è coda), la stendiamo sul lettino impappato dei batteri di tutte le persone che si sono stese prima di noi perchè qui, ovviamente, non usa metterci  su la carta (nemmeno dal ginecologo l’avevo trovata!!) e non ho neppure il tempo di tirare fuori le analisi per mostrargliele che comincia a gridare:
“Appendicite! Dobbiamo operare! Subito! Potrebbe essere già peritonite, chiamate il chirurgo!
Ma voi avete idea dell’effetto che può avere una sentenza del genere sul cervello già annebbiato di una madre preoccupata perchè non sa che fare, con il cuore fra i denti e il culo stretto?
Quel dannato camice bianco, volenti o nolenti, ti fa sentire sempre un po` inferiore e nonostante la logica ti dica che quell’uomo non sa cosa sta dicendo, e che non l’ha nemmeno visitata prima di parlare, per un attimo comunque il dubbio (e il panico) ti invadono.

Mentre piango e dico “no”, stanno già chiamando il chirurgo. Che per fortuna si è allontanato un attimo. Giusto quell’attimo che ci permette di respirare, tornare in noi e scappare dalla rinomata clinica in cerca di una seconda opinione.
Dove andiamo? Senti, andiamo fra le persone normali, all’ospedale pubblico; dove le operazioni sono meno frequenti, probabilmente perchè non si pagano.
Confesso che appena sono entrata mi sono sentita come nell’inferno di Dante
Una coda di donne in pigiama o pollera  (la tipica gonna delle Ande n.d.a.) che tenevano in braccio gomitoli di lana da cui spuntavano un piedino o una mano mentre loro, con le teste coperte dai più svariati cappelli, li guardavano sgocciolandoci sopra il sudore della fronte o del naso.  Ho sentito un brivido e il desidero di scappare ed ho approfittato del fatto che le pochissime sedie fuori dalla porta fossero occupate per uscire con la mia bambina a prendere una boccata d’aria.

Quando è arrivato il nostro turno, siamo entrate insieme ad altre 2 mamme (“Entra solo la madre” – dichiaravano categorici i medici ad ogni nuovo appello), l’ho stesa sullo stesso lettino senza carta ed è iniziata la visita. Il dottore era una scheggia, domande e risposte fulminee mentre palpava, misurava, auscultava. Ha guardato le analisi che avevo portato (!), le ha dato qualcosa per abbassare la febbre (facendomi controllare personalmente che la confezione fosse ancora chiusa e non scaduta), ci ha mandato subito a fare un’altra analisi delle urine ed ha scartato l’ipotesi dell’appendicite.
Siamo uscite per andare a prendere il contenitore… avete presente quelle fialette di vetro con il tappo di gomma? Ecco, lì dentro doveva riuscire a fare canestro, dico, pipì… in un bagno dalle condizioni igieniche che non sto a dire e senza luce. Babbo è stato ad illuminarci con il suo cellulare mentre lei ha dovuto finalmente mettere in pratica la tecnica della pipì in piedi su tazza.

Circa 4 ore (e un’altra fiala di pipì) dopo, alle 2 di mattina, per fortuna siamo potuti tornare a casa, a differenza di quasi tutti i nostri piccoli compagni di sventura che invece sono rimasti in osservazione. Anche il figlio della mia vicina di sedia che, giusto per tirarmi su il morale, ad un certo punto mi fa: “Ha la febbre? La mia sorellina è morta per la febbre. Le è venuto un arresto respiratorio.” Ecco…
Adesso siamo alle prese con punture (che non aveva mai visto in vita sua, dato che noi dalle medicine cerchiamo di starci il più lontano possibile), e supposte dal modico costo di 45 soles (circa 13 euro) l’una; la pediatra sta “supervisionando” e posso decisamente dire che, nonostante tutto, ovviamente sono rimasta più soddisfatta del trattamento “da poveracci” che di quello da “nuovi ricchi”; però mi resta sempre un cruccio…

ammalarsi nel Terzo Mondo è un bel casino!

 

 

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La Maledizione del Libro Abbandonato

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Io e Gennaro eravamo amici.

Poi siamo anche diventati parenti, ma fondamentalmente eravamo amici.
Secondo un medium, abbiamo avuto un rapporto di alliev@/maestr@ durante varie reincarnazioni, ma la caratteristica comune a tutte è che eravamo amici.
Non ci vedevamo sempre perchè vivevamo ai poli opposti del pianeta, ma quando lui veniva da questa parte, passavamo ore ed ore a parlare e discutere. A volte di cose serie, a volte di sciocchezze, a volte di noi e a volte degli altri, del mondo intero. Quasi sempre facevamo progetti, sogni, alcuni dei quali son già stati realizzati mentre altri sono rimasti in parole o in appunti scritti qua e là.

Quasi tutti questi sogni avevano la forma di un libro.
Uno di loro, uno di quelli non ancora portati a termine, aveva esattamente la forma di QUESTO libro qua sotto:

Era un progetto di cui abbiamo parlato tanto, che volevamo prendere come ispirazione per qualcosa di simile ma più grande (Gennaro amava sognare in grande), in cui coinvolgere bambini e scuole, scrittura e disegno, storia e leggenda, mitologia greca e andina, e così via; ore ed ore di immaginazione e chiacchiere e lezioni da imparare e altrettante da insegnare.

Quando Gennaro se n’è andato per non tornare più, qualcuno si offrì di fare pulizia nella sua casa, per aiutarci a “mettere ordine” e conservare solo le cose importanti.
Ma che significa “importante“? E soprattutto, in base a cosa si decide?
ll libro in questione, che ancora sonnecchiava nascosto nella sua biblioteca da fare invidia a quella di Alessandria, non ha valore materiale, è vero, e forse nemmeno un interesse particolare per qualcuno, ma per noi si!
Per me e Gennaro, quel libro (che fortunatamente son riuscita a riscattare dal sacchetto delle cose inutili, prima che fosse portato via dagli spazzini), era importante. Eccome.

E non critico il fatto che chi ha cercato di dare una mano, ovviamente, non ne avesse idea, ma in generale penso che chi butta i libri nella spazzatura è proprio una brutta persona!
I libri si scambiano, si regalano, si “riciclano”, a volte si lasciano per strada, ben alla vista, cosicchè possano chiamare il loro nuovo custode, insomma: i libri si resuscitano, non si uccidono! Mai!
Quindi tremate, assassini di parole e pensieri, perchè la mia maledizione cadrà su tutti voi, esseri incoscienti:

Lunga vita ai libri e al rogo tutti i Giulio Cesari moderni!

 

n.d.a.: Ogni riferimento a fatti e persone è assolutamente reale, per questo i nomi sono stati cambiati o omessi.

Bagni Pubblici e Bambini

Era da un po` che volevo parlare della pipì nei bagni pubblici, ma ci sarebbe così tanto da dire che mi trattenevo.

Proprio come succede a volte, quando non c’è un bagno (o uno decente) nei dintorni, e ti trattieni. I bambini, invece, non ce la possono fare. E allora io, madre di figlia femmina, mi sono improvvisamente resa conto che non sono nata facendola “a squat”!
Sicuramente da qualcuno (mia madre?) ho imparato a fare l’equilibrista, a non toccare nulla, a farla con la borsa al collo tipo San Bernardo, a prendere bene la mira mentre allunghi la gamba per mantenere chiusa la porta rotta, a trovare resti di fazzolettini nelle tasche sfondate della borsa ecc. Ma quando è successo? E come? Esiste un campo d’allenamento?
Forse ingenuamente, ho sempre pensato che “Che fortuna con i figli maschi!” Perchè stando in piedi (almeno quando sono più grandini) il problema dell’appoggio non c’è. Sempre che non scappi la cacca, perchè allora sì, siamo tutti nella stessa…

Poi, l’altro giorno, ho trovato questo:

Il post dice che il cartello era in un bagno femminile, anche se il pene della prima figura è evidente… Fatto sta che si sono scatenati i commenti: è giusto obbligare gli utenti a sedersi su una tazza pubblica? E voi, come la fate?
Le fazioni che si son create erano:

  1. chi la fa senza appoggiarsi – La Maggioranza. (Qualcuna qui ha addirittura ammesso di riuscire a farla in piedi, complimenti!)
  2. chi ricopre la tazza di carta igienica prima di sedersi – Fetta intermedia
  3. chi usa i “coni” – La Minoranza. (Ammetto che il Go Girl non l’ho mai provato e non pensavo fosse tanto diffuso, anche perchè il mio amico dice che nel suo sex shop non si vende affatto bene…)

Ora, come ho già detto, io appartengo al primo gruppo, il partito dello squat, ma mia figlia è ancora troppo piccola, non ci arriva e qui i bagni a misura di bambino sono più unici che rari… Quindi passavo alla soluzione 2: mummificare la tavoletta, giusto per essere sicura che anche le mani, in posizione di appoggio, non avessero nessun contatto con il chissacchè. Ma questo non basta. (L’ho sempre sospettato ma sono un’inguaribile ingenua).
Nonostante qualcuno affermi che dal sedere non si prendono malattie, la mia amica ginecologa è di tutt’altro avviso e un giorno, mentre eravamo in giro insieme, alla domanda: “Ma secondo te, come posso fare?” Rispose semplicemente:
– Basta che la fai salire in piedi sulla tazza! –
E cavolo: L’ILLUMINAZIONE! Ma com’è che non ci avevo mai pensato?!
Confesso che il fattore civile (non sporcare il cesso con le scarpe) non mi ha proprio sfiorata, soprattutto perchè dove viviamo noi il concetto di igiene è particolare e non è che sia proprio un problema nazionale, ecco.

 

Bagno pubblico qualunque A PAGAMENTO. Il cartello già la dice lunga… (altro che lamentarsi di quello tedesco ahaha!)

Fatto sta che ho detto: “Dai, facciamo come dice lei! Sali su e fai pipì!”
Manco per sogno! Le è preso un attacco di nervi, guardava il gabinetto come fosse una piscina infestata di squali e nulla, non ha voluto provare.
Quando ho scoperto che un’altra cara amica (adulta eh!) usa questa tecnica, sono tornata all’attacco: “vedi, prova a fare come lei…”
Niente, la risposta era sempre: assolutamente no.
Alla fine, qualche tempo dopo, l’amica ginecologa è riuscita a convincerla e ci ha provato, ma ovviamente si è bagnata e quindi adesso non ne vorrà più sapere davvero.

Morale? Noi continuiamo con la carta (i copriwater non si trovano), che portiamo sempre con noi in perfetto stile peruviano, perchè come già dissi una volta: qui la carta igienica si trova ovunque meno che nei bagni

ma voi, vi siete mai arrampicate sul cesso?!

 

 

 

Censimento 2017: fermi tutti!

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Un giorno intero completamente libero in cui non puoi fare assolutamente nulla fuori di casa.

Un sogno? Si, che adesso può diventare realtà grazie al Governo Peruviano. Strano? Decisamente. Follia? Un po`. Ragione? Il censimento nazionale 2017.
E ora ve lo racconto con dettagli.

Domenica prossima ci sarà il censimento che si fa ogni 10 anni, e si fa in 1 solo giorno nelle città. Le zone rurali, invece, avranno bisogno di 15 giorni di lavoro, fatto solo ed esclusivamente da volontari. E per essere sicuri che nessuno scappi alla catalogazione, il Governo ha tassativamente proibito a chiunque di uscire di casa dalla 8 am alle 5 pm. Anche dopo che sarete stati censiti, non importa. Nessuno può muoversi, nessuno può andare a passeggio, nessun mezzo di trasposto può viaggiare. Praticamente le città dovrebbero essere completamente morte. (Staremo a vedere…) Pena? Ti portano in commissariato e ti tengono bloccato lì fino allo scadere del mandato (le 5 appunto).

E se già questo mi fa sorridere, poi vengono i dettagli davvero interessanti…
Prima di tutto la domanda che in questi giorni ha rivoluzionato i media: verrà chiesto a tutti i cittadini come si considerano: quechua, aymara, indigeno amazzonico, negro, mulatto, afro, meticcio, bianco o altro.
Assolutamente convinta che questa domanda servirà per scopi economici e politici, si conferma però anche il fatto che qui la razza conta. Eccome. Perchè a parte chi evidentemente appartiene a culture native come Aymara o Shipibo, il resto per me sono puri meticci; non solo mia figlia che è ovviamente un incrocio di razze, ma anche tutti gli altri, compresi quelli che vantano ad esempio la loro discendenza spagnola e solo per questo si definiscono bianchi.
Sono anni che nelle mie classi, quando arriviamo ad imparare le descrizioni fisiche in italiano, la prima domanda degli alunni è: “come si dice pelle color… ?” Eh no, ragazzi, non si dice. Non si guarda. Non importa! Fissatevi su altri dettagli per favore e preoccupatevi di descrivere i capelli, gli occhi, le taglie. E` più che sufficiente, credetemi!
Ma so che loro non mi credono

 

Poi però ci sono altre 2 domande che, secondo me, sono ancora più preoccupanti, perchè se il censimento è uno specchio della società, significa che i casi in questione sono ben più dell’immaginabile…
– la domanda se la settimana passata hai lavorato per aiutare l’economia della famiglia, è posta agli abitanti a partire da 5 anni
– la domanda su quanti figli hai, è posta alle “donne” a partire dai 12 anni.

 

E qui mi fermo. Come mi fermerò il 22 per vedere se davvero il mondo intero si fermerà anche lui, tranne gli addetti al censimento che, secondo i miei amici, non vanno mai fatti entrare in casa perchè spesso succede che, il giorno dopo, ti trovi la casa svaligiata.
Ah si, ovviamente Machu Picchu, invece, funzionerà normalmente.

Strano, no?!

E oggi ho perso. Ciao Andrea.

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E oggi invece ho perso, dicevo, ma abbiamo perso tutti: la società, il sistema, il genere umano.

Io ho perso un’alunna, il mondo ha perso una figlia  preziosa.
Andrea aveva 15 anni, una lunga vita da vivere e una breve vita già vissuta, troppo difficile e pesante per il suo piccolo cuore triste, che ieri ha smesso di battere. Senza che NESSUNO se ne accorgesse fino al giorno dopo. Senza che NESSUNO la portasse all’ospedale quando si lamentava dei suoi dolori. Senza che NESSUNO sia andato a darle il bacio della buonanotte, l’ultimo.

La prima volta che la vidi mi sembrò un fantasma, in ogni senso. Finita la lezione andai subito in direzione a chiedere che problemi avesse:
“E’ evidentemente anoressica, potrebbe avere problemi ai reni (lo dissi per i suoi occhi) e mi sembra anche piuttosto depressa.”
Mi dissero che stavano cercando da tempo di mettersi in contatto con la madre (che naturalmente non aveva mai pagato un centesimo alla scuola), però arrivava a casa alle 8 di sera, continuando ad ignorarla, e che quando andarono a bussare alla porta di casa sua, la signora si fece negare.
La scuola stava pensando di sporgere una denuncia per abbandono di minore, ma non ha fatto in tempo.

Sinceramente non credo che quella denuncia avrebbe fatto molta differenza… quelle che io e mio marito abbiamo sporto personalmente, non sono mai state prese in considerazione: mentre scopro che in Italia ti vogliono togliere i figli se non li vaccini, io continuo a vivere in un paese in cui invece non te li tolgono nemmeno se li ammazzi di botte. Letteralmente. Estremi opposti, entrambi esagerati, come tutti gli estremi.
Allora ripeto, non credo che sarebbe cambiato nulla per la giovane Andrea con quella denuncia, ma il dubbio rimane: e se invece qualcuno si fosse mosso? Se per uno strano miracolo fosse successo qualcosa, questa disgrazia si sarebbe forse potuta evitare? E il senso di colpa è inevitabile. Quel leggero, silenzioso,viscido senso di colpa che si insinua lentamente nella tua coscienza e ti fa pensare che, in fondo, un po’ di responsabilità ce l’hai anche tu, ce l’abbiamo anche noi, tutti.

L’ultima volta che l’ho vista stava seduta sui gradini del piazzale, con una tazza di tè caldo in mano, rifiutandosi di partecipare alle prove del nostro spettacolino. Mi ha risposto solo con un movimento della testa: “Andrea, vieni! ” Il suo no silenzioso è l’ultima, tremenda, immagine di lei che mi porto via. Che mi porta via. Perchè è difficile rimanere insensibili davanti ad una notizia come questa. E per me è difficile anche rimanere impassibile davanti alla madre che, senza una lacrima, senza un capello fuori posto, si è presentata ora si, per la prima volta, a scuola, a ringraziare per i soldi che abbiamo donato per il funerale.
Avrei tanta voglia di gridarle in faccia che è un’assassina, una di quelle della peggior specie. Un po’ come me, che non ho fatto nulla per evitare tutto questo.
E l’unica cosa cosa che vorrei dirle, adesso, è:

Perdonami, per favore. Perdonaci, se puoi.

P.S. La foto di copertina è il meraviglioso, straziante, film che stavo guardando proprio durante la notte della sua scomparsa:”Mommy”

Teatro a scuola. Oggi ho vinto io!

Melani in scena alla scuola “De la vida y de la Paz”

Melani ha un lungo ciuffo di capelli  sulla faccia.

Lo usa per nascondere i piccoli occhi a mandorla ed il sorriso che a volte le scappa, incontrollabile, sulla faccia da ribelle. Melani è una ribelle, l’animo più inquieto e critico di tutta la classe di teatro: 17 ragazzini adolescenti che in un paio di lezioni hanno tirato fuori tutta la loro incapacità di adattarsi ad un tipo di lezioni completamente fuori dall’ordinario.

Per il mio laboratorio da insegnante volontaria, avevo pensato ad un programa di pura pratica: esercizi per il corpo, per la voce, per la concentrazione e, soprattutto, dinamiche di gruppo per creare gruppi laddove gli insegnanti non ci sono riusciti. Volevo agire molto e parlare poco, senza stare lì a raccontare di come una ragazzina di 14 anni (la loro età) usciva correndo dal liceo per andare ai corsi di teatro con Pamela Villoresi che duravano tutto il pomeriggio e poi alle prove per gli spettacoli. Non avevo intenzione di condividere la paura del giorno in cui affrontai i miei genitori per dire “lascio biologia per studiare al DAMS e mi trasferisco a Bologna”; di parlare del laboratorio del Prof. Picchi che si faceva la sera e del volontariato con Eugenio Barba e l’Odine Teatret. Non immaginavo di raccontargli che la mia prima volta in Sudamerica sarebbe stata per lavorare con Paolo Magelli al Festival Iberoamericano di teatro di Bogotà. Non pensavo nemmeno di ricordare con loro la mia avventura di vita a New York quando, per lavorare con il Living Theatre a guadagno quasi zero, dormivo 4 ore per notte e alternavo il lavoro a scuola con quello al ristorante. Non volevo farlo e non l’ho fatto, perchè speravo che LA PASSIONE che trasmetto nelle mie lezioni fosse sufficiente e, soprattutto, contagiosa.

Leggenda Tolteca “La nascita del Sole e la Luna”

Ma non è stato così. Il laboratorio pratico è stato un fallimento totale e si è trasformato in lezioni teoriche (su suggerimento dei direttori) con “minaccia” di esami e voti. E allora rieccoci al punto di partenza: l’educazione che in realtà è solo un’obbligazione a fare, perchè in altro modo non si fa, nulla. Un’educazione che parla di libertà ma laddove chi la libertà non l’ha mai conosciuta, facilmente potrà confonderla con “faccio quello che mi pare“.
E questo è ciò che è successo: ognuno pensava di poter fare solo quello che voleva e tutti i suggerimenti per un cambio portavano solo infinite polemiche e discussioni.

Renzo e Jessica recitano in mezzo al pubblico

Melani era una delle più polemiche: aveva sempre da ridere su tutto, sempre un commento critico per tutto e questo mi piaceva un sacco! Non perchè sono pazza (ok, forse un po`, lo ammetto) ma perchè in realtà era quello che volevo: insegnargli ad uscire dagli schemi e pensare con la loro testa, anche solo per prendere appunti senza il classico “dettato”.
Quindi, quando ci hanno chiesto di preparare un piccolo spettacolo da presentare 10 giorni dopo (con solo 2 lezioni preparartorie), ho pensato: “Ecco, ci siamo! Ora ci provo… Melani, ti va di scrivere il testo insieme a me?”
Quando ha detto “SI” sono stata la persona più felice del mondo e ho pensato:

Oggi ho vinto io! E il teatro, forse, avrà salvato ancora un’altra vita

Quando i vicini fanno bene al cuore

Quer pasticciaccio brutto di via Merulana.

Il casermone di Acciaio in via Stalingrado a Piombino. Via francesco Caraccioli a Napoli e i suoi panni stesi alle finestre.
Immaginario culturale, note della musica d’autore italiana, sapore di casa. Roba che chi ci sta dentro non se ne rende conto, ma che a noi emigrati melaconici e lamentoni, in fondo manca sempre un po`.

Si, proprio noi, quelli che “è, l’Italia però…” non per dire che ci si stava meglio, ma perchè le radici alla fine son quelle: la pastasciutta, chiamare la nonna dalla finestra, le cene improvvisate con gli amici.
Noi, quelli che gli altri emigrati, atterrati in città più grandi o più multiculturali, accusano di non saperci adattare ma che, alla fine, un vino buono, un pezzo di parmigiano o un connazionale per fare due chiacchiere ogni tanto lo trovano sempre.
Noi, che a volte le parole nella nostra lingua non ce le ricordiamo nemmeno più, che viviamo da dieci anni circondati dalle stesse persone di cui non sappiamo nemmeno il nome, noi che ogni tanto abbiamo bisogno di un po` di umanità. E alla fine la troviamo. Per caso o per magia, sotto forma di un vicino!

Dopo 5 anni di vita solitaria in un palazzo deserto, finalmente al piano di sotto si è trasferito qualcuno che, per di più, viene da Roma. Dopo pranzo sale a prendersi il caffè per scambiare due chiacchiere (e perchè la moka ancora non ce l’ha!); mi regala basilico in cambio della focaccia che gli diamo noi, mi chiama dalle scale, lascia che mia figlia si fermi a cena da loro (vive con la fidanzata) e stende i suoi panni vicino ai miei. Quante cose sciocche e inutili, vero? Eh no, manco per niente.
Preparare le lasagne in compagnia e poi guardare insieme Non ci resta che piangere, adesso è tutta un’altra cosa. Sapere che loro sono qua sotto, che posso andarci quando voglio e che possiamo organizzare cose insieme, mi fa sentire meno sola. E meglio, molto meglio.
Perchè condividere è importante, quindi, ve lo consiglio:

Condividete, gente, condividete!

Pane E Olio Forever!

Bentornati tapper!

Eh si, cosí si chiamano (onomatopeicamente suppongo) i contenitori per alimenti che si usano per mandare il pranzo a scuola o al lavoro. In casa ne abbiamo una quantità esorbitante ma ultimamente non si usavano più, perchè la scuola offriva il servizio di un pranzo (teoricamente) bilanciato. E noi ovviamente usufruivamo del servizio.
Anzi, a dirla tutta, nel regolamento c’era scritto che il pranzo era obbligatorio comprarlo a scuola fino alla secundaria (le medie per intendersi) e che solo i più grandi potevano scegliere di portarselo da casa.
Poi però è venuto fuori che proprio la maestra dell’asilo portava da casa il pranzo per il suo figlioEalunno e allora sono cominciate le richieste (giustamente): “Ma perchè se lui se lo porta da casa, io devo mangiare quello che mi danno a scuola? Non mi piace!”

Quel “non mi piace” lasciava dubbi al babbo che, ovviamente, è abituato al sapore del brodo di trippa, mentre io (che le credevo perchè l’ho cresciuta a merende di pane e olio) ho continuato a spingerla per un po’ perchè… (egoisticamente, lo ammetto!) a me quel tempo faceva comodo!
Io non ho, come la maggior parte qui, la donna che aiuta in casa: preparo colazione, pranzo, cena ogni giorno; cerco di mantenere una casa decente; lavoro dal lunedì al sabato e una volta alla settimana faccio volontariato (un giorno vi racconterò anche di questo) e insomma, per me questo era un peso in meno ecco.

Ma ogni giorno era la stessa tiritera e quando arrivava a casa mangiava anche me… quindi abbiamo fatto un patto: chiediamo il menù della scuola e se vediamo che, effettvamente, ci sono cose non proprio allettanti, ti mando il pranzo da casa.
Ora, vedendo una merenda alle 10.30 am di brodo di zampe di pollo, pane e margarina o mais bollito, voi cosa avreste fatto?!
Io ho fatto un sospiro ed un lamento, ho rinunciato alle lezioni di yoga ed ho attivato la sveglia quaranta minuti prima del solito. Ho tirato fuori il suo portapranzo di Frozen e la meravigliosa valigetta di latta di Blafre portataci in regalo direttamente della Svezia!
Così, adesso, le mie giornate cominciano davanti ai fornelli e finiscono lavando i tapper per il giorno dopo.
E tutto questo mi ha dato l’ulteriore conferma che:

Non c’è niente di meglio che la DIETA MEDITERRANEA!

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