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Lo shock culturale è roba seria

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Ci ho messo un secolo, è vero, ma lo shock culturale è roba seria…

Due mesi e passa di vacanza in Italia ti possono far perdere la ragione (o la voglia di ripartire!!), ma poi basta un attimo per tornare alla realtà. Basta salire su un aereo che punta all’altro continente e tutti i dettagli ti parlano. Ne ho scelti solo alcuni per stilare la mia lista semiseria di

INDIZI CHE STAI TORNANDO ALLA MENTALITA` LATINA

Capisci che ormai è finita quando:

  • la hostess ti offre GUISO di carne (carne letteralmente affogata in una salsa di pomodoro, cipolla ecc. accompagnata da riso bianco).
  • i tuoi vicini hanno nomi del tipo CHRISTOPHER (un’acca in più dove la possiamo mettere?!), JAQUELINE o MICHAEL (da pronunciare esattamete come scritto: giaqueline e miciael)
  • tutte le radio intorno a te si alternano sempre e solo fra Reggaeton e Cumbia (e davvero non sai cos’è peggio)
  • il correttore automatico del cellulare trasforma “cuoca” in “coca” 😀
  • camminando per strada in cerca di una pizza al taglio, trovi solo SALCHIPAPA (patate fritte con wurstel fritto), EMPANADAS o ANTICUCHOS (cuori di pollo cotti al carbone sul marciapiede)
  • al mercato chiedi il costo delle arance e ti dicono “6.50 al chilo”. Poi va tuo marito e gliele danno per 3.50 (lasciate ogni speranza o voi gringos che arrivate…)
  • la prima festa a cui ti invitano è una parrillada sul tetto e la prima persona che vedi è una signora tutta vestita in tonalità di bianco e grigio che però sfoggia un meravglioso calzino celeste con fiori gialli sotto la ballerina (la classe non è acqua, o tutti i gusti son gusti disse quello che se le schiacciava con il martello?!)
  • a scuola, dopo aver pagato l’iscrizione, la mensilità, la mensa, le medicine del pronto soccorso (e qui meglio se non commento), ti presentano una bella lista di almeno due pagine con: il materiale da comprare!!! (ma troppi post si sono già sprecati sul tema..)
  • la novità massima è che il rotolo di carta igienica viene con dentro… il rotolo di CARTAIGIENICA DA BORSETTA (perchè qui la carta da culo è ovunque meno che nei bagni!)
  • i tuoi amici ti fanno complimenti del tipo: “accidenti quanto sei bianca!” O meglio ancora: “Oh! Finalmente hai messo su un po’ di culo!” (Ma io li amo, per questo non li uccido.)

Ecco, io ho scelto solo dieci punti a caso, ma siete benvenuti se volete allungare la lista,

Chi più ne ha…

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Cade il dente: topolino o fatina?

topolino del dente

Il primo dentino è caduto!

E da buona madre snaturata, io non c’ero!
Ci ho pensato una vita, da quando – tanti anni fa – vidi in un negozio fiorentino di oggetti di legno una meravigliosa scatolina “porta dentino” e pensavo chissà se potrò andare a comprarla, quando arriverà il momento
Magicamente è andata proprio così: siamo in Italia e da più di una settimana seguivamo i dondolamenti sempre meno lenti del dente (!) quando, il giorno prima di partire per Londra (prima volta che la lasciavo da sola per più di un giorno e una notte, con non poca angoscia, diciamo la verità), mi venne il dubbio. Allora dissi a mia madre: se per caso dovesse cadere in questi giorni, mettile questa sotto al cuscino insieme a qualche centesimo. Le avevo dato una grande moneta di cioccolato, avvolta in una carta dorata splendente perché una volta mia figlia mi aveva detto che la fatina dei denti porta monete luccicanti, ma di euro abbaglianti io, finora, non ne avevo ancora visti.

La reazione d’orrore di mia madre mi fece sorridere, come se di denti che cadono non ne avesse già visti in precedenza! Comunque nascose il monetone in un cassetto e disse “va bene”. Puntualmente, la mattina dopo, il dente se ne andò e quando me lo raccontò, per telefono, mi disse anche che la fatina l’avrebbe preso lasciando in cambio i soldi. Quindi mia madre, più tardi, mi chiese: ma il dente, rimane sotto al cuscino o scompare?!
Eh, se lei dice che scompare, facciamolo scomparire. Che ne so io…
Appena rientrata, e celebrato quel buchetto fra gli incisivi già abbastanza separati di per sé, le chiesi spiegazioni. E ancora una volta mi trovai a sentire le budella che si attorcigliano per via di quella dannata educazione gender che in certi paesi, purtroppo, è ancora molto, troppo forte.

Quindi la storia è questa: la maestra ha spiegato ai bambini che quando cade il primo dentino, se sei femminuccia arriva una fatina che si prende il tuo dente in cambio di una moneta;
se sei un maschietto invece, arriva un topolino che fa esattamente la stessa cosa.
E io mi domando, ancora una volta, MA PERCHE’?!
Perché la fata non può entrare in camera di un maschio? Perché la femmina deve aver paura di mostrare il pigiama a un topo?

Perché tutte queste differenze anche laddove, davvero, non ce ne sarebbe bisogno?
Vi prego, datemi le vostre risposte e/o idee perché io ho solo molti altri dubbi in merito,

che non esiterò certo a proporvi alla prossima occasione!

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Aspetta, Spera e…Immagina. La vita senza cellulare

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“Captain Fantastic”. Se non lo avete ancora visto, dovete farlo immediatamente!

 

Ce l’ho fatta!

A prendere finalmente una sim italiana (dico per quelli che mi stressavano).
A resistere oltre un mese senza cellulare (dico per me ed il mio strano esperimento).

Secondo me un modo per contattarmi in realtà c’è sempre stato, perché un telefono fisso in casa ce lo abbiamo ancora e whatsapp con il numero peruviano funzionava non appena trovava una wifi a cui attaccarsi.  Certo, quando ci si dava un appuntamento all’aperto o in un luogo pubblico non era possibile chiamare disperati al primo nanosecondo di ritardo, ma non certo per colpa mia! Io le cabine le ho cercate,  ma pare che tutti i telefoni pubblici siano estinti.
Allora facevo di necessità virtù ed andavo a chiedere in giro di fare una telefonata… ma mica gratis eh! Al barista gentile compravo qualcosa, al vinaio carino qualcos’altro, e così ho scoperto che esiste ancora gente a modo, che non tutti sono così abbrutiti come vogliono farmi credere e che puoi fare due chiacchiere anche con un emerito sconosciuto (io poi, che parlerei pure coi sassi! )

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Da non sottovalutare inoltre la pratica della pazienza e del “aguzza l’ingegno” quando la persona che aspettavo non c’era: l’unica soluzione era aspettare, sperare e anche immaginare! Insomma, io questo non avere il magico apparecchio, non l’ho vissuto certo come un trauma, anche se è vero alla fine che ho ceduto alle richieste genitoriali: un po’ perché a furia di vedermi sempre nel ruolo di Captain Fantastic  penseranno che son matta davvero; un po’ perché alla fine son qui anche per questo… riprovare a sentirmi un po’ bambina, un po’ europea, o forse solo italiana o addirittura pratese.

Io che ormai penso invece di non essere più né carne ne’ pesce.  Perché alla fine è così: quando stai fuori per tanto tempo diventi un ibrido,  un essere che vorrebbe sentirsi parte di qualcosa ma sa che non lo è; che cerca di adattarsi a qualcos’altro ma sa che non ce la farà. E alla fine non ti resta altro che provare ad essere quel che sei, come sei, dove sei e così magari un giorno avrai anche la fortuna di scoprire chi sei davvero

Io ancora non lo so.
So che hanno ragione quelli che (a causa di questi esperimenti estremi) mi definiscono antica, antichissima, terzomondista, rompipalle, esagerata e perfino zia! Però una cosa volevo dirvela, a tutti, e di questo ne sono sicura…

Da oggi ho un cellulare anch’io! 😀

 

Viva Viva la Befana

La befana non esiste…

in Perù come in molti altri paesi, ma noi l’abbiamo sempre festeggiata lo stesso, perché le tradizioni vanno mantenute, soprattutto se son belle!
Quest’anno però è stata tutta un’altra cosa, e non solo perché siamo qui dove tutti l’aspettano e la ricevono, ma perché eravamo nella stessa casa in cui anch’io, per tanti anni, l’ho aspettata e ricevuta!
E sembra nulla, ma in realtà è un’emozione in più diventare la befana proprio insieme a chi è stata anche la tua, mamma o babbo che fossero, o entrambi.

La prima calza è arrivata con qualche giorno di anticipo e mia mamma che dice: “nascondila nel mio armadio” mi ha fatto rivivere il momento di shock in cui scoprii che Babbo Natale non esisteva, perché vidi i regali nascosti proprio in quello stesso armadio. E un brivido mi è passato lungo la schiena mentre chiudevo lo sporto, dopo essermi però assicurata che fosse ben nascosta in un sacchetto e sotto ad altre borse, per evitare appunto errori già commessi

Il 5 gennaio siamo andati tutti insieme all’evento “Aspettando la befana“, organizzato dallo storico Circolo vicino a casa in cui la cena sociale (8 euro per un buffet per oltre 200 persone, bambini esclusi) si concludeva con l’arrivo di un’attrice che impersonava la famosa vecchina e regalava a tutti i bimbi una calza rigorosamente senza carbone.
In realtà pensavo che mia figlia avrebbe capito subito che era una farsa e quindi quando l’ho messa a letto ho detto qualcosa sull’imminente visita a casa nostra, ma lei mi ha sorpreso dicendo: “E perché dovrebbe venire, se la calza me l’ha già data?

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Mi sono emozionata di nuovo e mi ha riempito di tenerezza vedere come la volontà di credere alla magia sia comunque più forte della razionalità. E questa è la risposta che posso dare adesso a quel babbo che, pochi giorni prima, mi ha chiesto:
Ma perché gli raccontiamo queste balle? Tanto un giorno lo scopriranno e ci diranno che li abbiamo solo presi in giro…”
Io dico che forse ci ameranno per averli aiutati a credere, per aver dato speranza alla magia ed esserci trasformati in un personaggio speciale che gli ha portato doni fondamentalmente senza motivo, solo per celebrare il fatto che nel mondo dei bambini tutto è possibile.
Anche che strani personaggi si intrufolino in casa tua non per portarti via qualcosa, ma per lasciarti invece un paio di caramelle e (nel nostro caso) anche un po’ di frutta.

Ed è inutile dire che le grida di gioia mattutine per l’ovetto Kinder hanno spazzato via ogni dubbio!

Aria di festa, aria di casa

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Castello dell’Imperatore, Prato. Foto (bellissima!) di Monica Castelli

È già passato un secolo dall’ultimo post…

Non certo perché mancassero la voglia o l’ispirazione, ma il tempo quello si. E adesso,  invece di riempire i buchi lasciati in sospeso (lo farò eh!), preferisco incidere quasi “in diretta” le prime sensazioni del rientro in Italia.  Un rientro sempre temporaneo, si sa, ma questa volta per godersi appieno il Natale e le feste.  E anche il freddo.
Ho sempre detto che a me questa storia del Natale al caldo non piace; chiamatemi tradizionalista, ma io le lucine preferisco vederle brillare su alberi veri, circondati da sciarpe e cappelli e magari festeggiare sotto la neve, non in spiaggia.  Ecco perché l’idea di zizzolare dal freddo…mi allettava proprio!

Una bella mattinata d’inverno, di quelle dal freddo come spilli sul viso, con il sole splendente che fa brillare la brina sui campi…vuoi mettere?!
Svegliarsi con la luce che filtra dalle tapparelle, quando non solo hai dimenticato cosa sono le tapparelle, ma anche gli infissi…vuoi mettere?!
Uscire a piedi per andare al forno a comprare la schiacciata calda, e vedere che le auto addirittura si fermano per lasciarti attraversare…vuoi mettere?!     Un bel bagno caldo in vasca (per non parlare del bidet!)…vuoi mettere?!
E dato che non di solo pane vive l’uomo, bisogna anche andare a rifarsi il guardaroba invernale (che noi ormai da mezzo decennio non sappiamo nemmeno più cos’è’ il freddo) e provarsi i vestiti mentre tua figlia è finalmente tranquilla con i nonni…vuoi mettere?!

Certo, mi costa e sinceramente per questa stagione non penso che ce la farò a catapultarmi nel mondo del largo e corto (pantaloni alla caviglia, perdonatemi!), però poco a poco sto invece rientrando nel meccanismo della spazzatura esageratamente differenziata, dove il cartone del latte va nel sacco arancio e il tappo del cartone del latte va in quello giallo.  E non so se mi sorprende di più vedere tanti sacchi diversi, o semplicemente il cartone del latte… che da anni lo ricordo solo in forma disidratata, addolcita e messa in lattina; quella stessa lattina che poi finirà indifferenziata nel fiume che scorre sotto casa, perché ai nostri vicini piace così, lanciare la spazzatura dalla finestra! Vicini che, ovviamente, pensano e sono tutti uguali, e dove la strana (non solo straniera) sono io, mentre qui continuo a camminare in una babele di lingue e colori che,  personalmente, mi fa sentire parecchio a casa.

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Moda autunno/inverno 2016

Poi, purtroppo, ho dovuto ricominciare anche a vedere – e soprattutto sentire – la TV (ma avete idea di quanto BENE si viva senza l’inquinamento mentale della TV?! E badate che ve lo dice una laureata in Linguaggio Radio Televisivo eh!), i discorsi a vanvera, le polemiche, i pianti ed i lamenti… un po’ perché l’italiano se non si lamenta non è italiano; un po’ perché si vorrebbe sempre di più e un po’ perché siamo ancora abituati male.
Lo so, ora direte che io son qui solo in vacanza e sono appena arrivata e che ne so, però credetemi: ci son posti in cui si può stare anche molto, molto peggio e sinceramente….

casa mia, la mi pare dimorto bella!

 

 

Fashion Crimes in Perù, part 2

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Quando ho letto il post di Nadja, mi son rotolata dal ridere.

Mi sono sentita sollevata del fatto che qualcun’altro la pensasse come me e che quindi, forse, non sono l’unica criticona guastafeste. Poi ne abbiamo parlato ed abbiamo deciso che (ovviamente) dovevo dare anch’io il mio apporto alla sua ironica critica sui “Fashion Crimes in Perù”. Quindi riporterò la lista degli “orrori” che quotidianamente la scuotono (come dice lei) ed aggiungerò, sotto, le mie note. Ahahahah!

  1. LE SPALLINE. Sì, proprio loro. Dagli anni ’80 con furore, le giacche con le spalline sono un must have. 

E dove si mettono le spalline, direte voi? Ma ovviamente nell’abito elegante, quello da usare al matrimonio del fratello, rigorosamente con camicia bianca e cravattone a tinta unita! Insomma, roba che mio nonno ai suoi tempi era più moderno ecco.

2.  I LEGGINGS non sono pantaloni. Questa verità pensavo fosse universalmente riconosciuta. E invece…

…e invece in un paese dove la moda (peraltro immutabile e immutata da anni) dice che il pantalone deve starti addosso come il budello intorno alla salsiccia, i leggings diventano la forma più comoda e moderna per sentirti… all’avaguardia.

3.  I CALZINI BIANCHI in spugna. Magari sotto abiti eleganti . Cari uomini, no. Non si fa. Brutti brutti. Non ve lo ha detto nessuno vero? Mi spiace ma è un grosso NO.

Uomini, dice lei, ma anche donne! Perchè se il calzino di spugna sotto il mocassino è ridicolo in un uomo, immaginatevi sotto la scarpa col tacco! Eddai!

4.  FANTASIE, COLORI E RIGHE usati senza criterio alcuno. Va bene la libertà di espressione soprattutto nella moda, ma uno specchio non ce lo avete a casa?! 

A me personalmente, poi, irrita non soltanto il mix di fantasie e colori, ma anche quello di tessuti. Ok che ad Arequipa il clima è strano e se la mattina è estate, la sera diventa inverno, però vedere gente che va in giro con i sandali, la gonna lunga di lana e il top con laccetti… davvero, mi urta i nervi!

Incontro allegro in cevicheria. Esemplare di moderno macho andino.

5.  LE SPALLINE TRASPARENTI nel reggiseno. Si vedono. Qualcuno ve lo doveva pur dire. Sono brutte. Sono illegali. Se non lo sono lo dovrebbero essere. Ma cosa vi viene in mente eh?!

Ma questo vale per chiunque e in qualunque spazio del globo terracqueo: ve lo confermo, le spalline trasparenti fanno davvero cagare!

6.  LE PINZE PER CAPELLI. Si usano, se necessario, in casa o dal parrucchiere. Non si portano in giro così dai, ma davvero?! E qui le vendono pure animalier, che vanno per la maggiore! Sono un MUST. O fosforescenti. Aborro!

Ma dato che al peggio non c’è mai fine, ecco allora che camminando per strada vi potrà capitare di vedere non solo la sciura che sta in negozio con i bigodini, ma addirittura mamme che portano a scuola i figli con la spazzola intera arrotolata nella frangia! Scene da film imperdibili.

 

7.  TACCHI ALTISSIMI alle 7 del mattino. Ammessi solo se state rientrando da una festa durata fino al giorno dopo. In caso contrario è un NO assoluto. 

E se state rientrando da una super festa in cui il taccone ed i lustrini erano inevitabili, fate lo sforzo di pagare un taxi, perchè vedere la brutta copia di Melania Trump che viaggia in combi fa veramente Fantozzi. Poi, in generale, provate anche a pensare che c’è un look adatto per ogni occasione…

Festisabores Arequipa 2016
Festisabores 2016: alla fiera gastronomica nel parco, di mattina e con 40 gradi, ma perchè non usare un hard total black?!

8.  A proposito di scarpe. LE DECOLLETÈ CON PUNTA LUNGA, lunghissima, erano brutte pure quando erano di moda. Mi fanno sanguinare gli occhi. Per favore, buttiamole eh!

Che poi io mi domando, ma davvero son comode? Perchè se i cobradores di combi (ovvero quelli che letteralmente buttano le persone dentro e fuori da queste specie di autobus gridando “appiccicatevi, appiccicatevi!” n.d.r.) le usano per lavorare, allora forse dovrei provarle anch’io! (Naturalmente è puro sarcasmo eh)

 

9.  LA NAIL ART. Quella pesante. Unghie a mandorla lunghissime e con colori e disegni improbabili. Ma come fate a casa?! E’ una domanda seria! 

Ebbene si, la mania per le unghie disegnate è una vera e propria malattia che, ovviamente, ha contagiato tutte: dai 5 ai 105 anni le peruviane (di città) sfoggiano con orgoglio queste mani improbabili e i “nails holes” spuntano come funghi ad ogni angolo. Osignur!

10. LE BAMBINE CON I TACCHI e truccate. Questo proprio è forse il peggiore. Ma che vi hanno fatto di male eh!? Ma lasciatele in pace e compratevi una bambola no?

Vabbè, se però poi fra le bambole scegliete Paolina… allora di che stiamo a parlà?! (E qui prometto un post a parte perchè davvero mi sembra un problema serio!!)

Io la chiamo “la zocco-bambola” e… purtroppo ce l’ho in casa, sig!

11. LE TAGLIE DEI VESTITI. Se non le sapete chiedete gentilmente alle commesse. Perché devo rischiare di essere uccisa da un bottone della vostra camicia eh?!

Qui però entra in gioco l’antropologia. Sappiamo che per alcuni popoli “grande è bello” e “stretto è pure meglio”, ecco quindi svelato il mistero del piacere di vivere risucchiate dall’ abito!

Titolo: un compleanno qualunque. Sottotitolo: quando la nonna si sente bene avvolta nel verde

12. LE CROCKS. Sono ciabatte santo cielo!! Che ci fai al supermercato con quelle?! Chi è stato a sdoganarle per l’esterno eh!?

Bene, quando deciderete di togliere le ciabatte per andare a comprare il pane, per favore non dimenticate di fare lo stesso anche con il pigiama, si?!

Ora, sperando che nessuno si sia sentito offeso, preferisco non rincarare la dose aggiungendo nuovi punti a questa già esauriente lista che però, davvero, non si poteva evitare.

Perchè prima o poi qualcuno deve pur dirglielo…

 

Halloween sulle Ande

E passò anche Halloween.

E sinceramente penso che sia stato il primo che ho vissuto davvero… perchè quando abitavo negli States mi godevo il clima, ma ero troppo grande per fare il “porta a porta”; invece ieri ho accompagnato mia figlia ed i miei nipoti a cercare di riempire le loro zucche di plastica. Non è stato facile, ma ce l’abbiamo fatta!
Ora, non chiedetemi da cosa erano mascherati i ragazzi perchè, sinceramente, non lo so.
Il cugino maggiore lo dichiarava spudoratamente e il suo travestimento era soltanto un cappuccio nero, occhi dipinti di nero ed un martello di legno in mano.
La cugina del mezzo aveva un vestito da strega ed un cappello tipo 4NonBlondes dei tempi d’oro.
La cugina piccola doveva essere Minnie Strega, ma di Minnie non aveva voluto indossare le orecchie nè il trucco, solo il vestito e poi un cappello a punta che è durato 10 minuti, perchè nel vortice della folla le cadeva e non ce la poteva fare.
Io avevo addirittura riesumato il mio vestito da Trilly (e scusate ma che gioia rinfilare un pezzo che indossavi a 19 anni! Aaaaah!) ma non ho fatto in tempo ad andare a casa per cambiarmi… quindi dal lavoro direttamente alla strada.

E la strada era praticamente inondata da un’orgia di bambini e genitori che si infilavano in tutti i negozi possibili gridando “Dulce o truco?” Molti allunagavano il dolce, ma tanti altri si limitavano alla solita scusa del “Non ne abbiamo più”. Purtroppo la mia foto nella ressa è venuta uno schifo, ma era veramente fantastico vedere una vetrina inondata di dolci con su appeso un cartello che dichiarava che erano finiti…


Chi davvero voleva contribuire è andato a cercare tutto quel che aveva, e allora ci siamo ritrovati con in mano anche delle bustine di zucchero; ma il più bello è stato il dentista, che aveva preparato delle meravigliose confezioni di marshmallows per l’occasione. Strano non ci abbia appiccicato anche un biglietto da visita, del tipo: ricordati delle carie che ti ho procurato e vieni che te ne libererò!

zucca di halloween con marshmallows

Così, mentre vagavamo come anime in pena al calare della notte, il centro ha cominciato a trasformarsi e la festa dei bambini si apriva a quella dei grandi: le disco iniziavano a tirar fuori le decorazioni e le casse di birra e la polizia cominciava a schierarsi davanti alle disco in assetto da guerra. E badate che non è una battuta: c’erano davvero i carri armati per strada, pronti ad evitare le resse e risse che un anno fa distrussero mezza città.


Ma per noi era già ora di rientrare. Peccato fosse impossibile: per il tragitto che di solito si fa in 20 minuti ci volevano almeno 2 ore, così babbo mi chiama e mi suggerisce di restare fuori ancora un po’, per aspettare che la situazione si calmasse. Allora che si fa? Andiamo a mangiare la pizza e concludiamo la serata in bellezza!
Ma non pensate che sia solo tutto rose e fiori: ricordate che l’anno scorso avevo raccontato delle sfilate degli incalliti religiosi guastafeste?! Ecco, li ho incontrati anche quest’anno quando, più silenziosi e subdoli, mi hanno semplicemente messo in mano un volantino fatto in modo assolutamente professionale, costato chissà quanto, con su le parole magiche:
Sappiamo che la notte delle streghe, o Halloween, è per il mondo esoterico e dei satanisti il momento ideale per le opere di magia (…) La profezia dichiara che questi peccati saranno la ragione che scatenerà la ira di Jehova nostro Dio e le sette piaghe.”

chiesa avventista del settimo giorno halloween

Ovvia, allora anche quest’anno ci siamo guadagnati l’inferno!

Allin Ñann

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Questo post è un saluto, non un addio, perchè a te gli addii non son mai piaciuti.

È un saluto ridicolo dei nostri, di quelli che… “ma te ne sei già andato? Ma il brodo…” “Ni modo, pa la proxima!” E invece stavolta non ci sarà una prossima, e probabilmente nemmeno un altro brodo, perchè lo sai che mi fa schifo e lo preparavo solo per te, per sentirmi dire che era venuto proprio buono. E guai a te se non lo dicevi: che se uno passa mezza giornata davanti ai fornelli, fargli i complimenti è il minimo; te lo avevamo insegnato io e tua moglie, durante uno di quei chiassosi pranzi all’italiana con prodotti andini.

Cominciò tutto così, con pranzi e cene in cui ci facevi cantare i Vatussi, che ti piaceva tanto ma non riuscivi mai a beccare il ritmo…e allora era meglio se cantavamo noi, e a te lasciavamo le barzellette; che anche se non erano belle, te la ridevi con così tanto gusto che te le lasciavamo raccontare ancora, per la miliardesima volta.
E per quanto continui a lasciar scorrere i ricordi nella mia mente, non ce n’è uno solo in cui non ti veda sorridere… ed è così che resterai nella mia mente, nel mio cuore: allegro e sorridente. Facendo spallucce davanti ai problemi perchè: “Che ci possiamo fare, asì es la vida.”
La vita, questa cosa strana che ci unisce e separa senza un perchè, a modo suo, quando lo decide lei. E noi siamo solo pedine del gioco… o forse no?
So perfettamente che la tua risposta sarebbe un NO rotondo, ma io ho ancora i miei dubbi. E te lo dico, come sempre, per dare inizio a un’altra delle nostre discussioni senza uscite. Mi piaceva discutere ed incazzarmi con te, perchè ne usciva sempre qualcosa di buono.

Mi ricordo la prima volta che ti ho visto, con il tuo inseparabile cappello di lana verde, quando sei venuto a prendermi all’aeroporto di Arequipa. Non ci eravamo mai visti, eppure era come se ci conoscessimo da sempre. Grazie a te sono arrivata in Perù, e indirettamente mi hai cambiato la vita. Mi hai fatto vivere avventure al limite dell’anormale, mi hai fatto ballare lo zapateo, hai asciugato le mie lacrime quando ne avevo bisogno e mi hai accompagnato nel momento più importante della mia vita: la nascita della mia bambina.
Mi hai dato tanto che potrei continuare l’elenco per ore, e ora che non ci sei più sento che ho perso davvero un grande amico. 
Abbiamo scritto tanto insieme, e ora invece sono qui a scrivere da sola, a scrivere a te, per te, mentre bevo l’ennesimo caffè di questi giorni tristi e confusi nella tua tazza preferita, quella ridicola con l’orsetto vestito di rosso, solo per dirti:

Grazie di tutto. Che il viaggio sia buono…”

 

 

La prima volta al circo

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Oggi siamo andate al circo.

Per lei era la prima volta e sicuramente si aspettava qualcosa di diverso (mi ha chiesto se ci sarebbe stato il forzuto coi tatuaggi sulle braccia), ma probabilmente anch’io mi aspettavo qualcosa di diverso.
Lo spettacolo raccontava attraverso (pochi) numeri acrobatici la storia di un folletto a cui i pirati avevano rubato il sommergibile, mentre la regina del mare lo aiutava a ritrovarlo.

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Lo show era sponsorizzato da una nota catena di supermercati la cui promozione diceva: ogni 10 soles di spesa, un buono per acquistare l’entrata a solo 10 soles. Ora, che il costo dello spettacolo fosse di 10 soles, con o senza buono, me lo aveva giá detto un’amica che ci era andata prima, peró quando sono arrivata mi é piombato davanti un tipo, in mezzo alla strada, che mi ha allungato due biglietti dicendo: “Prenda, biglietti a solo 10 soles e non fa la fila per la biglietteria.” Mentre tiravo fuori i soldi mi é venuto un attimo un dubbio e ho chiesto: “Ma son buoni?!” Erano buoni e cosí siamo entrate.
Mentre mi guardavo intorno, un’altra anima buona ha cominciato ad indicarmi il miglior posto possibile, per poi mettermi in mano un pacchetto enorme di popcorn. “Costa 5 soles”. “Ma io non li voglio”. “Ma si é seduta dove ho detto io!” ” E quindi devo pagare il pizzo?!”
Non ho comprato i popcorn e neppure nient’altro di quello che vendeva e costava tutto indistintamente 5 soles (anche la bottiglietta dell’acqua), nonostante gli innumerevoli venditori abbiano continuato a offrirci di tutto per tutta la durata dello spettacolo, rompendo pesantemente i cosiddetti…

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Ma era tutto parte dello show, anche il pagliaccio che vendeva spade luminose e la gattina che ti faceva le foto (per poi vendertele, ovviamente, a 5 soles); di uno show piuttosto mediocre in cui peró la gente sembrava impazzita: gridavano e applaudivano come se non avessero mai visto uno che sa fare il salto mortale (ma forse qui mi frega il fatto che noi ci allenavamo con Jury Chechi) e allora mi son detta: peró, che grande soddisfazione per questi artisti! Obbravi!
E proprio mentre stavo per tirar fuori la mia parte buona, ecco che la regina del mare tira sul palco un tipo qualunque del pubblico e comincia a strusciarsi, a fare mosse da reggaeton e ammiccamenti sessuali con cui la gente é andata letteralmente in delirio e io, invece, ho pensato: Ma cazzo! Ma ‘sto sesso lo devono sempre mettere proprio dappertutto?! E badate che io non sono certo una moralista, peró penso che alla fine ci sono barzellette divertenti anche se non sono sporche… o no?!

La gatta che cerca di riconoscere a chi ha scattato le foto...
La gatta che cerca di riconoscere a chi ha scattato le foto…

Poi arriva l’intervallo e allora comincio a guardarmi intorno e anche lí non posso evitare di notare tutta una serie di scene giá viste piú volte: la mia vicina che si rifá il trucco tirando fuori dalla borsa un’altra borsa strapiena di rossetti, specchietti, pettine e bigodini (!), mentre la signora seduta poco piú avanti riempie il biberon della piccina con il succo di frutta. Un passo avanti perché mi é capitato spesso di vederli pieni di Inca Cola!!


Comunque, la pausa si fa interminabile e la mia crucchetta (vedi facebook per capire) comincia ad avere sonno, ma finalmente ecco che arriva il nuovo numero: 12 bei morenotti a torso nudo pronti a scatenarsi al suono del djembé. “Mamma ho sonno, andiamo a casa?!” MA COME?! Proprio ora?! Eh no dai!
E ce l’ho fatta: ho visto il ballo negroide, i pattinatori vestiti da bagnanti anni ’60 e l’happy ending. Il folletto ha ritrovato il sommergibile e la regina del mare ha trovato l’amore, nascosto sotto i panni del pirata Roberto.

Ovvia, e anche questa é andata!

 

 

 

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