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Questa cosa del terremoto è alquanto strana.

E qui le scosse sono così abituali che, per descriverle, si usano due parole diverse : temblor (quando praticamente tutto si muove senza lasciar danni), terremoto quando la cosa invece si fa seria. E notate che ho scritto “lasciar danni” volontariamente perché le tracce, invece, le lascia anche un temblor. Almeno per me.

Ricordo che le prime volte, quasi 10 anni fa, mi prendeva il panico. Non sapevo che fare, mi cagavo letteralmente sotto e poi mi sentivo una cretina quando tutti ridevano di me dicendo: “ti ci devi abituare“. Io pensavo che non mi ci sarei mai abituata, però poco a poco ho cominciato a crederci. Ho cominciato a sentire tutto in modo diverso: pensavo che quei sobbalzi improvvisi ci facevano ricordare che la Pachamama davvero é viva; che siamo esseri assolutamente impotenti ed ho imparato anche ad ascoltarlo, il rumore della terra che si muove.
Sì, perché prima della scossa c’è un momento di silenzio assoluto , quasi irreale, quando anche i cani che un attimo prima ti avvisano e un attimo dopo impazziscono, si mettono zitti zitti e si comincia a sentire una sorta di rumore sordo nell’aria. Quel rumore da indicazioni sulla durata e anche sull’intensità del movimento; quel rumore aiuta. Non solo per queste informazioni, ma soprattutto perché, se ti concentri, eviti di entrare in panico. Non c’è tempo per il panico: devi stare allerta.

Naturalmente però se il temblor arriva di notte, proprio nel bel mezzo del sonno, allora le cose cambiano.  Allora succede che il subcosciente vince e, com’è accaduto stanotte, ti svegli di soprassalto gridando il nome di tua figlia e capisci quali sono, davvero, le tue priorità. Quello di oggi è durato molto: ci ha dato il tempo di alzarci, andare a prenderla nella sua stanza, tranquillizzarla e metterci tutti nella zona sicura. É vero che é agosto, il mese in cui la Terra si muove di più, però è il terzo piuttosto forte in una settimana. Il primo fece 8 morti a 4 ore da noi; era un 5.2 e qualche imbecille cominciò a scrivere su facebook “arequipeño che si rispetta, si preoccupa solo dai 7 in su”. Ora dev’essere perché io sono arequipeña solo di residenza, non di sangue, ma invece si che mi preoccupo! E ora ogni rumore strano mi spaventa, ogni sirena in lontananza mi suona a uccellaccio del malaugurio, ogni ululato di cane mi fa spalancare le orecchie e la mia mente viaggia…

Mentre camminavo per il centro mi chiedevo: se succedesse ora, dove potrei andare? Da nessuna parte, era la triste risposta. Perché le strade sono strette, circondate da edifici in maggioranza vecchi e quindi a rischio caduta. Spazi liberi nessuno. Pali della luce carichi di tonnellate di fili elettrici attorcigliati su loro stessi. E i miei pensieri continuavano: Ginevra sarebbe al sicuro? Deve stare con suo padre, solo così mi sentirei tranquilla. Perché lui sa davvero cosa fare.
Lo so, gli amici mi chiamano Drama Queen, ma che ci posso fare?! Posso solo prepararmi, preoccupata se questa volta mi toccherà ballare il rock&roll

E allora intanto preparo lo zaino d’emergenza che il comune regala a tutti i cittadini: la torcia, un mini pronto soccorso e qualche scatoletta ci sono da sempre. Ora aggiungo un plaid (per coprirsi e proteggersi da quello che potrebbe caderti in testa); un paio di scarpe vecchie per ognuno (per camminare sui detriti quando tutto passi); qualche maglione (perché se succede di notte, fa freddo!); 2 bottiglie d’acqua (l’acqua è fondamentale per tutto).
Vorrei 1 razzo di segnalazione, ma non ce l’ho. Vorrei un jet privato sul tetto, ma non ce l’ho. Vorrei la sicurezza di non perdere la calma, ma non ce l’ho. Vorrei la certezza che saremo tutti e tre insieme quando arriverà, ma non ce l’ho. Vorrei la promessa della Pachamama che sarà clemente con noi, ma non ce l’ho.

In fondo, perché dovrebbe scegliere proprio noi?!

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