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figli misti, famiglie alternative ed idee geniali

Perù: un cameo ai mondiali 2018

Dopo 36 anni, il Perù torna a partecipare ai mondiali di calcio.

L’ emozione è comprensibile e il desiderio di fare business sull’emozione, pure.
Se i peruviani si erano inventati il “kit del papa” per omaggiare la venuta di Pancho, figuriamoci cosa non potevano tirare fuori dall’evento mondiali!

kit del papa exito
Per mesi le nostre vite sono state scandite dallo scandalo Paolo Guerrero (usa cocaina, si o no?) che ha messo in secondo piano ogni altra notizia, e dal mi manca/celo delle figurine dei Mondiali, che solo su questo ci sarebbe da fare uno studio a parte…

album panini russia 2018

Ma tu, hai l’album Panini originale o l’imitazione più economica? Hai finito l’album regolamente o ti sei comprato il paqueton per fare prima? E soprattutto: lo sai che si chiama albuM e non albuN, vero?!

Così, davanti al mercato ortofrutticolo, nasce il mercato nero delle figurine, dove quelle regolari te le danno a 5 per 1 sol mentre le “chiavi” (i numeri mancanti) valgono 2 soles ciascuna.

E nemmeno il supermercato vuole essere da meno: le grandi marche si trasformano in marche russe;

leche gloria

patate e cipolle pesano meno se le porti via con la borsa dei campioni;

perù mundial

all’uscita ti ricordano di sostenere la tua squadra

sodimac

e una volta fuori, ti allestiscono la sala per gli scambi di figurine del fine settimana.

real plaza

Tutti vogliono avere le magliette dell’evento

arriba perù

e va bene se lo fai volontariamente (me la sono comprata anch’io, pensate un po`!), ma davvero è normale che a scuola si obblighino i bambini ad insossarla il giorno della partita? Ai figli di amici hanno persino chiesto di portare un cuscino per andare a vedere la partita in giardino…

Sarà che a me del calcio non è mai fregato nulla, però vedere amiche che si fanno le unghie a tema


e non poter più nemmeno mangiare il prosciutto in pace… mi pare un pò eccessivo ecco!

braedt

Comunque alla fine non è andata male, perchè il Perù è stato buttato subito fuori dai mondiali e le magliette ora sono già a metà prezzo!
E intanto i media hanno anche un nuovo caso “Perù in Russia“: un tifoso che si è divertito a filmare i suoi pesanti insulti a tutte le ragazze sovietiche che incontrava per strada

E quasi quasi rimpiango il caso Guerrero

 

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Il (mio) mercatino delle pulci!

Che mi piacciono le pulci si sapeva!

Non quelle di cani o gatti, ma quelle degli oggetti vecchi con una vita già vissuta, tanta energia addosso e nuovi cammini ancora da percorrere. Perchè “riusare” o “riciclare” significa anche questo: non soltanto aiutare il pianeta – inquinando e producendo meno – o aiutare le persone a spendere meno, ma anche mantenendo vivi tutti quegli oggetti che hanno fatto parte di noi, della nostra casa, dei nostri cari e che spesso ci dispiace buttare via. Per questo continuiamo a tenerli lì, mentre occupano spazio e prendono polvere, inutilizzati ormai da secoli, eppure senza trovare il coraggio di farli sparire.
Attaccamento: un bisogno emozionale, non certo materiale.

E non sottovalutiamo poi i famosi regali inutili, quelli di cui non sai veramente cosa fartene o quelli incredibilmente brutti, per cui aspetti solo il momento buono per riciclarli, a volte con un leggero senso di vergogna, a volte con la paura di rigirarlo magari proprio a chi te lo aveva dato! Sembra una scemenza e invece è un dettaglio importante, da tenere sempre in considerazione: me lo ha insegnato la mia amica Renata (una maestra nell’arte del riciclo del regalo) con un  piccolo errore… Per il mio compleanno mi rifilò la sciarpa regalatale dai colleghi e che, sfortunatamente, mi aveva mostrato all’epoca per sottolineare il malgusto dei suddetti ed “il colore da vecchia” dell’oggetto. Non dissi niente, ringraziai educatamente e poi rigirai di nuovo la sciarpa a mia suocera. Ops!
Ovviamente anche a Renata restituii il favore, presentandomi al suo compleanno con il regalo fattomi dai miei, di colleghi.

Ma per ogni oggetto “eliminato” si crea spazio per uno nuovo… e sarà che il minimalismo giapponese non è proprio il mio forte, o sarà che in fondo le cose inutili, un po’ mi piacciono… ogni volta che c’è una Garage Sale nelle vicinanze, io mi ci fiondo. E mi convinco non solo di aver fatto un affare, ma anche di aver aiutato chi voleva liberarsi di quel pezzo kitsch a cui non ho potuto resistere. Insomma, alla fine mi sento di aver fatto del bene e io sono una persona così buona (e così piena di cose inutili) che la settimana scorsa ho deciso di moltiplicare questa donazione di bontà organizzando il mio primo “mercatino delle pulci”!
Ed è stato bellissimo!!

L’idea iniziale era solo una riunione fra amici, ma poi si è sparsa la voce e la gente ha cominciato a dire: “anch’io ho cose da buttare; io ho bisogno di soldini; posso partecipare anch’io? …” Non potevo certo dire di no.

Mikcao è un barettino che offre caffè e cioccolato organico deliziosi ma dove non va quasi mai nessuno, un po` di sana pubblicità poteva solo fargli bene, per questo hanno offerto il loro giardino come spazio libero per il mercatino.

La biondona che mostra libri (e indossa un mio vecchio vestito!) è la famosa Renata 😀

Ricardo è andato a noleggiare i tavoli per esporre le cose di tutti; gli amici del centro in cui lavoro ci hanno prestato i teli da stendere sui tavoli, un mobiletto e gli avanzi delle vetrine passate per decorare.


Ho stampato un paio di flyer, creato un evento su facebook e il gioco era fatto: ognuno con il suo piccolo spazio, vestiti buttati in ceste e scatole o ben organizzati sugli stand; bigiotteria, giocattoli vecchi, libri, occhiali da sole, borse, C’ERA DI TUTTO per i curiosi e compratori che sono venuti a trovarci domenica scorsa…

C’era la partita del Perù (evento che paralizza il paese intero da quando sono entrati ai Mondiali e che ho raccontato in un altro post) e quindi abbiamo messo il maxischermo…

C’era chi ha deciso di “uscire dal closet” e vendere la propria arte


C’erano bambini che si divertivano felici con giochi vecchi e ritrovati…

Ovviamente c’era la mia amica Renata, che ha litigato con il fidanzato quando si è accorto che aveva messo in vendita un suo regalo (si si, a volte lei esagera proprio…) e c’era anche una coppia di avventurieri argentini che vogliono arrivare in Alaska con il loro furgone ed i soldini raccolti solo suonando una chitarra e vendendo arte per strada.

O magari ad un festival come il nostro…
(Il prossimo post lo dedichiamo a loro e alla libertà: Andando America!)

 

 

 

La festa della mamma e le peggiori gaffe della mia vita.

Ieri in diversi paesi del mondo si è celebrata la festa della mamma.

Per quello che ricordo, in Italia non è mai stata la gran cosa (o perlomeno non a casa mia…) e in generale io non vado daccordo con queste ricorrenze fittizie e obbligate; mio marito lo sa e nemmeno lui è tanto “di cerimonie e smancerie”, eppure per questa occasione ha fatto un’eccezione. Pare infatti che da giorni stesse deambulando in giro per la città alla ricerca di un regalo per me (sorpresa!) secondo il racconto fattomi da un amico che, quando lo ha incontrato, gli ha detto: “Ho fortuna io, che devo preoccuparmi solo di mia madre.”
E qui la domanda sorge spontanea:
ma a chi è rivolta esattamente la festa della mamma?
A quella che ti ha messo al mondo?
A quella/e/o che ti ha allevato in assenza della prima?
Alla compagna che tu hai fatto diventare madre?
O semplicemente a tutte le mamme che circolano nella tua vita?

Non pensavo mi sarei mai posta il quesito, ma vivo in un posto in cui 2 mesi prima cominciano le campagne per il Dia de la Madre, la banca offre prestiti agevolati per fare un regalo speciale (anche se poi ho visto uomini comprare 4 regali assolutamenti identici per: madre, moglie, suocera, cognata – e lascio a voi al giudizio sulla profondità del presente) tutti abbracciano tutti e però, se mi guardo un po` intorno, le storie delle persone che mi circondano – alunni, pazienti, compagni di mia figlia, amici – racchiudono casistiche inimmaginabili che per forza ti portano a chiederti…
Ma è davvero necessario? 

Esempi di casi reali che conosco personalmente:
– La mamma di S. (9 anni) lo ha abbandonato un paio di anni fa. Non vuole più vederlo e adesso vive in casa di una cugina.
– La mamma di A. (14 anni) vive in Spagna con il nuovo marito e il suo fratellino, che lui non conosce. Non la vede da 8 anni e aspetta di diventare maggiorenne per andare a trovarla.
– La mamma di E. (34 anni) è scomparsa 20 anni fa. Non hanno mai più saputo nulla di lei e un mese fa è arrivato il certificato di morte presunta.
– M. (4 anni) è rimasta orfana di madre e padre l’anno scorso. Vive con il fratello maggiore.
– P. e A. preferiscono festeggiare la nonna che è sempre presente, a differenza della madre che torna a casa ogni tanto, fra un fidanzato e l’altro.
– F. invece, di madri ne ha 7: è cresciuto con la madre naturale, la nonna e le zie. Vivono in un’unica casa e tutte si fanno chiamare “mamma”. Ah, F. ha 48 anni.
– T. e Y. non conoscono le loro madri perchè furono rispettivamente: venduta la prima (e non è un modo di dire) ed allevata dalla moglie legittima del padre (!) la seconda.
– V. non parla più con sua madre da quando le impedì di denunciare il suo patrigno per violenza sessuale; R. neanche parla più con la sua, da quando la obbligò ad abortire.
– Y. è madre di C. ma lui non lo sa. Aveva 14 anni quando è rimasta incinta e così lo hanno spacciato per suo fratello
– Anche L. è madre ma non vuole esserlo, quindi ha affidato i due figli ai rispettivi padri e guai a chi glielo ricorda.

Ora, ammettendo che questi siano casi limite, anche se molto più frequenti di quanto ci si possa immaginare, continuo a chiedermi:
Ma è davvero necessario inventare una festa del genere? E’ utile? E soprattutto, è sano?!
Perchè a parte la scocciatura (per non chiamare le cose col loro nome) delle persone che magari semplicemente non hanno voglia di santificare per forza la madre
ma avete idea di quante figure di merda ho fatto io in questi giorni, nel tentativo di essere educata e partecipare alle usanze del luogo?!

Prossimo libro: La festa della mamma e le peggiori gaffe della mia vita. 

 

Drogati dal dentista. Trattamento innovativo per bambini.

demtista sedazione cosciente

Nella nostra clinica usiamo tecnologia di ultima generazione per il trattamento dei bambini.

Si va dal dentista. Uno nuovo. Speriamo che questo super metodo sia buono davvero.
Il primo appuntamento è solo per vedere cosa c’è da fare, tirar giù un preventivo ed eventualmente fissare la visita. La sala d’attesa è praticamente un parco giochi e appena finito di riempire una scheda di 8000 domande, ci facciamo una partita a calcio balilla. Poi l’assistente ci porta nell’ambulatorio, dove la porta, le pareti e persino il lettino sono tappezzati da immagini di cartoni animati. C’è anche un mobile pieno zeppo di giocattoli: “se ti comporti bene, dopo la seduta potrai scegliere quello che preferisci!”
Vabbè, lei si emoziona e apre la bocca felice. Io sorrido, che altro posso fare…
Dopo attenta analisi mi presentano il preventivo. Si può fare tutto in sole 2 sessioni: qualche cariettina, trattamento al fluoro, sostanza sigillante per i denti definitivi e “sedazione cosciente” a metà prezzo perchè sono “raccomandata” da un’amica.

Non ho capito bene la storia della sedazione“…
“E’ semplicemente un gas che li stordisce un po’, ma non si preoccupi, non è dannoso. Li fa sentire rilassati, come ubriachi (“borrachos” è ahimè uno dei termini più comuni nella cultura latina), e così non sentono male. L’effetto poi svanisce subito.
“Ma se io non lo volessi, questo gas non dannoso?!”
“Se la bambina è tranquilla non lo usiamo. Anzi, le faccio un altro preventivo.”
Risultato:
– Preventivo 1 (con gas): 750 soles senza sconto; 450 con sconto
– Preventivo 2 (senza gas): 250 soles
Mumble Mumble
Prendo l’appuntamento convinta che mia figlia è una roccia e apprezzando anche la pulizia, la gentilezza e altri dettagli che qui non si possono certo dare per scontato.

sedaciòn consciente

Il giorno della visita conosciamo la dottoressa, a cui dico subito che noi siamo bravissime e non avremo problemi anche senza gas.
La fanno stendere sul lettino e immediatamente le accendono un maxischermo sulla testa con il suo cartoon preferito (era una delle domande sulla scheda d’iscrizione). Una delle carie sembra profonda e lei si lamenta un po`.
“Signora dobbiamo usare il gas, e probabilmente anche l’anestesia“.
“Ma, insomma, se già mettiamo il gas, anche l’anestesia? Per una carie?! Ma è sicura?”
“Guardi, se è per il costo…”
“No dottoressa, non è per il costo. E’ che noi non siamo proprio abituati ad usare medicinali.
Lei però si lamenta di nuovo e la dottoressa innovativa comincia a sbraitare qualcosa che non capisco sotto la mascherina da cui spuntano solo gli occhi spiritati ed il naso rifatto alla francese che stona proprio in mezzo a quella faccia e, lo confesso, comincia ad infastidirmi. Mentre io sto spiegando a mia figlia cosa sta facendo e come funziona la storia del gas eccetera si incazza proprio (evidentemente capisce l’italiano) e mi apostrofa che non devo mica dire tutto a mia figlia.
I bambini non devono sapere, devono solo distrarsi così io posso lavorare”.
Ah beh!

Ho contato fino a 3: o la mando a cagare e me ne vado con il buco nel dente aperto, o faccio un pianto e un lamento ed evito di essere sempre la solita immigrata criticona davanti alla mia bambina. Ha vinto la seconda possibilità (non mi spiego ancora il perchè) e ho lasciato che finissero il “lavoro”.
Le hanno messo in mano due palline antistress di Frozen, una mascherina per spararle nel naso ossido di azoto (spero di tradurre bene) e nel frattempo continuavano a trasmettere il cartoon a volume massimo; così la dottoressa di ultima generazione ha potuto lavorare senza più disturbi o interruzioni. Un attimo prima di finire le hanno fatto comunque l’anestesia (non sono dentista e mi domando perchè) e alla fine le hanno fatto scegliere il suo regalo.

Quando siamo uscite mi sa che ero più stordita io di lei, che ha voluto fare un’altra partita a calcetto prima di andarsene. Mi hanno fatto firmare un’autorizzazione per l’applicazione del gas (dopo averlo già fatto) e solo allora ho preso realmente coscienza del fatto che il grande metodo innovativo consiste in realtà nel drogare i bambini per farli stare tranquilli…

Tutti mi rassicurano che non è dannoso, ma più tardi lei ha iniziato a dirmi che aveva voglia di vomitare e le girava la testa, quindi per la seconda seduta ho rifiutato tassativamente il suddetto gas, ho chiesto un po` di pazienza alla specialista in bambini ed ho parlato tranquillamente con mia figlia prima di andare. Non ci sono stati lamenti, nè problemi, nè effettiva necessità di rincoglionirla. E` stato più rapido della volta precedente e le hanno fatto scegliere lo stesso il premio. A me, invece, non hanno fatto scegliere il prezzo: mi hanno presentato il conto pari al preventivo 1 (con gas) e quando ho fatto notare l’errore…

Ah davvero non l’avete usato? Nessuno rifiuta mai. Allora aspetti, vado a chiedere alla dottoressa cosa devo fare!”

Viaggiare senza pargoli

Un anno esatto che riesco a fare (piccoli) viaggi senza figlia a seguito.

Forse sarebbe più esatto parlare di weekend, o al massimo weekend lunghi, ma sono pur sempre viaggi! E anche se la maggioranza son stati per lavoro o per aggiornare i documenti, avevano comunque la loro bella parte di “distrazione”…
A Cusco mi sono permessa ben due notti di follia con il mio amico Carlos: la prima al mitico Limbus, Restobar nel quartiere San Blas (che adoro), con vista sulla città e disponibilità di copertine di pile per godersela sulla terrazza fino a notte fonda.
La seconda sera siamo andati (addirittura!) a ballare: Ukukus è un ex centro culturale trasformato oggi in disco pub, ma sempre con la presentazione di vari spettacoli e concerti prima di dare libero sfogo alle danze da disco.


Poi, naturalmente, me ne tornavo nella mia camera d’albergo – scelta e pagata dal Centro che mi organizzava le conferenze – mentre a Lima ho avuto il massimo tuffo Back to the Future quando son stata ospite della mia amica Claudia, giovane e talentuosa stilista di moda ribelle a cui ho promesso di dedicare un post…

Claudia vive in un appartamento condiviso, con 2 amiche e 2 gatti, che mi ha fatto tanto ricordare i tempi dell’università, quando ognuno degli eterogenei coinquilini aveva un sogno diverso, tante idee per il futuro e ben poche certezze. Soprattutto nessuna su quello che si presenta adesso come il nostro presente.
E’ stato divertente passare un paio di notti insonni a ricamare, guardare video di cantanti e gruppi inimmaginabili e mangiare pan con palta a notte fonda (versione peruviana della spaghettata di mezzanotte). Intanto, però, osservavo tutto questo dal di fuori, cosciente di essere una spettatrice temporanea e che una certa realtà, ormai, non mi appartiene proprio più.

Così come non mi appartengono più le tipiche mete europee quali Londra.
La prima volta che l’ho visitata avevo 18 anni, 1 giorno e morivo letteralmente dalla voglia di conoscerla. L’anno scorso ci son tornata per l’ennesima volta, per andare a trovare gli amici che vi si son stabiliti e per fare un bel viaggetto con mio fratello; esperienza risalente ai tempi dell’infanzia e che in realtà si è poi ripetuta pochi mesi dopo, quando ha finalmente deciso (dopo un decennio!) di venire a trovarci in Perù.


Ma farci tutto il giro del paese da soli era troppo, così per un paio di tappe ho dovuto cedere e tornare a muovermi con marito+figlia al seguito, lasciando solo all’ultima settimana di viaggio del malcapitato la pace di:

mangio quando e cosa mi pare
esco di casa senza una borsa grande come una casa
se son stanca, mi riposo
stanotte mi leggo un bel libro
prendo il bus più economico anche se ci mette un secolo
mi faccio tutti i negozietti del centro senza pianti nè lamenti
passeggio sotto la pioggia

Poverino! Lui mica lo sapeva di essere la valvola di sfogo di una madre viaggio/repressa

Ed ora, invece, l’ultima grande “pausa” me la sono presa un paio di settimane fa, per qualcosa che davvero mi macava tanto… un ritiro spirituale con una famosa Curandera ultranovantenne: la mamita Maria Apaza.
Tre giorni sperduti nelle campagne circostanti Arequipa, scoprendo pratiche ancestrali, imparando nuovi metodi di sanaciones, ascoltando Quechua, mangiando sano, facendo la doccia fredda (diciamo gelata), meditando e canalizzando, conoscendo gente nuova e rilassandomi tanto che son riuscita a divorare dall’inizio alla fine il libro che mi ero portata. Esperienza unica e necessaria che racconterò presto presto con dettagli.

Stay Tuned!

Homeschooling Per Noi!

Son finite le vacanze estive (qui in Perù è estate) e io ho lavorato più che mai!

Fra una settimana ricomincia la scuola, ma noi abbiamo deciso di non andarci!
Molte volte mi avete sentito lamentare della situazione scuola da questa parte di mondo e qualche mese fa ho cominciato a leggere con piacere il libro Homeschooling, pensando che avrei usato questi mesi “vuoti” per fare una prova, per vedere come andrebbe se…
Per fortuna dall’ultimo viaggio in Italia mi ero portata dietro anche tanti libri di prima elementare (gentilmente regalati da maestre e amiche) per insegnare alla mia bambina a leggere, scrivere e fare un po` di matematica basica.

 

E così abbiamo fatto!
Tutte le mattine un paio di paginette, cominciando dallo stampatello e dando alle lettere nomi di oggetti che gli assomigliassero; abbiamo esplorato il corsivo grazie alle letterine Montessori che ho realizzato in cartone; abbiamo usato i numeri non solo contando le matite ma anche giocando “a vendere” e imparando a sommare per fare il totale e a sottrarre per fare i resti. Poi ci siamo sbizzarrite addirittura con basi di:
geografia (con un libro pieno di adesivi sulle particolarità di ogni continente)
storia (un altro libro adesivo sulla mitologia), informazioni sull’Egitto dopo l’acquisto di un sarcofaNo (come dice lei)
scienze (libro interattivo con pagine trasparenti che mostrano organi e sistemi del corpo)
arte (ancora un libro per “imitare” i grandi artisti e uno di moda da colorare perchè l’arte, in fondo, sta dappertutto!)

Nel frattempo abbiamo continuato le lezioni di musica alla Sinfonica di cui fa parte; le lezioni di pattinaggio con maestra russa e quelle di Kung Fu che avevamo abbandonato tanto tempo fa… Tutto questo per rassicurare chi, quando ti sente dire “educazione parentale” risponde: “Ma così non socializza!
Bene, quindi per voi l’aspetto più importante della scuola è la socializzazione? Allora se si riesce a sopperire a questo, la scuola non serve più a nulla?
E sia ben chiaro che non penso di essere “migliore” di una maestra (risposta alle maestre che si sentono toccate nell’ego durante le discussioni su forum vari), ma credo che se per ora posso evitare a mia figlia di svegliarsi troppo presto (qui i bambini si alzano alle 5 per prendere il pulmino in orario), stressarsi, stare in ambienti che, per tutte le esperienze vissute finora, non ritengo davvero adatti e dedicarle tutto il mio tempo, beh, io questo sforzo lo faccio!

Valigetta di cartone con manico e fiocco chiusura; 2 quaderni fatti a mano e un cellulare con fotocamera!

Perchè sia ben chiaro che tenere i figli a casa non significa “fregarsene”, anzi! In questi ultimi 2 mesi io non ho avuto nemmeno il tempo per depilarmi (ORRORE)! Ho continuato anche ad andare al lavoro ma quando sono a casa, a parte le ore sedute davanti ai libri, facciamo insieme le faccende domestiche,  cuciniamo, stendiamo i panni, giochiamo e inventiamo. Sì, perchè mentre io ritagliavo lettere e numeri, anche lei ritagliava per fare agende, borsette di cartone e, con il papà, ha creato anche il suo negozio personale.

Negozio in cartone con accessori da ristorante e cassa (non abbiamo ancorta capito se si tratti di un fast food o tienda de abarrotes :P)

Insomma, son sparita di nuovo ma non mi sono mai fermata un attimo! Ed ho usato il tempo che di solito destinavo ad insegnare ai figli degli altri, per insegnare invece alla mia. O forse per imparare da lei. E magari è solo suggestione, ma la vedo molto più tranquilla, curiosa e più amorosa del solito!
Ora confesso anche che non so se riuscirò a portare avanti questo progetto “per sempre”, perchè i dubbi continuano a divorarmi ogni sera prima di dormire…

ma per adesso sento che va bene così!

La Calvana al collo

C’era una volta una piccola montagna

che sovrastava il grande parco di Galceti, in cui si andava a giocare da bambini e a visitare il Parco di Scienze Naturali per vedere gli animali tipici della nostra terra, primo fra tutti il cinghiale!
Quella “piccola montagna” ha una storia che inizia circa 100 milioni di anni fa e racconta di conti (i Guidi, gli Alberti, i Bardi…), del Medioevo e del Rinascinamento (con i suoi terrazzamenti, i mulini ed i giardini pensili); è ricca di grotte e doline, vegetazione e animali di tutti i tipi, fra cui ultimamente prevalgono “i Pratesi dell’aperitivo a Villa Fiorelli”, razza a me ormai quasi sconosciuta perchè quando lasciai la mia terra e la mia gente (quei pratesi, appunto) a Villa Fiorelli si festeggiavano solo i matrimoni e in Galceti si andava la mattina per fare forca a scuola, oppure il pomeriggio per giocare nel prato grande e qualcuno la sera a fumarsi le canne.

Due decenni dopo ci son tornata, esattamente un anno fa, per farci giocare i bambini. Mia figlia ed i figli di tutti i cugini e gli amici che, come me, son cresciuti lontani, ed hanno deciso di riunirsi proprio lì, nel pratone di Galceti per giocare sulle altalene, vedere i pavoni del CSN, fare merenda con le schiacciatine del barrettino di tutta la vita (e immancabile EstaThe dell’infanzia) e raccontarsi come vanno le cose lontani da casa.
E fra una chiacchiera e l’altra, io e mia figlia ci facemmo anche una scalatina del monte.
“Mamma, sembra il Misti“, diceva lei.

Beh, insomma, i meno di 1000 metri della Calvana sono incomparabili con i quasi 6000 del vulcano che ci sveglia ogni mattina, però l’amore che gli Arequipeñi provano per la loro montagna potrebbe essere lo stesso che provo io per quella catena che mi parla dell’infanzia, di famiglia e amici. Quindi, prima di scendere, decimmo di portarci via un po` di pietre, ben stipate nella valigia per il loro viaggio oltreoceano. Ma non era sufficiente tenerle sul comodino e guardarle ogni tanto, così ho deciso: che anche la Calvana diventi internazionale!

Ho portato la pietra da un artigiano peruviano e mi ci son fatta fare una bella collana, per portare sempre con me il sapore e l’energia di casa!

Che dite, vi piace?!

Una notte all’inferno

Stare male in Sudamerica, non puoi permettertelo. In tutti i sensi.

I fatti:
E’ sabato, da ieri la nostra bambina sta male, la febbre non scende, il cellulare della pediatra (privata) è spento. Chiamiamo tre amici, ci facciamo dare il numero dei loro pediatri (privati): tutti spenti. Evidentemente i medici fanno il fine settimana lungo.
Attimi di panico… c’è un’unica soluzione: ospedale. E lì il dubbio: pubblico o privato?
Noi per fortuna abbiamo l’assistenza sanitaria, ma il pubblico… ci fidiamo? E’ nostra figlia oh, mica cazzi. Mettiamo in tasca la carta di credito e andiamo verso una delle migliori cliniche private della città, anche se ci vuole mezz’ora di macchina (e per fortuna non siamo a Lima!) e si sta già facendo tardi.

Arriviamo diretti alla visita (naturalmente non c’è coda), la stendiamo sul lettino impappato dei batteri di tutte le persone che si sono stese prima di noi perchè qui, ovviamente, non usa metterci  su la carta (nemmeno dal ginecologo l’avevo trovata!!) e non ho neppure il tempo di tirare fuori le analisi per mostrargliele che comincia a gridare:
“Appendicite! Dobbiamo operare! Subito! Potrebbe essere già peritonite, chiamate il chirurgo!
Ma voi avete idea dell’effetto che può avere una sentenza del genere sul cervello già annebbiato di una madre preoccupata perchè non sa che fare, con il cuore fra i denti e il culo stretto?
Quel dannato camice bianco, volenti o nolenti, ti fa sentire sempre un po` inferiore e nonostante la logica ti dica che quell’uomo non sa cosa sta dicendo, e che non l’ha nemmeno visitata prima di parlare, per un attimo comunque il dubbio (e il panico) ti invadono.

Mentre piango e dico “no”, stanno già chiamando il chirurgo. Che per fortuna si è allontanato un attimo. Giusto quell’attimo che ci permette di respirare, tornare in noi e scappare dalla rinomata clinica in cerca di una seconda opinione.
Dove andiamo? Senti, andiamo fra le persone normali, all’ospedale pubblico; dove le operazioni sono meno frequenti, probabilmente perchè non si pagano.
Confesso che appena sono entrata mi sono sentita come nell’inferno di Dante
Una coda di donne in pigiama o pollera  (la tipica gonna delle Ande n.d.a.) che tenevano in braccio gomitoli di lana da cui spuntavano un piedino o una mano mentre loro, con le teste coperte dai più svariati cappelli, li guardavano sgocciolandoci sopra il sudore della fronte o del naso.  Ho sentito un brivido e il desidero di scappare ed ho approfittato del fatto che le pochissime sedie fuori dalla porta fossero occupate per uscire con la mia bambina a prendere una boccata d’aria.

Quando è arrivato il nostro turno, siamo entrate insieme ad altre 2 mamme (“Entra solo la madre” – dichiaravano categorici i medici ad ogni nuovo appello), l’ho stesa sullo stesso lettino senza carta ed è iniziata la visita. Il dottore era una scheggia, domande e risposte fulminee mentre palpava, misurava, auscultava. Ha guardato le analisi che avevo portato (!), le ha dato qualcosa per abbassare la febbre (facendomi controllare personalmente che la confezione fosse ancora chiusa e non scaduta), ci ha mandato subito a fare un’altra analisi delle urine ed ha scartato l’ipotesi dell’appendicite.
Siamo uscite per andare a prendere il contenitore… avete presente quelle fialette di vetro con il tappo di gomma? Ecco, lì dentro doveva riuscire a fare canestro, dico, pipì… in un bagno dalle condizioni igieniche che non sto a dire e senza luce. Babbo è stato ad illuminarci con il suo cellulare mentre lei ha dovuto finalmente mettere in pratica la tecnica della pipì in piedi su tazza.

Circa 4 ore (e un’altra fiala di pipì) dopo, alle 2 di mattina, per fortuna siamo potuti tornare a casa, a differenza di quasi tutti i nostri piccoli compagni di sventura che invece sono rimasti in osservazione. Anche il figlio della mia vicina di sedia che, giusto per tirarmi su il morale, ad un certo punto mi fa: “Ha la febbre? La mia sorellina è morta per la febbre. Le è venuto un arresto respiratorio.” Ecco…
Adesso siamo alle prese con punture (che non aveva mai visto in vita sua, dato che noi dalle medicine cerchiamo di starci il più lontano possibile), e supposte dal modico costo di 45 soles (circa 13 euro) l’una; la pediatra sta “supervisionando” e posso decisamente dire che, nonostante tutto, ovviamente sono rimasta più soddisfatta del trattamento “da poveracci” che di quello da “nuovi ricchi”; però mi resta sempre un cruccio…

ammalarsi nel Terzo Mondo è un bel casino!

 

 

La Maledizione del Libro Abbandonato

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Io e Gennaro eravamo amici.

Poi siamo anche diventati parenti, ma fondamentalmente eravamo amici.
Secondo un medium, abbiamo avuto un rapporto di alliev@/maestr@ durante varie reincarnazioni, ma la caratteristica comune a tutte è che eravamo amici.
Non ci vedevamo sempre perchè vivevamo ai poli opposti del pianeta, ma quando lui veniva da questa parte, passavamo ore ed ore a parlare e discutere. A volte di cose serie, a volte di sciocchezze, a volte di noi e a volte degli altri, del mondo intero. Quasi sempre facevamo progetti, sogni, alcuni dei quali son già stati realizzati mentre altri sono rimasti in parole o in appunti scritti qua e là.

Quasi tutti questi sogni avevano la forma di un libro.
Uno di loro, uno di quelli non ancora portati a termine, aveva esattamente la forma di QUESTO libro qua sotto:

Era un progetto di cui abbiamo parlato tanto, che volevamo prendere come ispirazione per qualcosa di simile ma più grande (Gennaro amava sognare in grande), in cui coinvolgere bambini e scuole, scrittura e disegno, storia e leggenda, mitologia greca e andina, e così via; ore ed ore di immaginazione e chiacchiere e lezioni da imparare e altrettante da insegnare.

Quando Gennaro se n’è andato per non tornare più, qualcuno si offrì di fare pulizia nella sua casa, per aiutarci a “mettere ordine” e conservare solo le cose importanti.
Ma che significa “importante“? E soprattutto, in base a cosa si decide?
ll libro in questione, che ancora sonnecchiava nascosto nella sua biblioteca da fare invidia a quella di Alessandria, non ha valore materiale, è vero, e forse nemmeno un interesse particolare per qualcuno, ma per noi si!
Per me e Gennaro, quel libro (che fortunatamente son riuscita a riscattare dal sacchetto delle cose inutili, prima che fosse portato via dagli spazzini), era importante. Eccome.

E non critico il fatto che chi ha cercato di dare una mano, ovviamente, non ne avesse idea, ma in generale penso che chi butta i libri nella spazzatura è proprio una brutta persona!
I libri si scambiano, si regalano, si “riciclano”, a volte si lasciano per strada, ben alla vista, cosicchè possano chiamare il loro nuovo custode, insomma: i libri si resuscitano, non si uccidono! Mai!
Quindi tremate, assassini di parole e pensieri, perchè la mia maledizione cadrà su tutti voi, esseri incoscienti:

Lunga vita ai libri e al rogo tutti i Giulio Cesari moderni!

 

n.d.a.: Ogni riferimento a fatti e persone è assolutamente reale, per questo i nomi sono stati cambiati o omessi.

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