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Credenze e Tradizioni

Que viva San Pedro

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E allora parliamo davvero della festa di San Pietro.

Cominciando, com’è d’obbligo, con il racconto di quello che la festa rappresenta (almeno in origine). Ovviamente si tratta di una festa religiosa in onore del patrono del Pueblo Tradicional in cui viviamo: San Pietro.
All’epoca questo paesino era fatto di enormi campi coltivati e le case erano poche, sparpagliate qua e là, proprio come i fedeli che arrivavano da tutte le parti. Per questo si iniziava la festa facendo esplodere dei petardi per avvisarli che dovevano mettersi in marcia, a cavallo dei loro asini vestiti a festa, carichi di paglia (che poi veniva bruciata in mezzo alla piazza) e con le immancabili bandiere del Perú. Una volta arrivati all’ingresso del paese, si preparava la cosiddetta “entrada del capo“, dove un gruppo di musicisti (i caperos) celebravano l’arrivo dei fedeli e si sparavano ancora petardi. Da lì, si dava il via ai veri festeggiamenti: 9 giorni di messe, danze e balli, e passeggiate della (inquietante) statua del Santo in giro per le stradine.

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Preparazione de la Troya (file di polvere da sparo)

Naturalmente ci sono anche innumerevoli leggende intorno all’evento: una dice che quando il Santo sentì che quello sarebbe stato l’ultimo anno in cui si organizzava la festa, fece esplodere le “chombas” in cui si custodiva la chicha (vino) per i festeggiamenti; un’altra dice che quando il Santo sentì il rifiuto di un paesano di pagare per la musica, gli fece cadere in testa un mazzo di chiavi che gliela aprirono in due; la più temuta racconta che ogni anno, in quel periodo, Pedrito si porta via 4 paesani (e per onor di cronaca devo confermare che in questo mese 3 dei miei vicini sono già volati)… fatto sta che, storie macabre o santi incazzusi che sia, la festa oggi è ancora più viva che mai e, forse proprio per evitare ulteriori rappresaglie da parte del festeggiato, non mancano né la musica né il bere. Purtroppo.

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Preparazione per lo sparo dei petardi

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E dico purtroppo perché noi che viviamo sotto la piazza non riusciamo a chiudere occhio per tutti quei 9 giorni (che oggi sono diventati 11, giusto per riempire 2 fine settimana) proprio a causa della musica (che suona fino alle 5 di mattina) e delle bombarde (che si sono arrivate a sparare per 2 ore consecutive). Insomma, questa tanto attesa festa, non solo ha ormai perso tutto il suo senso religioso, ma si é trasformata in un’esagerazione da “manifestazione di potere“.
Infatti, devo spiegare che ogni anno si elegge uno, o più, padrini della festa, cioè coloro che pagheranno per il gruppo musicale, per i fuochi e per la birra. Ora dovete sapere anche che il mercato immobiliare ormai da qualche anno è l’affare più redditizio della città e tutti vogliono costruire; quindi, i religiosi paesani, sono riusciti a far cambiare la legge che dichiarava i campi della zona come “intoccabili” per trasformarli in terreni edificabili. E allora, a parte il fatto che la zona verde che ci circondava si sta rapidamente trasformando in un ammasso di edifici costruiti senza criterio né buongusto, adesso gli ex proprietari terrieri sono pieni di soldi e, per dimostrarlo, fanno a gara per:

  • portare sul palco i migliori gruppi del momento (e vi assicuro che vedere donne ignude a pecorina, a ritmo di reggaeton davanti alla porta della chiesa fa inorridire anche me che di cattolico ho solo i sacramenti)

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  • far sparare i più enormi botti mai sentiti in tutta la città (e quando parlo di “botti” non mi riferisco a quei bei fuochi artificiali che fanno luci e colori, ma solo a catene immense di polvere da sparo incastrata in cima a delle canne di bambù che fanno solo rumore, fumo e puzza. E poi finiscono abbandonate sui nostri tetti, ma vabbé…)

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  • comprare quanto più alcool possibile (e visti i risultati, non é certo un caso che negli ultimi anni il sindaco abbia proposto di abolire queste manifestazioni pseudo religiose…)
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Risultato finale

L’ultima volta che abbiamo partecipato (qualche anno fa) la festa terminò con una rissa fra i due padrini perché il cantante, pagato da uno, non cedeva il microfono all’altro, che voleva solo dichiarare a tutti il nome della famiglia che aveva pagato per i petardi. Così qualcuno decise di staccare la spina dell’altoparlante e finalmente, per noi, fu la pace!

Amen.

 

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Di matrimoni ai tempi di facebook


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L’idea era una: attacco senza pietà alle antiche tradizioni pseudo religiose.

In realtà volevo raccontarvi della odiata festa di S.Pedro e Pablo intorno a casa mia, però avevo anche un nodarello sulla tortura che è stata vivere il momento più importante di un’amica di NY attraverso facebook. E dato che lo stesso momento si avvicina galoppante anche per mia cugina, ho deciso di iniziare da lì. Ma non temete: ci sarà anche un meritato post per i suddetti santi!
Questo invece è dedicato ad Alessandra, che è una tipa super, una comunicatrice di tutto rispetto che sicuramente sa fare le cose a modo e con stile e ci regalerà un bel matrimonio (peccato che io non possa esserci…) e sicuramente non ci spappolerà i maroni come invece ha fatto la mia amica M. (che adesso mi odierà), ma non posso evitarlo.

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La capisco, perché da quando la conosco (si parla di una decina d’anni ormai) il suo chiodo fisso è sempre stato sposarsi ed ho esultato insieme a lei quando ho visto che finalmente aveva ricevuto la proposta! Anche se diciamo che la festa a sorpresa organizzata dal futuro, con tutta la famiglia riunita, i palloncini a forma di anello con pietra preziosa, la dedica in ginocchio davanti a tutti, con lacrime, annessi e connessi… beh, mi pareva leggermente eccessiva, ma vabbé, siamo diversi.

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Poi però ho cominciato a pensare che siamo MOLTO diversi e che forse pubblicare ogni giorno una foto del conto alla rovescia… era davvero eccessivo!

conto alla rovescia

E invece no, non bastava, perché poi sono arrivate anche le foto della scelta del vestito, della scelta del menù, della scelta della torta, della scelta delle damigelle, della scelta delle mutande… eddai!
E poi sono arrivate le foto di fidanzamento ufficiali (le ultime che avevo visto erano quelle dei miei, datate 1976!!)

taxi NY

poi le foto in studio pre-addio al celibato (ma davvero si fanno queste cose?!)

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e naturalmente a ruota anche quelle di addio al nulibato, che non ho capito bene perché alla festa c’erano le stesse persone del matrimonio, sposo compreso (mumble mumble)

addio al nubilato

e quelle della preparazione alla spa e poi, finalmente, è arrivato il giorno! E ovvio, un miliardo di foto che facevano saltare in aria fb e uno dice: ok, almeno è andata. E invece no!
Perché subito dopo sono scattate le foto del matrimonio rubate dagli amici, dalle macchine alternative, dai cellulari, dalle penne microspia nascoste nei taschini delle giacche, e allora di nuovo, ogni giorno, dovevi per forza rivivere il giorno e giuro che mi sembrava ieri e invece, all’improvviso, una foto dice: “Festeggiamo il nostro primo mese”. Aiuto!
È già passato un mese?! O… È passato solo un mese?!

Insomma, non lo so se sono io che esagero, però forse un limite alla decenza uno ogni tanto dovrebbero darselo, no?! Alessandra, per favore, datti un limite alla decenza, ok? Ahahaha!
E ora per favore non pensate che sia (solo) una criticone acida: no, è che mi piacciono le cose semplici; qualcuno mi definisce “antica” e forse ha ragione, ma io tifo per “meno apparenza e più sostanza” e se davvero vi volete sposare: fatelo per Amore, che questo sì, emoziona sul serio. Così come mi hanno emozionato altri due matrimoni celebrati in questo mese: quello di G. e quello di D.

matrimonio in toscana

G. era l’unica collega toscana che avevo all’epoca nella troupe di MTV e si è sposata vestita di celeste e in 500, con festa in piazza e 10 foto pubblicate in tutto; ma vuoi mettere!

la 500 rossa

D. invece si è sposato con P., il compagno di tutta la vita. Belli da fare invidia lo son sempre stati, ma quel giorno hanno davvero esagerato!

Ricordo quando mi parlava con la voce tremante della sua paura di trasferirsi in Germania e io dicevo solo “vai, vai, vai!” Quando mi ha scritto “Ci sposiamo”, quasi mi metto a piangere… e quando ho visto le foto del matrimonio (sempre in quantità human decency)mi sono innamorata della torta, fatta di musica e colori, proprio come lui!

torta all you need is love

E insomma, alla fine, rinnovando le raccomandazioni alla mia cara cuginetta, posso solo concludere con una manciata di riso e coriandoli e il fatidico…

Allegriaaaaa!

(Vi aspettavate “viva gli sposi”, eh?!)

Ecco arriva il Carnevale…

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Il carnevale è una festa meravigliosa!

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Carnevale Italiano

Fantasia, creatività, magia, immaginazione.
Tante, tante volte in passato avevo cercato di spiegare ai peruviani di cosa si tratta, che carnevale non è solo prendersi a secchiate d’acqua (qua si festeggia così) ed avevo anche proposto feste in maschera all’asilo, ma l’essenza, quella vera, non ero mai riuscita a farla venire fuori.
Poi, quest’anno, l’ho proposto al direttore dell’Istituto Italo Peruviano in cui lavoro:
“Facciamo una bella festa di carnevale come si deve: prima di tutto insegniamo ai nostri studenti cos’è il carnevale, come si festeggia, chi sono le maschere tipiche e cos’è la Commedia dell’Arte. Poi li invitiamo a ballare al ritmo di Cacao Meravigliao; gli facciamo assaggiare le frittelle (di riso, che qua ci impazzano) ed i cenci (nome toscano per le frappe, sfrappole e quant’altre varianti della pasta fritta) e ci tiriamo addosso coriandoli e stelle filanti anziché acqua e farina.

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Professori mascherati

Da buon toscano, Massimo ha accettato subito; ha obbligato tutti i professori a mascherarsi “all’italiana”, ha commissionato le leccornie (che naturalmente abbiamo preparato nella pasticceria di mio marito) e poi… è sceso a compromessi con l’amministratrice che ha richiesto: l’immancabile gara di maschere (se non c’è competizione, che festa è?!); la sponsorizzazione da parte di tipiche aziende peruviane quali Starbucks (!) e addobbi floreali che non sapevamo dove mettere, ma che dovevano stare per forza in prima fila.

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Per fortuna c’era la mia collega Lucia – sarda, appena atterrata nella bianca terra, ancora più fanatica di me per il carnevale – che mi ha aiutato in tutta l’organizzazione: dalla scelta della musica per la festa (abbiamo ballato anche Gioca Jouer e Il ballo di Simone) a quella dei video per le “lezioni preparatorie”; dalla scelta dei costumi (lei si è fatta fare a mano una meravigliosa maschera di Pulcinella) alle decorazioni; ma soprattutto mi ha appoggiato nella stesura del CRONOGRAMA e poi anche nell’animazione.

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Sì, anch’io mi sono sentita strana quando mi hanno chiesto “il cronograma della festa”… sinceramente non sapevo che cavolo significasse ed ho optato per la classica scusa “in Italia si fa cosí… il carnevale è caos, non ci sono regole”.  Ma non è bastato: alla fine abbiamo dovuto per forza stilare un programma del tipo:
– Ore 4 Inizio festa
– Ore 4.30 Introduzione da parte dei professori
– Ore 5 Ballo libero
– Ore 5.30 Presentazione video e filastrocche da parte dei professori
– Ore 6 Primo giro di degustazione
…. e così via, tutta una serie di cose che, naturalmente, alla fine non sono state rispettate.

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I cenci

L’unica cosa che non si è smentita è stata che: il Carnevale é Caos!
E allora via, al ritmo di Peppepeppereppé, è partito un trenino che invadeva i marciapiedi e la strada per rientrare poi nell’Istituto, finché il mio fedele amico Riccardo (che non avendo un travestimento si è tirato al collo una sciarpa di peli di struzzo molto gaia) mi ha provocato: “Scommetto che non hai il coraggio di entrare in Questura“.
Ed ecco che il treno da me condotto è tornato fuori, è entrato nella Questura di Santa Marta, ha fatto il giro del patio interno e poi è uscito ringraziando il piantone a cui comunque scappava da ridere.

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Inutile dire che io ero contenta matta, con il mio vestito da Arlecchino fatto tutto a mano da mio marito (!), le frittelle che ricordavano quelle di mia nonna e la mia bambina vestita da Elsa di Frozen (ovvio),  che alla bellezza di quasi 5 anni…

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ha avuto la possibilità di festeggiare il suo primo Carnevale all’italiana.

Si stava meglio quando…

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Hai presente quando senti che hai fatto la scelta giusta?

(Che se non vogliamo stare a prenderci in giro, dobbiamo ammettere che non é proprio una sensazione di tutti i giorni…)
Ebbene, finalmente mi sono sentita proprio in pace con me stessa quando la segretaria della scuola in cui lavoravo (l’ultima della serie) mi ha chiamata per chiedermi se ci avevo ripensato, se volevo tornare con loro. Naturalmente mi avrebbero aumentato lo stipendio, e naturalmente non ci ho pensato su due volte a rispondere:
“No, grazie. La mia salute vale più dei soldi.”

E nel concetto di “salute” includo non solo quella fisica, ma anche quella psicologica e, udite udite, morale. Sì, perché anche se io non ho firmato nessun giuramento di Ippocrate, ho comunque un’etica professionale che mi fa sentire una cacca quando:
– Devo decidere chi boccia e chi no, non tanto per i suoi risultati, ma per il fatto che abbia pagato le rette puntualmente o no.
– Devo inventare i voti per far quadrare il complicatissimo quadro Excel in cui si calcolano le medie dei semestri.
– Devo dare “compiti speciali” per alzare il voto di “ragazzi problematici che non danno una buona immagine alla scuola e quindi é meglio che se ne vadano in fretta”.
– Devo controllare i quaderni di adolescenti e dare un voto basato su: é ben ricoperto? Nella prima pagina ci sono nome, materia, scuola? E’ scritto bene ed ordinato?

Ma soprattutto mi sento male con me stessa quando mi ritrovo, nel 2016, dopo anni di studio di metodologie alternative ed educazione libera con annessi e connessi, mi ritrovo dicevo a dover seguire le regole di una direttrice schizofrenica che si é fermata all’epoca del suo ispiratore Adolf e usa, nel 2016 ribadisco, punizioni del tipo: flessioni, corsa e trasporto di pietre intorno al giardino per chi non ha fatto i compiti; mezze ore di gogna studentesca per chi “ha mancato di rispetto” in classe; insulti, parolacce e tirate di capelli per chi rischia di rovinare la scena della sua ultima opera teatrale al grido di: “nella mia scuola non c’è posto per i mediocri. Io voglio solo la perfezione.
E dato che io sono lontana anni luce dalla perfezione, ME NE VADO e non ritorno.

Un po’ triste per quei ragazzi che non riusciranno mai a capire la differenza fra “rispetto” e “paura“, che non impareranno mai a prendersi delle responsabilità e che confondono il maltrattamento con l’educazione.
Ma così felice per me, perché finalmente ho capito cosa significa:

Si stava meglio quando si stava peggio!

La religione per bambini

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Ed è giunto anche il momento di parlare di spirito (la parola religione mi fa allergia…)

In un paese esageratamente cattolico, in cui la gente si fa il segno della croce quasi ad ogni semaforo e per tutto il mese di novembre va a giro vestita con la tunica viola in onore al Senor de los Milagros, che onestamente non so che grandi miracoli gli avrà mai fatto, era già messo in conto che prima o poi avremmo dovuto affrontare lo scoglio.

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Tutto iniziò per Pasqua, quando all’asilo ci chiesero di vestire i bambini di bianco per mettere in scena la Via Crucis (fortunatamente a porte chiuse) e poi ci mandarono a casa un crocifisso di sughero e cartoncino dorato con su la faccia di un Cristo dolorante. Naturalmente la cosa che rimase più impressa a mia figlia di tutta quella storia fu: “L’hanno attaccato a una croce, ma con dei chiodi veri che gli hanno bucato le mani!” Macabri dettagli come quelli che venivano fuori dalla storia di Santa Rosa di Lima, personaggio mitificato allo stile europeo perchè mica vorrai che il peruviano si faccia mancare un personaggio del calibro di Giovanna d’Arco
Fatto sta che dopo la Pasqua e la preghiera quotidiana prima della merenda (perchè i denti dopo mangiato possiamo non lavarceli, ma la preghiera no, non la possiamo certo saltare), è arrivata una canzoncina che alla fine recita una frase del tipo: “Ti do il mio cuore, è tuo e mio no, solo tuo, mio no”. Occhi sgranati e orecchie orrorizzate della mamma megera, ho pensato che davvero era arrivata l’ora di prendere provvedimenti.

La maschera di Budda appena comprata ad una “vendita di Garage” mi è caduta a pennello: con parole molto semplici le ho cominciato a spiegare come non tutte le persone accettino Gesù nella loro vita ma anche altre figure di uguale importanza, fra cui appunto Budda e molte altre. La mamma, per esempio, saluta e rende omaggio alla signora che sta in quella foto e che si chiama Yemanjà. Allora ci siamo avvicinate al mio altare personale dove, oltre alla Grande Madre Yoruba, c’era anche un’altra statuetta arrivata direttamente dall’Africa che rappresenta sempre la madre e altri oggetti ben più esoterici. Le ho spiegato il perchè di ognuno e alla fine ho deciso di sacrificare l’altare per farne uno collettivo: ho dovuto accettare l’idea di appoggiarvi anche il famoso crocefisso (sig!) e poi un sole di plastica fatto a scuola per non dimenticare che esiste anche Inti, il Dio Sole degli Inca.

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Alla fine le ho spiegato che sarà libera di scegliere la figura che più le piace, senza preoccuparsi di quel che “dirà la maestra” perchè deve ascoltare soltanto il suo cuore. Alla fine è stata una bella esperienza e mi sono sentita soddisfatta soprattutto quando mi ha chiesto di salutare con tre inchini come le ha insegnato il suo maestro di Kung Fu!!

Ah, per dovere di cronaca dirò che per adesso ha vinto Budda: “Mi piace mamma, è cosi buffo!”

Mai scordare il Carnevale

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Quando ho scoperto che quest’anno era giá carnevale, mi sono sentita esageratamente piena di gioia!

Si, perché se per te che lo vivi ogni anno il carnevale é sempre uguale e solo un’altra data sul calendario, io invece mi sono resa conto di quanto sia prezioso mantenere tradizioni che, vivendo laddove non esistono, anche per tua figlia potrebbero non esistere mai…

Tutto inizió quando stavamo guardando Totó sapore e la magica storia della pizza e, mentre io ridevo a crepapelle vedendo quel buffo omacchiolo vestito di bianco, lei mi chiese:
– Mamma, chi é pulcinella?
Attimo di panico. Chi é pulcinella…e poi un giorno, se solo per caso vedrá qualche foto di Arlecchino mi chiederá lo stesso…Dottor Balanzone poi nemmeno a parlarne… insomma, mi prese lo scoramento da madre expat con figli mix che alla fine rischiano di non conoscere piú le loro radici.
A me, che vengo dal teatro della Commedia dell’Arte!!
Allora cominciai a sognare di organizzare feste di carnevale e corsi di teatro napoletano per far conoscere questa nostra meravigliosa realtá e… ecco l’occasione!
E’ carnevale, il mio campo estivo sta per finire e vogliamo fare una festa di chiusura. Vuoi coincidenza migliore?!

Certo, ho dovuto spiegare che in un “carnevale all’italiana” si va mascherati; che non si gioca tirarsi secchiate d’acqua ma al limite si tirano coriandoli e stelle filanti. E poi che ci sono dolci tipici che si preparano solo in quel periodo e che avrei potuto offrire per l’occasione.
In realtá sognavo di preparare io maschere per tutti (e naturalmente avrei usato Pierrot, Pantaloni, Colombine..) ma poi non ho avuto tempo e quindi mi sono accontentata di chiedere a tutti di venire con un vestito qualunque e che, naturalmente, hanno riciclato da Halloween, unico momento in cui qui ci si maschera.

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E tutto sommato é andata bene: oltre alla ballerina di Saya, gli immancabili Batman e Capitan America,

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c’erano anche un paio di bellissimi pagliacci,

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un Flinstone, un pilota di F1 e una strana Minnie. Gli ho insegnato a soffiare le stelle filanti (?!), abbiamo spruzzato la schiuma, cantato il girotondo e…

IMG_3945sono riuscita ad avere almeno un piccolo, felice, assaggio di carnevale!!

Natale è morto

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E…”se dio vole“, anche questo Natale è passato…

Si, perchè mi fa veramente tristezza constatare che la mia festa preferita da sempre, ormai si è trasformata in un giorno che aspetto con ansia, pieno di stress, discussioni e con la speranza (quasi sempre senza fondo) che sarà una giornata tranquilla.
Natale per me era il magico giorno in cui potevo finalmente riunirmi con tutta la mia enorme famiglia nella casa dei nonni per giocare a carte (precisamente al “Mercante in Fiera“), mangiare gli affettati e la frutta secca delle ceste regalate e vedere gente che probabilmente non avrei rivisto fino all’anno successivo.
Era la vigilia in cui ci si riuniva con gli Amici ormai sparsi per il mondo a mangiare tortellini fatti in casa e il Santo Stefano in cui si andava al cinema con gli altri Amici, quelli da casa non si son mai mossi e dal cinema nemmeno!

Ora invece, come ripeto da quando mi sono trasferita nell’altro emisfero, per me il Natale è morto.
E’ morta l’atmosfera natalizia che arriva con il freddo gelido, a volte accompagnato anche dalla neve, e le lucine che scintillano nelle strade immerse nel buio della notte.
E’ morta la ricerca di regalini simpatici e alternativi incontrati mentre passeggi fra le bancarelle dei mercatini rappresentanti l’Europa intera e dove, all’improvviso, il profumo del vin brullè ti porta a fare una pausa per sorseggiare una delizia che scalda il corpo e l’anima.
Ora che il Natale arriva con 50 gradi all’ombra, vedere una slitta a dimensione naturale appoggiata su un tetto piatto, non solo non mi fa nessun effetto, ma mi sembra anche abbastanza ridicola
Così come comprare i regali nei centri commerciali in cui le offerte speciali sono per costumi da bagno e t-shirt.

Per non parlare poi di queste riunioni familiari obbligate, in cui nessuno è davvero felice ma si sta insieme solo perchè da qualche parte è scritto che così dovrebbe essere, mangiando un tacchino rinsecchito che mi riporta agli anni di vita a New York e che non scende, non so bene se perchè gli manca olio o se invece è per via dell’ipocrisia che respiro e che mi ha chiuso lo stomaco…
Fatto sta che noi rinunciamo ad aspettare la mezzanotte per aprire i regali (culmine della festa di un paese che si dichiara veramente cattolico) e ce ne andiamo alla cena degli amici italiani.
Che, “se dio vole”, ci sono e mi fanno sentire un pò a casa, non solo per i bignè alla panna fatti da mano napoletana, ma anche perchè le risate son vere e le cazzate che si dicono questa notte, sono le stesse di tutto il resto dell’anno!! E allora la festa, per un pò, ritorna festa anche per me.

Ovvia, e ora confidiamo nell’anno nuovo!

Halloween, sí o no?

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Non sono una fanatica di Halloween e non sono una fanatica in generale, forse proprio per questo certe cose mi fanno incazzare ancora di piu’…

Per esempio: una signora che alla domanda “Maschererai tua figlia, stasera?” Risponde “Siamo cattolici“, mi fa incazzare.
Innanzitutto perché tua figlia ha solo 3 anni e quindi dubito che abbia coscienza per decidere se vuole davvero essere cattolica… Ma a parte questo, il mio primo pensiero sarebbe: e quindi? Ti sembra una giustificazione sufficiente per privare una bambina di un momento di divertimento e felicitá?
Perché al di lá di tutti i significati e le sfaccettature che vogliamo vedere in questa giornata particolare, io credo che per i piú piccini sia solo una (ottima) scusa per divertirsi: si mascherano, per qualche ora diventano il loro personaggio favorito o semplicemente qualcosa che non sono durante il resto dell’anno e poi magari raccattano anche qualche caramella ed i complimenti di chi quelle caramelle ha deciso di regalargliele per condividere un pó d’allegria, che forse serve piú di tante castrazioni psicologiche

Invece qui ci sono addirittura scuole che proibiscono ai genitori di far celebrare Halloween ai propri figli, perché é la festa di Satana.
Per quel poco che ne so, é una festa celtica e quindi difficilmente potrá essere rivolta a Satana, personaggio introdotto dalla Chiesa Cattolica.
E allora mi incazzo quando vedo un corteo di bigotti repressi che bloccano un gruppo di ragazzini, armati di zucca di plastica a mó di “cestino raccogli-chicchi”, mentre sfilano per strada inneggiando al Signore e sventolando cartelli che vogliono convincerti che se stanotte festeggi il giorno piú potente dell’anno (a livello energetico), finirai all’inferno.

Io non mi sono travestita (poche volte l’ho fatto in vita mia), ma sí ho regalato un sorriso, una parola e una caramella a quei piccoli e grandi che sono venuti a chiedere di partecipare al loro gioco.

Davvero finiró all’inferno per questo?!

Addio, amico mio

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Nella tradizione andina, l’anima di una persona che sta per andarsene ripercorre tutti i suoi passi prima del grande salto ed i cani, che lo percepiscono, reagiscono scavando delle buche nel luogo in cui l’incontrano.

Qualche giorno fa, un cane scavó una buca vicino al palo della luce davanti alla nostra porta.
Io non conoscevo questa “credenza” e mio marito non disse niente fino al momento in cui ricevemmo la notizia.
L’ultima volta che ho visto Denis eravamo seduti in cucina, davanti a quel palo della luce e ad una tazzina di caffé Lavazza. Lui, con la gamba ingessata, mi raccontava del suo incidente in moto il giorno prima di partire per l’Italia. Era da tempo che non rientrava e forse sapeva giá che quella sarebbe stata la sua ultima volta.

Non lo possiamo sapere, nessuno puó davvero sapere, anche se continuiamo a cercare di rimettere insieme i pezzi di un puzzle che a volte sembrano combaciare e altre volte invece sembrano appartenere a disegni completamenti diversi.
Ma noi siamo esseri umani e razionali, e forse a causa di questo continuavamo a farci domande e darci risposte tutti stretti intorno ad una bara presa in affitto in attesa della cremazione.
Un Cristo enorme campeggiava dietro la sua foto di ateo mentre il prete, che blaterava una litania assurda, non é riuscito nemmeno una volta a pronunciare il suo cognome senza sbagliarsi, senza storpiarlo, facendo pensare per un attimo che forse ci eravamo sbagliati noi, che quella era un’altra persona. E invece no, era proprio lui, uno dei pochi italiani trasferitisi in quest’angolo di mondo in cui ogni tanto abbiamo bisogno di riunirci solo per sentirci a casa, per parlare la stessa lingua, per fare battute che solo “noi” possiamo capire. Ma a volte non basta.

A Denis probabilmente non bastava, e non ci ha nemmeno provato a parlare con uno qualunque di noi. Magari non sarebbe servito a niente lo stesso, ma noi siamo lí che continuiamo a chiedercelo. “Chissá se… cosa sarebbe cambiato…che avrei potuto fare”.
Domande che rimarranno per sempre senza una risposta e che sono sempre le stesse ogni volta che ci si trova di fronte ad un suicidio.
Erano le stesse domande che si ripetevano una quindicina d’anni fa, quando anche Stefano decise di andarsene esattamente nello stesso modo. Un salto nel vuoto.
Lui si tappó la faccia con il cappuccio della felpa, invece Denis ha guardato dritto davanti a se quando si é lanciato dal ponte, prendendo la mira per essere sicuro di finire sulle rocce che costeggiano il fiume.
Non so perché, non so se c’é davvero un perché che potremmo mai comprendere, noi comuni mortali, noi cosí diversi da te. E allora mi limito a pensare che in realtá tu avessi solo il desiderio di volare.

Mi piace credere che volessi spiccare il volo e, in quel momento, hai dimenticato che non avevi le ali.

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