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Credenze e Tradizioni

Apacheta andina in Calvana

Apacheta trovata sui monti della Calvana

Qualche settimana fa ho accompagnato una delle mie classe alla prima uscita dell’anno.

La gita era una passeggiata in montagna, programmata a inizio ottobre per essere “sicuri” di trovare ancora bel tempo. Il punto d’incontro stabilito era piuttosto lontano dalla scuola, quindi è venuta a prendermi una collega dato che “sono appena rientrata  in Italia e NON HO l’auto”.
Arrivate all’incontro mi sono guardata intorno e mi sono sentita completamente fuori luogo perchè “sono appena rientrata in Italia e NON HO portato via con me quasi niente…”

Giustificabile se si pensa che mettere 10 anni in poche valigie non è facile, bisogna fare una scelta attenta degli oggetti inseparabili e naturalmente la nostra scelta è ricaduta su: libri, tutto il guardaroba della bambina, libri, ceramiche e ninnoli peruviani, libri, la mia collezione di tacchi 28 quasi mai usati, libri e…praticamente zero abiti.
Però, vista da fuori, la situazione era abbastanza ridicola: vengo dalle Ande, ho scalato montagne di quasi 5000 metri, ho accampato nel deserto e vissuto nascondendomi da un sole malato con effetto laser e ora… mi trovo qui, a fare un trekking senza scarpe da trekking; con uno zainetto figo di pelle (fortunosamente ritrovato nell’armadio) anzichè il solito zaino superattrezzato da avventura; senza occhiali da sole nè cappello (tanto il sole di casa mia è sano) e con l’acqua in una bottiglietta di plastica perchè perfino le borracce le abbiamo lasciate in Perù, tanto poi si ricomprano…

In viaggio verso Riobuti

Così, mentre camminavo su per i sentieri che si snodano fra le montagne della mia terra, respirando un’aria nuova che odora di vecchio, accecata da un sole che rende il cielo di un colore diverso e riconoscibile, ammirando il panorama e la città in lontananza, nascosta da una vegetazione così verde e fresca come non vedevo da un decennio, mi sentivo completamente divisa in due.
Quella che ero prima e quella che ero adesso; quella che non c’era più ma che riappariva di nuovo; quella che ama/odia/riama/rioda le sue patrie senza logica di continuità e che si lascia affascinare dalla natura in tutti i suoi aspetti ovunque si trovi, perchè in fondo la Terra è una

Prato visto dalla Calvana

E proprio mentre ricordavo gli scritti appena letti sulla teoria che la lingua quechua e l’antico etrusco abbiano la stessa radice, ecco che Pachamama mi ha fatto una sorpresa meravigliosa:
– Prof che cos’è quello?
Momento sorpresa. Bocca aperta. Unica risposta possibile:
– Eh, in Perù si chiama Apacheta, qui non so. E non so nemmeno come ci sia finita, qui…
Una montagnola di pietre, perfettamente impilate una sull’altra, dalla più grande alla più piccola. Un rituale che in quechua si chiama appunto “Apacheta” e che ho realizzato infinite volte: un’offerta alla Pachamama o alle forze/divinità che vogliamo chiamare in nostro aiuto proprio in quel punto esatto del cammino.

                                                                Apachetas ad Aruba                                                                                                               

Chiunque abbia viaggiato per le Ande ne ha avrà viste in abbondanza, dall’Argentina alla Bolivia al Messico al Perù. Chiunque viva realmente il contatto con la Madre Terra in qualche momento della vita ha sentito la necessità di presentarsi a Lei, anche attraverso le pietre incontrate e raccolte lungo il cammino per ringraziare, chiedere aiuto o marcare un determinato momento.
Una meravigliosa metafora e, quel giorno, per me anche una meravigliosa sorpresa. Todos somos uno. E poi le note di Caifanes cominciarono a risuonare nella mia testa…

Para un alma eterna cada piedra es un altar“.

 

 

 

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La festa della mamma e le peggiori gaffe della mia vita.

Ieri in diversi paesi del mondo si è celebrata la festa della mamma.

Per quello che ricordo, in Italia non è mai stata la gran cosa (o perlomeno non a casa mia…) e in generale io non vado daccordo con queste ricorrenze fittizie e obbligate; mio marito lo sa e nemmeno lui è tanto “di cerimonie e smancerie”, eppure per questa occasione ha fatto un’eccezione. Pare infatti che da giorni stesse deambulando in giro per la città alla ricerca di un regalo per me (sorpresa!) secondo il racconto fattomi da un amico che, quando lo ha incontrato, gli ha detto: “Ho fortuna io, che devo preoccuparmi solo di mia madre.”
E qui la domanda sorge spontanea:
ma a chi è rivolta esattamente la festa della mamma?
A quella che ti ha messo al mondo?
A quella/e/o che ti ha allevato in assenza della prima?
Alla compagna che tu hai fatto diventare madre?
O semplicemente a tutte le mamme che circolano nella tua vita?

Non pensavo mi sarei mai posta il quesito, ma vivo in un posto in cui 2 mesi prima cominciano le campagne per il Dia de la Madre, la banca offre prestiti agevolati per fare un regalo speciale (anche se poi ho visto uomini comprare 4 regali assolutamenti identici per: madre, moglie, suocera, cognata – e lascio a voi al giudizio sulla profondità del presente) tutti abbracciano tutti e però, se mi guardo un po` intorno, le storie delle persone che mi circondano – alunni, pazienti, compagni di mia figlia, amici – racchiudono casistiche inimmaginabili che per forza ti portano a chiederti…
Ma è davvero necessario? 

Esempi di casi reali che conosco personalmente:
– La mamma di S. (9 anni) lo ha abbandonato un paio di anni fa. Non vuole più vederlo e adesso vive in casa di una cugina.
– La mamma di A. (14 anni) vive in Spagna con il nuovo marito e il suo fratellino, che lui non conosce. Non la vede da 8 anni e aspetta di diventare maggiorenne per andare a trovarla.
– La mamma di E. (34 anni) è scomparsa 20 anni fa. Non hanno mai più saputo nulla di lei e un mese fa è arrivato il certificato di morte presunta.
– M. (4 anni) è rimasta orfana di madre e padre l’anno scorso. Vive con il fratello maggiore.
– P. e A. preferiscono festeggiare la nonna che è sempre presente, a differenza della madre che torna a casa ogni tanto, fra un fidanzato e l’altro.
– F. invece, di madri ne ha 7: è cresciuto con la madre naturale, la nonna e le zie. Vivono in un’unica casa e tutte si fanno chiamare “mamma”. Ah, F. ha 48 anni.
– T. e Y. non conoscono le loro madri perchè furono rispettivamente: venduta la prima (e non è un modo di dire) ed allevata dalla moglie legittima del padre (!) la seconda.
– V. non parla più con sua madre da quando le impedì di denunciare il suo patrigno per violenza sessuale; R. neanche parla più con la sua, da quando la obbligò ad abortire.
– Y. è madre di C. ma lui non lo sa. Aveva 14 anni quando è rimasta incinta e così lo hanno spacciato per suo fratello
– Anche L. è madre ma non vuole esserlo, quindi ha affidato i due figli ai rispettivi padri e guai a chi glielo ricorda.

Ora, ammettendo che questi siano casi limite, anche se molto più frequenti di quanto ci si possa immaginare, continuo a chiedermi:
Ma è davvero necessario inventare una festa del genere? E’ utile? E soprattutto, è sano?!
Perchè a parte la scocciatura (per non chiamare le cose col loro nome) delle persone che magari semplicemente non hanno voglia di santificare per forza la madre
ma avete idea di quante figure di merda ho fatto io in questi giorni, nel tentativo di essere educata e partecipare alle usanze del luogo?!

Prossimo libro: La festa della mamma e le peggiori gaffe della mia vita. 

 

Viaggiare senza pargoli

Un anno esatto che riesco a fare (piccoli) viaggi senza figlia a seguito.

Forse sarebbe più esatto parlare di weekend, o al massimo weekend lunghi, ma sono pur sempre viaggi! E anche se la maggioranza son stati per lavoro o per aggiornare i documenti, avevano comunque la loro bella parte di “distrazione”…
A Cusco mi sono permessa ben due notti di follia con il mio amico Carlos: la prima al mitico Limbus, Restobar nel quartiere San Blas (che adoro), con vista sulla città e disponibilità di copertine di pile per godersela sulla terrazza fino a notte fonda.
La seconda sera siamo andati (addirittura!) a ballare: Ukukus è un ex centro culturale trasformato oggi in disco pub, ma sempre con la presentazione di vari spettacoli e concerti prima di dare libero sfogo alle danze da disco.


Poi, naturalmente, me ne tornavo nella mia camera d’albergo – scelta e pagata dal Centro che mi organizzava le conferenze – mentre a Lima ho avuto il massimo tuffo Back to the Future quando son stata ospite della mia amica Claudia, giovane e talentuosa stilista di moda ribelle a cui ho promesso di dedicare un post…

Claudia vive in un appartamento condiviso, con 2 amiche e 2 gatti, che mi ha fatto tanto ricordare i tempi dell’università, quando ognuno degli eterogenei coinquilini aveva un sogno diverso, tante idee per il futuro e ben poche certezze. Soprattutto nessuna su quello che si presenta adesso come il nostro presente.
E’ stato divertente passare un paio di notti insonni a ricamare, guardare video di cantanti e gruppi inimmaginabili e mangiare pan con palta a notte fonda (versione peruviana della spaghettata di mezzanotte). Intanto, però, osservavo tutto questo dal di fuori, cosciente di essere una spettatrice temporanea e che una certa realtà, ormai, non mi appartiene proprio più.

Così come non mi appartengono più le tipiche mete europee quali Londra.
La prima volta che l’ho visitata avevo 18 anni, 1 giorno e morivo letteralmente dalla voglia di conoscerla. L’anno scorso ci son tornata per l’ennesima volta, per andare a trovare gli amici che vi si son stabiliti e per fare un bel viaggetto con mio fratello; esperienza risalente ai tempi dell’infanzia e che in realtà si è poi ripetuta pochi mesi dopo, quando ha finalmente deciso (dopo un decennio!) di venire a trovarci in Perù.


Ma farci tutto il giro del paese da soli era troppo, così per un paio di tappe ho dovuto cedere e tornare a muovermi con marito+figlia al seguito, lasciando solo all’ultima settimana di viaggio del malcapitato la pace di:

mangio quando e cosa mi pare
esco di casa senza una borsa grande come una casa
se son stanca, mi riposo
stanotte mi leggo un bel libro
prendo il bus più economico anche se ci mette un secolo
mi faccio tutti i negozietti del centro senza pianti nè lamenti
passeggio sotto la pioggia

Poverino! Lui mica lo sapeva di essere la valvola di sfogo di una madre viaggio/repressa

Ed ora, invece, l’ultima grande “pausa” me la sono presa un paio di settimane fa, per qualcosa che davvero mi macava tanto… un ritiro spirituale con una famosa Curandera ultranovantenne: la mamita Maria Apaza.
Tre giorni sperduti nelle campagne circostanti Arequipa, scoprendo pratiche ancestrali, imparando nuovi metodi di sanaciones, ascoltando Quechua, mangiando sano, facendo la doccia fredda (diciamo gelata), meditando e canalizzando, conoscendo gente nuova e rilassandomi tanto che son riuscita a divorare dall’inizio alla fine il libro che mi ero portata. Esperienza unica e necessaria che racconterò presto presto con dettagli.

Stay Tuned!

La Calvana al collo

C’era una volta una piccola montagna

che sovrastava il grande parco di Galceti, in cui si andava a giocare da bambini e a visitare il Parco di Scienze Naturali per vedere gli animali tipici della nostra terra, primo fra tutti il cinghiale!
Quella “piccola montagna” ha una storia che inizia circa 100 milioni di anni fa e racconta di conti (i Guidi, gli Alberti, i Bardi…), del Medioevo e del Rinascinamento (con i suoi terrazzamenti, i mulini ed i giardini pensili); è ricca di grotte e doline, vegetazione e animali di tutti i tipi, fra cui ultimamente prevalgono “i Pratesi dell’aperitivo a Villa Fiorelli”, razza a me ormai quasi sconosciuta perchè quando lasciai la mia terra e la mia gente (quei pratesi, appunto) a Villa Fiorelli si festeggiavano solo i matrimoni e in Galceti si andava la mattina per fare forca a scuola, oppure il pomeriggio per giocare nel prato grande e qualcuno la sera a fumarsi le canne.

Due decenni dopo ci son tornata, esattamente un anno fa, per farci giocare i bambini. Mia figlia ed i figli di tutti i cugini e gli amici che, come me, son cresciuti lontani, ed hanno deciso di riunirsi proprio lì, nel pratone di Galceti per giocare sulle altalene, vedere i pavoni del CSN, fare merenda con le schiacciatine del barrettino di tutta la vita (e immancabile EstaThe dell’infanzia) e raccontarsi come vanno le cose lontani da casa.
E fra una chiacchiera e l’altra, io e mia figlia ci facemmo anche una scalatina del monte.
“Mamma, sembra il Misti“, diceva lei.

Beh, insomma, i meno di 1000 metri della Calvana sono incomparabili con i quasi 6000 del vulcano che ci sveglia ogni mattina, però l’amore che gli Arequipeñi provano per la loro montagna potrebbe essere lo stesso che provo io per quella catena che mi parla dell’infanzia, di famiglia e amici. Quindi, prima di scendere, decimmo di portarci via un po` di pietre, ben stipate nella valigia per il loro viaggio oltreoceano. Ma non era sufficiente tenerle sul comodino e guardarle ogni tanto, così ho deciso: che anche la Calvana diventi internazionale!

Ho portato la pietra da un artigiano peruviano e mi ci son fatta fare una bella collana, per portare sempre con me il sapore e l’energia di casa!

Che dite, vi piace?!

Cade il dente: topolino o fatina?

topolino del dente

Il primo dentino è caduto!

E da buona madre snaturata, io non c’ero!
Ci ho pensato una vita, da quando – tanti anni fa – vidi in un negozio fiorentino di oggetti di legno una meravigliosa scatolina “porta dentino” e pensavo chissà se potrò andare a comprarla, quando arriverà il momento
Magicamente è andata proprio così: siamo in Italia e da più di una settimana seguivamo i dondolamenti sempre meno lenti del dente (!) quando, il giorno prima di partire per Londra (prima volta che la lasciavo da sola per più di un giorno e una notte, con non poca angoscia, diciamo la verità), mi venne il dubbio. Allora dissi a mia madre: se per caso dovesse cadere in questi giorni, mettile questa sotto al cuscino insieme a qualche centesimo. Le avevo dato una grande moneta di cioccolato, avvolta in una carta dorata splendente perché una volta mia figlia mi aveva detto che la fatina dei denti porta monete luccicanti, ma di euro abbaglianti io, finora, non ne avevo ancora visti.

La reazione d’orrore di mia madre mi fece sorridere, come se di denti che cadono non ne avesse già visti in precedenza! Comunque nascose il monetone in un cassetto e disse “va bene”. Puntualmente, la mattina dopo, il dente se ne andò e quando me lo raccontò, per telefono, mi disse anche che la fatina l’avrebbe preso lasciando in cambio i soldi. Quindi mia madre, più tardi, mi chiese: ma il dente, rimane sotto al cuscino o scompare?!
Eh, se lei dice che scompare, facciamolo scomparire. Che ne so io…
Appena rientrata, e celebrato quel buchetto fra gli incisivi già abbastanza separati di per sé, le chiesi spiegazioni. E ancora una volta mi trovai a sentire le budella che si attorcigliano per via di quella dannata educazione gender che in certi paesi, purtroppo, è ancora molto, troppo forte.

Quindi la storia è questa: la maestra ha spiegato ai bambini che quando cade il primo dentino, se sei femminuccia arriva una fatina che si prende il tuo dente in cambio di una moneta;
se sei un maschietto invece, arriva un topolino che fa esattamente la stessa cosa.
E io mi domando, ancora una volta, MA PERCHE’?!
Perché la fata non può entrare in camera di un maschio? Perché la femmina deve aver paura di mostrare il pigiama a un topo?

Perché tutte queste differenze anche laddove, davvero, non ce ne sarebbe bisogno?
Vi prego, datemi le vostre risposte e/o idee perché io ho solo molti altri dubbi in merito,

che non esiterò certo a proporvi alla prossima occasione!

Resultado de imagen para topo o fata del dente?

 

Viva Viva la Befana

La befana non esiste…

in Perù come in molti altri paesi, ma noi l’abbiamo sempre festeggiata lo stesso, perché le tradizioni vanno mantenute, soprattutto se son belle!
Quest’anno però è stata tutta un’altra cosa, e non solo perché siamo qui dove tutti l’aspettano e la ricevono, ma perché eravamo nella stessa casa in cui anch’io, per tanti anni, l’ho aspettata e ricevuta!
E sembra nulla, ma in realtà è un’emozione in più diventare la befana proprio insieme a chi è stata anche la tua, mamma o babbo che fossero, o entrambi.

La prima calza è arrivata con qualche giorno di anticipo e mia mamma che dice: “nascondila nel mio armadio” mi ha fatto rivivere il momento di shock in cui scoprii che Babbo Natale non esisteva, perché vidi i regali nascosti proprio in quello stesso armadio. E un brivido mi è passato lungo la schiena mentre chiudevo lo sporto, dopo essermi però assicurata che fosse ben nascosta in un sacchetto e sotto ad altre borse, per evitare appunto errori già commessi

Il 5 gennaio siamo andati tutti insieme all’evento “Aspettando la befana“, organizzato dallo storico Circolo vicino a casa in cui la cena sociale (8 euro per un buffet per oltre 200 persone, bambini esclusi) si concludeva con l’arrivo di un’attrice che impersonava la famosa vecchina e regalava a tutti i bimbi una calza rigorosamente senza carbone.
In realtà pensavo che mia figlia avrebbe capito subito che era una farsa e quindi quando l’ho messa a letto ho detto qualcosa sull’imminente visita a casa nostra, ma lei mi ha sorpreso dicendo: “E perché dovrebbe venire, se la calza me l’ha già data?

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Mi sono emozionata di nuovo e mi ha riempito di tenerezza vedere come la volontà di credere alla magia sia comunque più forte della razionalità. E questa è la risposta che posso dare adesso a quel babbo che, pochi giorni prima, mi ha chiesto:
Ma perché gli raccontiamo queste balle? Tanto un giorno lo scopriranno e ci diranno che li abbiamo solo presi in giro…”
Io dico che forse ci ameranno per averli aiutati a credere, per aver dato speranza alla magia ed esserci trasformati in un personaggio speciale che gli ha portato doni fondamentalmente senza motivo, solo per celebrare il fatto che nel mondo dei bambini tutto è possibile.
Anche che strani personaggi si intrufolino in casa tua non per portarti via qualcosa, ma per lasciarti invece un paio di caramelle e (nel nostro caso) anche un po’ di frutta.

Ed è inutile dire che le grida di gioia mattutine per l’ovetto Kinder hanno spazzato via ogni dubbio!

Halloween sulle Ande

E passò anche Halloween.

E sinceramente penso che sia stato il primo che ho vissuto davvero… perchè quando abitavo negli States mi godevo il clima, ma ero troppo grande per fare il “porta a porta”; invece ieri ho accompagnato mia figlia ed i miei nipoti a cercare di riempire le loro zucche di plastica. Non è stato facile, ma ce l’abbiamo fatta!
Ora, non chiedetemi da cosa erano mascherati i ragazzi perchè, sinceramente, non lo so.
Il cugino maggiore lo dichiarava spudoratamente e il suo travestimento era soltanto un cappuccio nero, occhi dipinti di nero ed un martello di legno in mano.
La cugina del mezzo aveva un vestito da strega ed un cappello tipo 4NonBlondes dei tempi d’oro.
La cugina piccola doveva essere Minnie Strega, ma di Minnie non aveva voluto indossare le orecchie nè il trucco, solo il vestito e poi un cappello a punta che è durato 10 minuti, perchè nel vortice della folla le cadeva e non ce la poteva fare.
Io avevo addirittura riesumato il mio vestito da Trilly (e scusate ma che gioia rinfilare un pezzo che indossavi a 19 anni! Aaaaah!) ma non ho fatto in tempo ad andare a casa per cambiarmi… quindi dal lavoro direttamente alla strada.

E la strada era praticamente inondata da un’orgia di bambini e genitori che si infilavano in tutti i negozi possibili gridando “Dulce o truco?” Molti allunagavano il dolce, ma tanti altri si limitavano alla solita scusa del “Non ne abbiamo più”. Purtroppo la mia foto nella ressa è venuta uno schifo, ma era veramente fantastico vedere una vetrina inondata di dolci con su appeso un cartello che dichiarava che erano finiti…


Chi davvero voleva contribuire è andato a cercare tutto quel che aveva, e allora ci siamo ritrovati con in mano anche delle bustine di zucchero; ma il più bello è stato il dentista, che aveva preparato delle meravigliose confezioni di marshmallows per l’occasione. Strano non ci abbia appiccicato anche un biglietto da visita, del tipo: ricordati delle carie che ti ho procurato e vieni che te ne libererò!

zucca di halloween con marshmallows

Così, mentre vagavamo come anime in pena al calare della notte, il centro ha cominciato a trasformarsi e la festa dei bambini si apriva a quella dei grandi: le disco iniziavano a tirar fuori le decorazioni e le casse di birra e la polizia cominciava a schierarsi davanti alle disco in assetto da guerra. E badate che non è una battuta: c’erano davvero i carri armati per strada, pronti ad evitare le resse e risse che un anno fa distrussero mezza città.


Ma per noi era già ora di rientrare. Peccato fosse impossibile: per il tragitto che di solito si fa in 20 minuti ci volevano almeno 2 ore, così babbo mi chiama e mi suggerisce di restare fuori ancora un po’, per aspettare che la situazione si calmasse. Allora che si fa? Andiamo a mangiare la pizza e concludiamo la serata in bellezza!
Ma non pensate che sia solo tutto rose e fiori: ricordate che l’anno scorso avevo raccontato delle sfilate degli incalliti religiosi guastafeste?! Ecco, li ho incontrati anche quest’anno quando, più silenziosi e subdoli, mi hanno semplicemente messo in mano un volantino fatto in modo assolutamente professionale, costato chissà quanto, con su le parole magiche:
Sappiamo che la notte delle streghe, o Halloween, è per il mondo esoterico e dei satanisti il momento ideale per le opere di magia (…) La profezia dichiara che questi peccati saranno la ragione che scatenerà la ira di Jehova nostro Dio e le sette piaghe.”

chiesa avventista del settimo giorno halloween

Ovvia, allora anche quest’anno ci siamo guadagnati l’inferno!

Quando la terra balla

blog

Questa cosa del terremoto è alquanto strana.

E qui le scosse sono così abituali che, per descriverle, si usano due parole diverse : temblor (quando praticamente tutto si muove senza lasciar danni), terremoto quando la cosa invece si fa seria. E notate che ho scritto “lasciar danni” volontariamente perché le tracce, invece, le lascia anche un temblor. Almeno per me.

Ricordo che le prime volte, quasi 10 anni fa, mi prendeva il panico. Non sapevo che fare, mi cagavo letteralmente sotto e poi mi sentivo una cretina quando tutti ridevano di me dicendo: “ti ci devi abituare“. Io pensavo che non mi ci sarei mai abituata, però poco a poco ho cominciato a crederci. Ho cominciato a sentire tutto in modo diverso: pensavo che quei sobbalzi improvvisi ci facevano ricordare che la Pachamama davvero é viva; che siamo esseri assolutamente impotenti ed ho imparato anche ad ascoltarlo, il rumore della terra che si muove.
Sì, perché prima della scossa c’è un momento di silenzio assoluto , quasi irreale, quando anche i cani che un attimo prima ti avvisano e un attimo dopo impazziscono, si mettono zitti zitti e si comincia a sentire una sorta di rumore sordo nell’aria. Quel rumore da indicazioni sulla durata e anche sull’intensità del movimento; quel rumore aiuta. Non solo per queste informazioni, ma soprattutto perché, se ti concentri, eviti di entrare in panico. Non c’è tempo per il panico: devi stare allerta.

Naturalmente però se il temblor arriva di notte, proprio nel bel mezzo del sonno, allora le cose cambiano.  Allora succede che il subcosciente vince e, com’è accaduto stanotte, ti svegli di soprassalto gridando il nome di tua figlia e capisci quali sono, davvero, le tue priorità. Quello di oggi è durato molto: ci ha dato il tempo di alzarci, andare a prenderla nella sua stanza, tranquillizzarla e metterci tutti nella zona sicura. É vero che é agosto, il mese in cui la Terra si muove di più, però è il terzo piuttosto forte in una settimana. Il primo fece 8 morti a 4 ore da noi; era un 5.2 e qualche imbecille cominciò a scrivere su facebook “arequipeño che si rispetta, si preoccupa solo dai 7 in su”. Ora dev’essere perché io sono arequipeña solo di residenza, non di sangue, ma invece si che mi preoccupo! E ora ogni rumore strano mi spaventa, ogni sirena in lontananza mi suona a uccellaccio del malaugurio, ogni ululato di cane mi fa spalancare le orecchie e la mia mente viaggia…

Mentre camminavo per il centro mi chiedevo: se succedesse ora, dove potrei andare? Da nessuna parte, era la triste risposta. Perché le strade sono strette, circondate da edifici in maggioranza vecchi e quindi a rischio caduta. Spazi liberi nessuno. Pali della luce carichi di tonnellate di fili elettrici attorcigliati su loro stessi. E i miei pensieri continuavano: Ginevra sarebbe al sicuro? Deve stare con suo padre, solo così mi sentirei tranquilla. Perché lui sa davvero cosa fare.
Lo so, gli amici mi chiamano Drama Queen, ma che ci posso fare?! Posso solo prepararmi, preoccupata se questa volta mi toccherà ballare il rock&roll

E allora intanto preparo lo zaino d’emergenza che il comune regala a tutti i cittadini: la torcia, un mini pronto soccorso e qualche scatoletta ci sono da sempre. Ora aggiungo un plaid (per coprirsi e proteggersi da quello che potrebbe caderti in testa); un paio di scarpe vecchie per ognuno (per camminare sui detriti quando tutto passi); qualche maglione (perché se succede di notte, fa freddo!); 2 bottiglie d’acqua (l’acqua è fondamentale per tutto).
Vorrei 1 razzo di segnalazione, ma non ce l’ho. Vorrei un jet privato sul tetto, ma non ce l’ho. Vorrei la sicurezza di non perdere la calma, ma non ce l’ho. Vorrei la certezza che saremo tutti e tre insieme quando arriverà, ma non ce l’ho. Vorrei la promessa della Pachamama che sarà clemente con noi, ma non ce l’ho.

In fondo, perché dovrebbe scegliere proprio noi?!

Que viva San Pedro

santo

E allora parliamo davvero della festa di San Pietro.

Cominciando, com’è d’obbligo, con il racconto di quello che la festa rappresenta (almeno in origine). Ovviamente si tratta di una festa religiosa in onore del patrono del Pueblo Tradicional in cui viviamo: San Pietro.
All’epoca questo paesino era fatto di enormi campi coltivati e le case erano poche, sparpagliate qua e là, proprio come i fedeli che arrivavano da tutte le parti. Per questo si iniziava la festa facendo esplodere dei petardi per avvisarli che dovevano mettersi in marcia, a cavallo dei loro asini vestiti a festa, carichi di paglia (che poi veniva bruciata in mezzo alla piazza) e con le immancabili bandiere del Perú. Una volta arrivati all’ingresso del paese, si preparava la cosiddetta “entrada del capo“, dove un gruppo di musicisti (i caperos) celebravano l’arrivo dei fedeli e si sparavano ancora petardi. Da lì, si dava il via ai veri festeggiamenti: 9 giorni di messe, danze e balli, e passeggiate della (inquietante) statua del Santo in giro per le stradine.

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Preparazione de la Troya (file di polvere da sparo)

Naturalmente ci sono anche innumerevoli leggende intorno all’evento: una dice che quando il Santo sentì che quello sarebbe stato l’ultimo anno in cui si organizzava la festa, fece esplodere le “chombas” in cui si custodiva la chicha (vino) per i festeggiamenti; un’altra dice che quando il Santo sentì il rifiuto di un paesano di pagare per la musica, gli fece cadere in testa un mazzo di chiavi che gliela aprirono in due; la più temuta racconta che ogni anno, in quel periodo, Pedrito si porta via 4 paesani (e per onor di cronaca devo confermare che in questo mese 3 dei miei vicini sono già volati)… fatto sta che, storie macabre o santi incazzusi che sia, la festa oggi è ancora più viva che mai e, forse proprio per evitare ulteriori rappresaglie da parte del festeggiato, non mancano né la musica né il bere. Purtroppo.

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Preparazione per lo sparo dei petardi

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E dico purtroppo perché noi che viviamo sotto la piazza non riusciamo a chiudere occhio per tutti quei 9 giorni (che oggi sono diventati 11, giusto per riempire 2 fine settimana) proprio a causa della musica (che suona fino alle 5 di mattina) e delle bombarde (che si sono arrivate a sparare per 2 ore consecutive). Insomma, questa tanto attesa festa, non solo ha ormai perso tutto il suo senso religioso, ma si é trasformata in un’esagerazione da “manifestazione di potere“.
Infatti, devo spiegare che ogni anno si elegge uno, o più, padrini della festa, cioè coloro che pagheranno per il gruppo musicale, per i fuochi e per la birra. Ora dovete sapere anche che il mercato immobiliare ormai da qualche anno è l’affare più redditizio della città e tutti vogliono costruire; quindi, i religiosi paesani, sono riusciti a far cambiare la legge che dichiarava i campi della zona come “intoccabili” per trasformarli in terreni edificabili. E allora, a parte il fatto che la zona verde che ci circondava si sta rapidamente trasformando in un ammasso di edifici costruiti senza criterio né buongusto, adesso gli ex proprietari terrieri sono pieni di soldi e, per dimostrarlo, fanno a gara per:

  • portare sul palco i migliori gruppi del momento (e vi assicuro che vedere donne ignude a pecorina, a ritmo di reggaeton davanti alla porta della chiesa fa inorridire anche me che di cattolico ho solo i sacramenti)

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  • far sparare i più enormi botti mai sentiti in tutta la città (e quando parlo di “botti” non mi riferisco a quei bei fuochi artificiali che fanno luci e colori, ma solo a catene immense di polvere da sparo incastrata in cima a delle canne di bambù che fanno solo rumore, fumo e puzza. E poi finiscono abbandonate sui nostri tetti, ma vabbé…)

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  • comprare quanto più alcool possibile (e visti i risultati, non é certo un caso che negli ultimi anni il sindaco abbia proposto di abolire queste manifestazioni pseudo religiose…)
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Risultato finale

L’ultima volta che abbiamo partecipato (qualche anno fa) la festa terminò con una rissa fra i due padrini perché il cantante, pagato da uno, non cedeva il microfono all’altro, che voleva solo dichiarare a tutti il nome della famiglia che aveva pagato per i petardi. Così qualcuno decise di staccare la spina dell’altoparlante e finalmente, per noi, fu la pace!

Amen.

 

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