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Sottotitolo: “Mai dare retta al babbo”!

Perché un attimo prima di uscire, quando eravamo giá ben spalmate di protezione solare ed avevamo messo in borsa la frutta e qualche panino, l’acqua, i fazzolettini, i cappelli e gli occhiali da sole, ho pensato che nel deserto fa freddo presto ed ho chiesto:
“Prendo anche una felpa?”
“Non serve, tanto torniamo presto.”
Gli ho creduto e mi sono limitata ad aggiungere un vestitino di ricambio, un piccolo asciugamano ed un paio di bustine di plastica per prepararmi all’evenienza vomito, che ormai ci accompagna sempre durante i viaggi.

Cosí, dopo un paio d’ore di bus, siamo arrivati al fatidico S.Camilo, dove babbo voleva mostrarci un terreno che potrebbe rivelarsi un’occasione e che, naturalmente, mi ha lasciata non poco interdetta. Mentre noi ci guardavamo intorno e discutevamo del possibile futuro di quella zona divisa in parcelle perfettamente uguali che, se oggi possono sembrare un paradiso, secondo me nel futuro diventeranno un centro infernale di tipica vita mondana andina (che non é precisamente il mio stile…), la signorina giocava tranquilla con la sabbia, raccogliendo pietre su pietre e poi distraendosi con il cagnolino di un’ipotetica vicina che giá vive in una baracca tirata su in loco.

s.camilo perú

Alla fine ci siamo seduti all’ombra di una delle casupole che, obbligatoriamente, vanno “costruite” nei singoli pezzi di terra ed abbiamo mangiato il poco che ci eravamo portati dietro: panini con palta, banane, mandarini e anche un pacchetto di patatine!
Pronti per il rientro, ho azzardato una domanda di cui mi sarei presto pentita:
“Ma ora non sappiamo a che ora passerá il bus per il rientro…”
“Non preoccuparti, passano ogni dieci minuti. Certo, ci sará da camminare un pó per arrivare in un punto in cui possano fermarsi, ma non é lontano.”
Cosí ci incamminiamo lungo una strada perfettamente asfaltata, che puzzava ancora di nuovo mentre tutto intorno era terra arida, catapecchie, desolazione. Durante il cammino ci imbattiamo in un cane che si stava putrefacendo a pancia all’aria e cosí abbiamo avuto anche il primo incontro diretto con la “morte vera“, e la caterva di domande che immancabilmente ha suscitato.
Quando finalmente troviamo un punto in cui possiamo aspettare, aspettiamo.

Aspettiamo, aspettiamo ma non si muove nulla. Finalmente, in lontananza, un bus: ci sbracciamo e lui prosegue dritto a velocitá supersonica.
“Probabilmente era pieno”, si giustifica babbo poco convinto.
Passa ancora del tempo e arriva un signore che dice:
“Vediamo se stando tutti insieme, il prossimo si ferma.”
Eh, magari. Penso io. E invece nulla: anche il seguente autobus non ci vede nemmeno e intanto il sole comincia a calare…
Ad un certo punto il nostro intraprendente compagno di disavventura ferma una macchina uscita direttamente da un film anni ’30, giallo limone, che stava su coi fili (come direbbero dalle mie parti) e guidata da un personaggio altrettanto assurdo.
“Vi posso portare fino all’incrocio”
“Suvvia, fino al km.48 che le paghiamo il viaggio!”
“No, no, mi spiace ma ho davvero un appuntamento troppo importante. Non posso assolutamente mancare.”
Effettivamente l’abito elegante con le spalline che rimanevano sollevate 10 cm. sulla spalla, dava ad intendere che per lui non fosse proprio una giornata qualunque, e allora via con le speculazioni su che razza di evento potesse mai attendere il nostro baldo salvatore che, per la molestia, ci ha chiesto soltanto un sol a testa…deserto

E almeno siamo arrivati all’incrocio, dove ci sono giá una quindi
cina di persone in attesa. Segno alquanto inquietante, soprattutto considerando che il sole era ormai tramontato, il freddo cominciava a pungere e noi non avevamo assolutamente niente per ripararci un pó: avevo giá messo il vestitino sopra la maglietta della piccola avventuriera e cercavo di tapparle la schiena con il micro asciugamano che mi era portata dietro (almeno quello), ma io non avevo niente per coprire le mie gambe all’aria né la schiena e le braccia.
Cominciavo a tremare dal freddo, nonostante fossimo tutti e tre abbracciati tipo sardine. Il tempo passava, le persone in attesa aumentavano e di bus…nemmeno l’ombra.
In compenso peró, durante l’attesa ho potuto assistere ad un paio di furti in diretta: i camion che trasportano il grano cominciano a suonare i loro enormi clacson, da una delle baracche sulla strada arrivano 3/4 persone a corsa con grandi secchi e borse di plastica; il conducente fa scivolare il grano da un tubo che sbuca da sotto la carrozzeria e non appena i sacchi sono pieni, risale sul suo tir e riparte. Ha usato i 10 minuti di sosta che il controllo satellitare gli permette e non avrá nessun problema, mentre i complici se ne tornano felici a casa loro con le mani piene.
Onestamente mi son girate un pó le balle nel vedere tutto questo, soprattutto perché di 3 camion che si son fermati, tutti e 3 hanno scaricato nella stessa casa. Ora c’é chi li definisce “poveracci che cercano di sopravvivere”, a me son sembrati soltanto dei semplici ladri. E io mi son sentita quasi complice per essere rimasta lí a guardare con tutti gli altri, senza dire né fare niente.
“Ho preso la targa!” Mi sono azzardare a bisbigliare a mio marito che, fulminandomi con lo sguardo ha detto solo:
“Vuoi tornare a casa, vero?!”
E si, onestamente volevo solo tornare a casa, anche se ormai sembrava quasi impossibile.

Dopo quasi 3 ore di attesa, finalmente é arrivato un “collettivo“, ovvero un’auto che carica quante piú persone possibili per fare servizio di taxi. Noi eravamo solo 4+1 bambina e 3 giovani nel portabagagli. Dopo una ventina di minuti siamo arrivati al fatico km.48 e siamo riusciti ad infilarci in una van “di straforo”: mio marito in piedi, io seduta su una seggiolina di plastica che hanno tirato giú dal tetto e che rischiava di lanciarmi fuori dal cruscotto ad ogni fermata. Per fortuna la mia vicina si é offerta di tenere in braccio la bella addormentata che, almeno, ha viaggiato un pó piú comoda e cosí siamo finalmente arrivati a destinazione, stanchi, infreddoliti e morti di fame. E le mie uniche parole, a chiudere la giornata, sono state:
“Sia chiaro: é stata un’emergenza ma queste avventure, ora che siamo in tre, sono ormai bandite per sempre dal libro delle possibilitá possibili!”

Perché noi, di queste storie, ne avremmo da raccontare

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