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figli misti, famiglie alternative ed idee geniali

Quando i vicini fanno bene al cuore

Quer pasticciaccio brutto di via Merulana.

Il casermone di Acciaio in via Stalingrado a Piombino. Via francesco Caraccioli a Napoli e i suoi panni stesi alle finestre.
Immaginario culturale, note della musica d’autore italiana, sapore di casa. Roba che chi ci sta dentro non se ne rende conto, ma che a noi emigrati melaconici e lamentoni, in fondo manca sempre un po`.

Si, proprio noi, quelli che “è, l’Italia però…” non per dire che ci si stava meglio, ma perchè le radici alla fine son quelle: la pastasciutta, chiamare la nonna dalla finestra, le cene improvvisate con gli amici.
Noi, quelli che gli altri emigrati, atterrati in città più grandi o più multiculturali, accusano di non saperci adattare ma che, alla fine, un vino buono, un pezzo di parmigiano o un connazionale per fare due chiacchiere ogni tanto lo trovano sempre.
Noi, che a volte le parole nella nostra lingua non ce le ricordiamo nemmeno più, che viviamo da dieci anni circondati dalle stesse persone di cui non sappiamo nemmeno il nome, noi che ogni tanto abbiamo bisogno di un po` di umanità. E alla fine la troviamo. Per caso o per magia, sotto forma di un vicino!

Dopo 5 anni di vita solitaria in un palazzo deserto, finalmente al piano di sotto si è trasferito qualcuno che, per di più, viene da Roma. Dopo pranzo sale a prendersi il caffè per scambiare due chiacchiere (e perchè la moka ancora non ce l’ha!); mi regala basilico in cambio della focaccia che gli diamo noi, mi chiama dalle scale, lascia che mia figlia si fermi a cena da loro (vive con la fidanzata) e stende i suoi panni vicino ai miei. Quante cose sciocche e inutili, vero? Eh no, manco per niente.
Preparare le lasagne in compagnia e poi guardare insieme Non ci resta che piangere, adesso è tutta un’altra cosa. Sapere che loro sono qua sotto, che posso andarci quando voglio e che possiamo organizzare cose insieme, mi fa sentire meno sola. E meglio, molto meglio.
Perchè condividere è importante, quindi, ve lo consiglio:

Condividete, gente, condividete!

Pane E Olio Forever!

Bentornati tapper!

Eh si, cosí si chiamano (onomatopeicamente suppongo) i contenitori per alimenti che si usano per mandare il pranzo a scuola o al lavoro. In casa ne abbiamo una quantità esorbitante ma ultimamente non si usavano più, perchè la scuola offriva il servizio di un pranzo (teoricamente) bilanciato. E noi ovviamente usufruivamo del servizio.
Anzi, a dirla tutta, nel regolamento c’era scritto che il pranzo era obbligatorio comprarlo a scuola fino alla secundaria (le medie per intendersi) e che solo i più grandi potevano scegliere di portarselo da casa.
Poi però è venuto fuori che proprio la maestra dell’asilo portava da casa il pranzo per il suo figlioEalunno e allora sono cominciate le richieste (giustamente): “Ma perchè se lui se lo porta da casa, io devo mangiare quello che mi danno a scuola? Non mi piace!”

Quel “non mi piace” lasciava dubbi al babbo che, ovviamente, è abituato al sapore del brodo di trippa, mentre io (che le credevo perchè l’ho cresciuta a merende di pane e olio) ho continuato a spingerla per un po’ perchè… (egoisticamente, lo ammetto!) a me quel tempo faceva comodo!
Io non ho, come la maggior parte qui, la donna che aiuta in casa: preparo colazione, pranzo, cena ogni giorno; cerco di mantenere una casa decente; lavoro dal lunedì al sabato e una volta alla settimana faccio volontariato (un giorno vi racconterò anche di questo) e insomma, per me questo era un peso in meno ecco.

Ma ogni giorno era la stessa tiritera e quando arrivava a casa mangiava anche me… quindi abbiamo fatto un patto: chiediamo il menù della scuola e se vediamo che, effettvamente, ci sono cose non proprio allettanti, ti mando il pranzo da casa.
Ora, vedendo una merenda alle 10.30 am di brodo di zampe di pollo, pane e margarina o mais bollito, voi cosa avreste fatto?!
Io ho fatto un sospiro ed un lamento, ho rinunciato alle lezioni di yoga ed ho attivato la sveglia quaranta minuti prima del solito. Ho tirato fuori il suo portapranzo di Frozen e la meravigliosa valigetta di latta di Blafre portataci in regalo direttamente della Svezia!
Così, adesso, le mie giornate cominciano davanti ai fornelli e finiscono lavando i tapper per il giorno dopo.
E tutto questo mi ha dato l’ulteriore conferma che:

Non c’è niente di meglio che la DIETA MEDITERRANEA!

Compleanno all’asilo

Evviva! Il compleanno è pronto!

(in realtà ormai è già andato, ma quel giorno è stata la prima volta che ho potuto fare questa esclamazione di giubilo!)
Reduce dei compleanni precedenti e sempre più convinta della necessità di cose semplici, naturalmente anche quest’anno abbiamo optato per la festa all’asilo.
I vantaggi li avevo già elencati nel compleanno # 5 ma quest’anno è andata ANCORA MEGLIO:
abbiamo abbattuto la “festa tematica” e abbiamo semplicemente scelto cose che ci piacevano perchè ci piacevano.

Gli inviti li ha voluti fare per forza, ma li ha fatti lei (quasi) da sola: buste e fogli A4 sagomati con forbice zigzag, colorati a mano e via.
Qualche decorazione riciclata (ho il vizio di mia nonna di non buttare mai nulla e in questo mi sento un po` peruviana…) e stuzzichini studiati anche per colorire il tavolo:


porcospini di formaggio, olive, wurstel; grissini ricoperti di cioccolato colorato; marshmellows allo spiedo (erano celesti ma nessuno si è lamentato) e poi mini pizzette, tartine di olive, alfajores, puppe di monaca (meglio note come meringhe )…

C’è sempre qualcuno che non sa resistere 😀

E così quando, mezz’ora prima dell’orario stabilito, era tutto pronto, con immensa felicità ho gridato quello di cui sopra: “Evviva! Il compleanno è pronto!

Anche la piñata è stato uno spasso stavolta: ho trovato il mitico “palloncino/piñata” (che a dirla fra di noi, vuoto e sgonfiato sembrava un enorme, orribile preservativo), con la bocca grande per farci entrare caramelle e coriandoli che poi si gonfia e al primo tocco esplode, lanciando le leccornie tutto intorno.


E allora è già il momento della torta: bavarese di fragola su base di cioccolato, la sua preferita. Unica decorazione richesta: la candelina di Frozen. Ci possiamo stare.  C’è stato solo un attimo di panico quando il babbo, orgoglioso, facendo il suo ingresso trionfale, si è trovato davanti un bambino che gli ha tirato una pallonata proprio sulle spruzzate di panna montata ed ha sibilato: “ora l’ammazzo!
Invece non c’è stato nessun morto, nè ferito lieve: tutto è andato per il meglio e alla fine anche noi ci siamo divertiti, dato che hanno partecipato anche i nostri amici, che sono anche amici suoi “nonostante – come dice lei – siano adulti“.


Un tocco personale io però l’ho voluto mettere lo stesso (deformazione da immigrata?): i piattini di pino fatti a barchetta e portati dall’Italia, invece di quelle orribili scatoline porta torta di plastica.
L’intento era ovviamente quello di fargli mangiare la torta in loco, invece di portarsela via, ma si sa: non sempre si può vincere.

Piano piano… e per ora:

Buon compleanno a noi!

Pasqua sui generi(s) p.2

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Si diceva: in questo affanno di crescere “bene” i propri figli,

forse  troppo spesso ci troviamo ad affermare “devi fare così” (o NON devi fare così), “devi essere così” (o NON devi essere così) buttandogli addosso – inconscientemente – i nostri traumi personali o le regole tipiche di un paese o di una cultura, sia che le vogliamo mantenere sia che le vogliamo stravolgere.
Ora, il paese da cui vengo e quello in cui vivo sono evidentemente lontani anni luce, ma non sarà che alla fine, chi in un estremo chi nell’altro, arriviamo allo stesso risultato, cioè: complicargli la vita nella ricerca del loro vero ed unico essere?!

Dall’altra parte del mondo vedo che la discussione si è già ribaltata e, come dice la mia amica Pitù, oggi non si critica più bambina = principessa a tutti i costi, ma l’opposta visione di bambina figa solo se snobba le principesse e si veste da dinosauro (cit. dal suo blog),
Qui invece siamo ancora ai livelli che se non la vesti di rosa e non le riempi la testa di fiocchi, fiocchetti e fiocchini sei una madre snaturata (vale lo stesso se hai un maschio e gli permetti di piangere davanti a tutti: orrore!)
Ma in sostanza mi pare che entrambi questi atteggiamenti a lungo andare provochino un simile effetto boomerang. E non lo dico perchè fa figo, ma perchè tutte le donne che vengono ogni giorno a chiedermi una terapia, alla fine si possono racchiudere in 3 semplici gruppi:

– la donna cresciuta con l’idea di essere una princessa, che come tale va trattata e quindi non solo non sa togliersi un dito di .. ma oggi, ultracinquantenne, continua ancora a cercare il principe azzurro che le salvi la vita.

– la donna cresciuta come ribelle, che per combattere il machismo deve evitare ad ogni costo di sentirsi una pricipessina debole e quindi decide di dimostrare al mondo che può crescere da sola i suoi 6 figli, senza necessità che questi conoscano i loro 6 padri…

– la donna confusa che probabilmente è … non riesce nemmeno a dirlo, però ha dubbi sulla sua sessualità ma l’estrema certezza che se si dichiara gay sarà rifiutata dal resto della famiglia e della società, così preferisce continuare a vivere una finzione qualunque.

E i maschi, in tutto questo?
Ovviamente fanno da controparte e allora avremo:
il piccolo principe cresciuto nell’illusione di dover aiutare tutte le fanciulle in difficoltà che incontrerà lungo il cammino (anche quelle che lo prenderanno a calci)

il macho che non ha mai pianto nè dimostrato i suoi sentimenti e crede che inseminare a caso sia sufficiente per dimostrare la sua “virilità”

– l’uomo confuso che probabilmente è … non riesce a dirlo, però ormai ha chiara la sua sessualità e la vive in segreto, perchè ha l’estrema certezza che se si dichiara gay sarà rifiutato dal resto della famiglia e della società.

Sono riduttiva? Può darsi, e allora questa sarà l’ennesima domanda che aggiungerò alla mia lista…

 

Pasqua sui generi(s) p.1

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(A titolo informativo: il post unico è stato ora diviso in due perchè le domande erano davvero troppe!)

E Pasqua sarà la scusa perfetta per tornare a parlare di “gender“.

Non perchè mi girano le scatole quando la maestra dice che le mamme hanno i capelli lunghi e i papà invece li portano corti (una persona che parla così davanti ad una mamma coi capelli evidentemente corti e che sa che il suo datore di lavoro – uomo – li ha sempre portati lunghi, deve avere ben altri problemi, mi pare…)

Non perchè poco tempo fa c’è stato un politico che ha avuto il coraggio di dichiarare che le tremende alluvioni che hanno distrutto mezzo paese sono state “semplicemente la punizione divina” (cito testualmente!) perchè LA Ministro dell’Educazione ha proposto, nel 2017, di parlare per la prima volta a scuola della “cosiddetta idelogia di genere” (i politici son soggettoni ovunque, si sa)

Ma perchè durante il classico pranzo di Pasqua (e scusate la divagazione) mio nipote, in piena fase pre-adolescenziale, dopo aver trangugiato la zuppa in silenzio ha lasciato la tavola ed è rimasto in terrazza per quasi un’ora. “A meditare”, ha detto sua mamma. Su cosa? Sulla sgridata che si è beccato prima di arrivare, perchè mentre camminava per strada “ha preso a braccetto sua sorella come se fosse un maschio”.
Occhi sgranati e bocca aperta ho balbettato: “In che senso? Non ho capito…”
E invece avevo capito eccome! Chi non capisce pare essere lui, che “non pensa che sua sorella è una signorina” e se i bambini maschi si prendono a braccetto in un modo, le bambine femmine invece in un altro. Non nego che qui mi sono illuminata: ecco perchè io ho sempre avuto più amici maschi: perchè le femmine non le sapevo prendere a braccetto!

Ora me lo immagino che state ridendo di me e pensate: “ma che cazzo dice?!” (anche se siete brave femminucce le parolacce vi scappano lo stesso, confessate), io però ancora (son dura lo so!) non riesco davvero a farmene una ragione.

In più, l’altro motivo di scazzo del RAGAZZINO è stato che ha dovuto trangugiare tutto quello che aveva nel piatto, incluso il pesce secco che gi fa schifo, perchè ormai è GRANDE e deve dare l’esempio.
Ora, a parte che non sono daccordo con questa tortura di dover mangiare per forza anche quello che ti fa schifo, chissà che razza di esempio ho dato allora io che, ormai GRADISSIMA (la parola vecchia non mi piace), e probabimente con gli stessi gusti, ho lanciato con nonchalance il pesce secco nel piatto di mio marito, davanti a tutti!

E la domanda che continuo a ripetermi è sempre la stessa:
MA PERCHÈ?
Perchè non li possiamo lasciare in pace, fargli mangiare quello che vogliono (nei limiti della decenza, chiaro) e aiutarli magari a scoprire così i propri gusti; farli essere quello che vogliono e trasformarsi tutte le volte che ne avranno voglia; farli giocare con quello che gli pare e vestirsi (e pettinarsi!) come decidono loro?

Le domande (a cui spero possiate aiutarmi a dare risposte), continuano nel prossimo post…

 

Lo shock culturale è roba seria

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Ci ho messo un secolo, è vero, ma lo shock culturale è roba seria…

Due mesi e passa di vacanza in Italia ti possono far perdere la ragione (o la voglia di ripartire!!), ma poi basta un attimo per tornare alla realtà. Basta salire su un aereo che punta all’altro continente e tutti i dettagli ti parlano. Ne ho scelti solo alcuni per stilare la mia lista semiseria di

INDIZI CHE STAI TORNANDO ALLA MENTALITA` LATINA

Capisci che ormai è finita quando:

  • la hostess ti offre GUISO di carne (carne letteralmente affogata in una salsa di pomodoro, cipolla ecc. accompagnata da riso bianco).
  • i tuoi vicini hanno nomi del tipo CHRISTOPHER (un’acca in più dove la possiamo mettere?!), JAQUELINE o MICHAEL (da pronunciare esattamete come scritto: giaqueline e miciael)
  • tutte le radio intorno a te si alternano sempre e solo fra Reggaeton e Cumbia (e davvero non sai cos’è peggio)
  • il correttore automatico del cellulare trasforma “cuoca” in “coca” 😀
  • camminando per strada in cerca di una pizza al taglio, trovi solo SALCHIPAPA (patate fritte con wurstel fritto), EMPANADAS o ANTICUCHOS (cuori di pollo cotti al carbone sul marciapiede)
  • al mercato chiedi il costo delle arance e ti dicono “6.50 al chilo”. Poi va tuo marito e gliele danno per 3.50 (lasciate ogni speranza o voi gringos che arrivate…)
  • la prima festa a cui ti invitano è una parrillada sul tetto e la prima persona che vedi è una signora tutta vestita in tonalità di bianco e grigio che però sfoggia un meravglioso calzino celeste con fiori gialli sotto la ballerina (la classe non è acqua, o tutti i gusti son gusti disse quello che se le schiacciava con il martello?!)
  • a scuola, dopo aver pagato l’iscrizione, la mensilità, la mensa, le medicine del pronto soccorso (e qui meglio se non commento), ti presentano una bella lista di almeno due pagine con: il materiale da comprare!!! (ma troppi post si sono già sprecati sul tema..)
  • la novità massima è che il rotolo di carta igienica viene con dentro… il rotolo di CARTAIGIENICA DA BORSETTA (perchè qui la carta da culo è ovunque meno che nei bagni!)
  • i tuoi amici ti fanno complimenti del tipo: “accidenti quanto sei bianca!” O meglio ancora: “Oh! Finalmente hai messo su un po’ di culo!” (Ma io li amo, per questo non li uccido.)

Ecco, io ho scelto solo dieci punti a caso, ma siete benvenuti se volete allungare la lista,

Chi più ne ha…

Cade il dente: topolino o fatina?

topolino del dente

Il primo dentino è caduto!

E da buona madre snaturata, io non c’ero!
Ci ho pensato una vita, da quando – tanti anni fa – vidi in un negozio fiorentino di oggetti di legno una meravigliosa scatolina “porta dentino” e pensavo chissà se potrò andare a comprarla, quando arriverà il momento
Magicamente è andata proprio così: siamo in Italia e da più di una settimana seguivamo i dondolamenti sempre meno lenti del dente (!) quando, il giorno prima di partire per Londra (prima volta che la lasciavo da sola per più di un giorno e una notte, con non poca angoscia, diciamo la verità), mi venne il dubbio. Allora dissi a mia madre: se per caso dovesse cadere in questi giorni, mettile questa sotto al cuscino insieme a qualche centesimo. Le avevo dato una grande moneta di cioccolato, avvolta in una carta dorata splendente perché una volta mia figlia mi aveva detto che la fatina dei denti porta monete luccicanti, ma di euro abbaglianti io, finora, non ne avevo ancora visti.

La reazione d’orrore di mia madre mi fece sorridere, come se di denti che cadono non ne avesse già visti in precedenza! Comunque nascose il monetone in un cassetto e disse “va bene”. Puntualmente, la mattina dopo, il dente se ne andò e quando me lo raccontò, per telefono, mi disse anche che la fatina l’avrebbe preso lasciando in cambio i soldi. Quindi mia madre, più tardi, mi chiese: ma il dente, rimane sotto al cuscino o scompare?!
Eh, se lei dice che scompare, facciamolo scomparire. Che ne so io…
Appena rientrata, e celebrato quel buchetto fra gli incisivi già abbastanza separati di per sé, le chiesi spiegazioni. E ancora una volta mi trovai a sentire le budella che si attorcigliano per via di quella dannata educazione gender che in certi paesi, purtroppo, è ancora molto, troppo forte.

Quindi la storia è questa: la maestra ha spiegato ai bambini che quando cade il primo dentino, se sei femminuccia arriva una fatina che si prende il tuo dente in cambio di una moneta;
se sei un maschietto invece, arriva un topolino che fa esattamente la stessa cosa.
E io mi domando, ancora una volta, MA PERCHE’?!
Perché la fata non può entrare in camera di un maschio? Perché la femmina deve aver paura di mostrare il pigiama a un topo?

Perché tutte queste differenze anche laddove, davvero, non ce ne sarebbe bisogno?
Vi prego, datemi le vostre risposte e/o idee perché io ho solo molti altri dubbi in merito,

che non esiterò certo a proporvi alla prossima occasione!

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Aspetta, Spera e…Immagina. La vita senza cellulare

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“Captain Fantastic”. Se non lo avete ancora visto, dovete farlo immediatamente!

 

Ce l’ho fatta!

A prendere finalmente una sim italiana (dico per quelli che mi stressavano).
A resistere oltre un mese senza cellulare (dico per me ed il mio strano esperimento).

Secondo me un modo per contattarmi in realtà c’è sempre stato, perché un telefono fisso in casa ce lo abbiamo ancora e whatsapp con il numero peruviano funzionava non appena trovava una wifi a cui attaccarsi.  Certo, quando ci si dava un appuntamento all’aperto o in un luogo pubblico non era possibile chiamare disperati al primo nanosecondo di ritardo, ma non certo per colpa mia! Io le cabine le ho cercate,  ma pare che tutti i telefoni pubblici siano estinti.
Allora facevo di necessità virtù ed andavo a chiedere in giro di fare una telefonata… ma mica gratis eh! Al barista gentile compravo qualcosa, al vinaio carino qualcos’altro, e così ho scoperto che esiste ancora gente a modo, che non tutti sono così abbrutiti come vogliono farmi credere e che puoi fare due chiacchiere anche con un emerito sconosciuto (io poi, che parlerei pure coi sassi! )

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Da non sottovalutare inoltre la pratica della pazienza e del “aguzza l’ingegno” quando la persona che aspettavo non c’era: l’unica soluzione era aspettare, sperare e anche immaginare! Insomma, io questo non avere il magico apparecchio, non l’ho vissuto certo come un trauma, anche se è vero alla fine che ho ceduto alle richieste genitoriali: un po’ perché a furia di vedermi sempre nel ruolo di Captain Fantastic  penseranno che son matta davvero; un po’ perché alla fine son qui anche per questo… riprovare a sentirmi un po’ bambina, un po’ europea, o forse solo italiana o addirittura pratese.

Io che ormai penso invece di non essere più né carne ne’ pesce.  Perché alla fine è così: quando stai fuori per tanto tempo diventi un ibrido,  un essere che vorrebbe sentirsi parte di qualcosa ma sa che non lo è; che cerca di adattarsi a qualcos’altro ma sa che non ce la farà. E alla fine non ti resta altro che provare ad essere quel che sei, come sei, dove sei e così magari un giorno avrai anche la fortuna di scoprire chi sei davvero

Io ancora non lo so.
So che hanno ragione quelli che (a causa di questi esperimenti estremi) mi definiscono antica, antichissima, terzomondista, rompipalle, esagerata e perfino zia! Però una cosa volevo dirvela, a tutti, e di questo ne sono sicura…

Da oggi ho un cellulare anch’io! 😀

 

Viva Viva la Befana

La befana non esiste…

in Perù come in molti altri paesi, ma noi l’abbiamo sempre festeggiata lo stesso, perché le tradizioni vanno mantenute, soprattutto se son belle!
Quest’anno però è stata tutta un’altra cosa, e non solo perché siamo qui dove tutti l’aspettano e la ricevono, ma perché eravamo nella stessa casa in cui anch’io, per tanti anni, l’ho aspettata e ricevuta!
E sembra nulla, ma in realtà è un’emozione in più diventare la befana proprio insieme a chi è stata anche la tua, mamma o babbo che fossero, o entrambi.

La prima calza è arrivata con qualche giorno di anticipo e mia mamma che dice: “nascondila nel mio armadio” mi ha fatto rivivere il momento di shock in cui scoprii che Babbo Natale non esisteva, perché vidi i regali nascosti proprio in quello stesso armadio. E un brivido mi è passato lungo la schiena mentre chiudevo lo sporto, dopo essermi però assicurata che fosse ben nascosta in un sacchetto e sotto ad altre borse, per evitare appunto errori già commessi

Il 5 gennaio siamo andati tutti insieme all’evento “Aspettando la befana“, organizzato dallo storico Circolo vicino a casa in cui la cena sociale (8 euro per un buffet per oltre 200 persone, bambini esclusi) si concludeva con l’arrivo di un’attrice che impersonava la famosa vecchina e regalava a tutti i bimbi una calza rigorosamente senza carbone.
In realtà pensavo che mia figlia avrebbe capito subito che era una farsa e quindi quando l’ho messa a letto ho detto qualcosa sull’imminente visita a casa nostra, ma lei mi ha sorpreso dicendo: “E perché dovrebbe venire, se la calza me l’ha già data?

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Mi sono emozionata di nuovo e mi ha riempito di tenerezza vedere come la volontà di credere alla magia sia comunque più forte della razionalità. E questa è la risposta che posso dare adesso a quel babbo che, pochi giorni prima, mi ha chiesto:
Ma perché gli raccontiamo queste balle? Tanto un giorno lo scopriranno e ci diranno che li abbiamo solo presi in giro…”
Io dico che forse ci ameranno per averli aiutati a credere, per aver dato speranza alla magia ed esserci trasformati in un personaggio speciale che gli ha portato doni fondamentalmente senza motivo, solo per celebrare il fatto che nel mondo dei bambini tutto è possibile.
Anche che strani personaggi si intrufolino in casa tua non per portarti via qualcosa, ma per lasciarti invece un paio di caramelle e (nel nostro caso) anche un po’ di frutta.

Ed è inutile dire che le grida di gioia mattutine per l’ovetto Kinder hanno spazzato via ogni dubbio!

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