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figli misti, famiglie alternative ed idee geniali

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Prima di essere “mamma”

Viva Viva la Befana

La befana non esiste…

in Perù come in molti altri paesi, ma noi l’abbiamo sempre festeggiata lo stesso, perché le tradizioni vanno mantenute, soprattutto se son belle!
Quest’anno però è stata tutta un’altra cosa, e non solo perché siamo qui dove tutti l’aspettano e la ricevono, ma perché eravamo nella stessa casa in cui anch’io, per tanti anni, l’ho aspettata e ricevuta!
E sembra nulla, ma in realtà è un’emozione in più diventare la befana proprio insieme a chi è stata anche la tua, mamma o babbo che fossero, o entrambi.

La prima calza è arrivata con qualche giorno di anticipo e mia mamma che dice: “nascondila nel mio armadio” mi ha fatto rivivere il momento di shock in cui scoprii che Babbo Natale non esisteva, perché vidi i regali nascosti proprio in quello stesso armadio. E un brivido mi è passato lungo la schiena mentre chiudevo lo sporto, dopo essermi però assicurata che fosse ben nascosta in un sacchetto e sotto ad altre borse, per evitare appunto errori già commessi

Il 5 gennaio siamo andati tutti insieme all’evento “Aspettando la befana“, organizzato dallo storico Circolo vicino a casa in cui la cena sociale (8 euro per un buffet per oltre 200 persone, bambini esclusi) si concludeva con l’arrivo di un’attrice che impersonava la famosa vecchina e regalava a tutti i bimbi una calza rigorosamente senza carbone.
In realtà pensavo che mia figlia avrebbe capito subito che era una farsa e quindi quando l’ho messa a letto ho detto qualcosa sull’imminente visita a casa nostra, ma lei mi ha sorpreso dicendo: “E perché dovrebbe venire, se la calza me l’ha già data?

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Mi sono emozionata di nuovo e mi ha riempito di tenerezza vedere come la volontà di credere alla magia sia comunque più forte della razionalità. E questa è la risposta che posso dare adesso a quel babbo che, pochi giorni prima, mi ha chiesto:
Ma perché gli raccontiamo queste balle? Tanto un giorno lo scopriranno e ci diranno che li abbiamo solo presi in giro…”
Io dico che forse ci ameranno per averli aiutati a credere, per aver dato speranza alla magia ed esserci trasformati in un personaggio speciale che gli ha portato doni fondamentalmente senza motivo, solo per celebrare il fatto che nel mondo dei bambini tutto è possibile.
Anche che strani personaggi si intrufolino in casa tua non per portarti via qualcosa, ma per lasciarti invece un paio di caramelle e (nel nostro caso) anche un po’ di frutta.

Ed è inutile dire che le grida di gioia mattutine per l’ovetto Kinder hanno spazzato via ogni dubbio!

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Goodbye Judith

Judith Malina in Maudy and Jane. Foto: Maria Ventriglio

 

Probabilmente questo non ho è lo spazio più giusto, ma è il MIO spazio e dato che oggi mi sento così, io lo uso così….

Prima una grande foto di Judith Malina da giovane, con i capelli cotonati stile anni ’80. Poi la classica foto presente su tutti i libri di teatro: Judith e Julian davanti al cartello che dice “The Living Theatre“.

Io non ho conosciuto Julian Beck ma solo Hanon, il secondo marito di Judith, e per un secondo penso che chissà com’è stato per lui vivere all’ombra del fondatore del movimiento che rivoluzionò il teatro nel mondo. Mi scappa da ridere ripensando a quando lo vedevamo andare a rinchiudersi in bagno per fumare una sigaretta. Per problemi di salute gli avevano proibito di fumare, ma lui non poteva resistere. Allora Judith lo sgridava come un bambino e gli diceva: “Smettila, sai che non puoi andartene prima di me!” E invece fu proprio così e Judith se n’è andata oggi, 3 anni dopo.

The Brig vince 5 OBI Awards nel 2007

 

L’articolo che da la notizia usa una foto della regista davanti alla scenografia di “The Brig“, l’opera che mi ha accompagnata ed imprigionata durante i miei anni di vita a New York, la vita con e dentro il Living. L’opera di cui ho realizzato un documentario che lo scrittore Ken Brown, non so perchè, ancora oggi esalta. Guardo la foto, leggo l’articolo e sotto vedo i commenti di tutti i compagni di quell’avventura, tutti i prigionieri del Brig, gli amici che hanno segnato una tappa indimenticabile nel mio percorso, i fratelli Living. E basta un attimo per essere di nuovo lì.

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The Living Theatre apre la sua casa al 21 di Clinton Street, NY

 

Sulla porta in Clinton Street che scendeva fino al sotterraneo trasformato in “casa” grazie all’instancabile lavoro di Gary Brackett e di tutti i ragazzi che, arrivati lì come attori, fra una prova e l’altra in una sala presa in affitto al Teatro La Mama, accettavano di fare i muratori, gli imbianchini, gli elettricisti, gli scenografi. Furono mesi di lavoro quotidiano e la sera della prima, nonchè inaugurazione del posto, un unico grido si levava dalle gradinate del pubblico: “We did it!”

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In un attimo sono di nuovo lì, travolta da migliaia di ricordi di ogni tipo. Sono rinchiusa nello sgabuzzino a manovrare le luci durante lo spettacolo; sono sulla terrazza di Judith e Hanon a chiacchierare con i compagni; sono dietro al bar che aprimmo senza permesso per racimolare i soldi dell’affitto mentre lei è li che muove la testa e picchietta la mano sul tavolo ascoltando il concerto di quella notte.

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Ricordo l’imbarazzo la prima volta che dovetti leggere un brano in inglese davanti ad una cinquantina di persone riunite a tavola per festeggiare il Passover; ebrei o no, Judith ci aveva invitati tutti e noi eravamo lì, scoprendo tradizioni fino ad allora sconosciute.
Ricordo anche la prima prova di “Misteryes“: la scena del tableaux vivant fu un vero disastro per me. Avevamo 5 secondi di buio durante i quali dovevamo inventare una posizione significativa prima che il riflettore ci sparasse addosso la luce. Per cinque volte consecutive. Non so perchè decisi di farlo ad occhi chiusi e, naturalmente, arrivavo sempre fuori tempo. Quando la luce si accendeva io mi stavo ancora muovendo. Vidi Judith tapparsi gli occhi con la mano, disperata, e mi sentii morire. Alla fine delle prove andai a cercarla in camerino per chiedere scusa. Il suo sguardo era ancora più dolce del suo sorriso, quando prendendomi la mano disse: “Don’t worry sweety!” Il giorno dopo ero caricata a molla e la sua risata dalla prima fila mi dava ancora più forza per fare scenette al limite del ridicolo. Finite le prove venne a cercarmi in camerino per chiedere scusa. Questa era Judith, la guerriera che quando avevi bisogno ti faceva da mamma, invitandoti a cenare alla sua tavola, lasciandoti dormire in teatro se non avevi un posto dove andare (e quante volte abbiamo dormito in quel teatro pur avendocelo, un posto dove andare).

Nostalgia. Tanta nostalgia e un pò di tristezza si sono impossessate di me, oggi. Ma anche l’allegria di quei ricordi, la gioia di aver vissuto quelle esperienze e di aver condiviso un pezzettino di storia del teatro mondiale perchè Judith, con il Living Theatre, quella storia l’ha scritta.

Il cast di The Brig manifesta in giro per la città di NY

 

“To call into question
who we are to each other in the social environment of the theater,
to undo the knots
that lead to misery,
to spread ourselves
across the public’s table
like platters at a banquet,
to set ourselves in motion
like a vortex that pulls the
spectator into action,
to fire the body’s secret engines,
to pass through the prism
and come out a rainbow,
to insist that what happens in the jails matters,
to cry “Not in my name!”
at the hour of execution,
to move from the theater to the street and from the street to the
theater.
This is what The Living Theatre does today.
It is what it has always done.”

Judith Malina & Julian Beck

Torta di carote all’italiana

torta di carote

Gli uomini che fanno la spesa son tutti uguali.

Almeno, mio marito mi ricorda un sacco mio padre: entrambi vanno a fare la spesa e comprano cose senza senso e in quantitá industriale.
Oggi, per esempio, mi sono resa conto di avere almeno 3 kg. di carote in frigorifero… e che ci faccio io, con 3 kg. di carote?!
Improvviseró una torta! Ingredienti?
Farina: c’é.
Uova: ci sono.
Zucchero: c’é.
Carote: abbondano.
Mandorle: c’abbiamo anche quelle!
Vaniglia in stecca: molto meglio… ho la vanillina Paneangeli, io! Nascosta in una valigia di taaanto tempo fa con il lievito Bertolini, mica cazzi!

Mentre io gratto con la grattugia grande, lei gratta la sua carotina con la grattugia piccola, e si lamenta perché non ne esce molto, ma almeno mi aiuta, si diverte e facciamo qualcosa di utile e creativo insieme. Perché la ricetta é semplicissima (per scaricarla, clicca qui: TORTA DI CAROTE), ma noi la creativitá ce la mettiamo lo stesso ed alziamo ancora di piú il livello di “italianitá” della torta: giú una bella manciata di pinoli!
Confesso che avevo dubbi sul risultato finale, perché la frusta elettrica non ce l’ho e forza nelle braccia per montare a neve (a quanto pare) neanche. Quindi stavo lí, con le dita incrociate e la supplicavo: “Per favore tortina, non mi tradire. Mia figlia ci sta guardando, le ho promesso una bella torta da portare all’asilo domattina, non é che mi fai fare una figura di m…, vero?!”
Ed ecco allora che, improvvisamente, mi ricordo bene come ci si sente quanto un esperimento culinario va male.

Ero una bambina, non so esattamente di quanti anni, e decisi di preparare una torta per i miei.
In realtá da bambina mi piaceva un sacco intrugliare in cucina e sperimentavo soprattutto ricette di biscotti. Quella volta peró decisi di fare un dolce, semplice, tipo ciambellone forse, solo che…dimenticai di metterci il lievito!
Quando uscí dal forno era praticamente un pezzo di legno perché, aspettando che crescesse, continuavo a farlo rinsecchire lí dentro. Poi mi saró arresa e mi saró chiesta perché non fosse bello gonfio e soffice…
Fatto sta che i miei genitori ebbero il coraggio di assaggiarlo e dopo, invece di buttarlo via subito, lo lasciarono lí, nella teglia, coperto con uno strofinaccio che “magari piú tardi si mangia”.
Invece piú tardi arrivó l’elettricista. Non so cosa doveva sistemare, ma entró in cucina. Io stavo lí a fare… qualcosa e un “ciao” e “arrivederci” sarebbero stati conversazione sufficiente. Invece no! Mio padre, che lo accompaganava, decise di rendere omaggio ai miei sforzi casalinghi e, pieno d’orgoglio, sollevó lo strofinaccio che tappava “la cosa” dicendo:
“Mia figlia oggi ci ha preparato un dolce! … Vabbé, si é dimenticata il lievito, ma é buono lo stesso”.
Volevo morire e sprofondare negli abissi. probabilmente stavano ridendo di me e non si rendevano conto che avrebbero potuto intaccare il mio amor proprio per sempre.

Invece non intaccarono proprio niente, perché ancora oggi continuo a fare esperimenti e posso affermare con orgoglio che mi vengono meglio le cose improvvisate piuttosto che le ricette seguite alla lettera.
ricordare quel momento però, mi ha riportato indietro di tanti anni e mi ha fatto rivivere la situazione come fossi lí. Forse anche rivedere la donnina di Bertolini ha aiutato, o l’odore del dolce che riempie la casa. Alla fine mi son messa a ridere di me stessa da sola e poi ho pensato: perchè mai mi son vergognata, l’elettricista era un povero alcolizzato che non ricordava nemmeno la strada per tornare a casa, figuriamoci se avrebbe ricordato la mia torta!

Se solo l’avessi saputo 30 anni fa

 

Alice

Alice_in_Wonderland_by_DisneyGirl52 (1)

Era una notte di luna piena quando Alice decise di venire a (ri)conoscere questo mondo.

Quando la sentì bussare dall’interno, sua madre si rese conto che il momento stava arrivando e
come quando, da piccola, si alzava nel cuore della notte per andare ad infilarsi nel lettone dei suoi genitori, uscì dalla stanza in cui era cresciuta ed entrò in quella adiacente dicendo soltanto: “Dobbiamo andare all’ospedale”.

Aveva deciso che la sua primogenita sarebbe nata lì, in quella città che, nonostante tanti anni di vita all’estero, rimaneva sempre la “sua” città, quella in cui aveva vissuto circondata dalle persone più care: una famiglia “normale”, con un padre e una madre sposati ormai da più di trent’anni, un fratello permanentemente occupato in contratti “a progetto” e una carovana di zii e cugini che amavano ancora riunirsi tutti insieme, a Natale, nella grande casa dei nonni paterni, scomparsi dopo aver festeggiato le nozze d’oro.

Viaggiavano in macchina nel cuore della notte, padre alla guida, madre seduta di fianco con lo sguardo sempre fisso sulla strada e lei, la figlia, sul sedile posteriore abbracciata alla sua valigia. Proprio come quand’era ragazzina e si faceva accompagnare all’aeroporto, diretta verso qualche avventura che l’avrebbe fatta crescere ancora un po’, da sola ma sapendo di contare sempre con il loro appoggio.
Questa volta peró era diretta verso un’avventura davvero speciale. Stava per diventare madre e stava finalmente per cominciare a comprendere tante cose che fino ad allora non erano nient’altro che parole. Stava andando incontro ad un viaggio realmente unico e loro erano lì con lei, come sempre.

La prima notte le contrazioni erano sporadiche ed il dolore era solo un semplice fastidio, poi cominciarono a farsi sempre più forti, sempre piú vicine e, quando la dilatazione fu sufficiente, la portarono nella sala parto del “Misericordia e Dolce”, dove lei stessa era nata tanti anni prima.
Scese da sola in una di quelle stanze in cui le partorienti entrano invece a braccetto col compagno e sentì quando l’ostetrica (una di quelle ostetriche che ribadivano tanto l’importanza della nascita naturale e dell’unione dei tre membri della nuova famiglia appena nata) chiedeva ad un’altra, sottovoce:
– Ma il marito dov’é? –
– In Colombia. – Fu la risposta quasi sussurrata.

Qualche ora dopo, dato che il travaglio continuava ancora, la stessa gentilissima ostetrica le chiese se voleva far scendere qualcuno per farle compagnia, un membro della famiglia. Lei ripassò mentalmente le persone che la stavano aspettando fuori: sua madre sarebbe arrivata sicuramente in lacrime, cercando di spegnere l’ultimo cicchino sullo stipite della porta e talmente ansiosa che alla fine avrebbero dovuto occuparsi piú di lei che della creatura; suo padre, che ancora oggi raccontava com’era svenuto alla sua nascita, se mai ce l’avesse fatta a resistere, probabilmente
l’avrebbe presa a scappellotti nel tentativo di farle coraggio; e poi c’era suo suocero, venuto in rappresentanza della famiglia paterna ma che, per quanto piú tranquillo e rilassato, era pur sempre il suocero.
No, nessuno di loro era la persona indicata per assistere al parto, quindi rispose semplicemente:
– No, grazie. Va bene così. –

In realtà, quando aveva cominciato a pensare che forse suo marito non sarebbe arrivato in tempo per l’evento, si chiese chi avrebbe potuto sostituirlo in sala parto e la scelta era caduta immediatamente sulla seconda moglie di suo suocero che, a parte essere una cara amica, era anche ginecologa. Lei aveva accettato con gioia, ma dato che viveva in un paese del nord Europa, nemmeno lei fece in tempo ad arrivare per la nascita di quella quasi nipote.

Cosí, nove ore più tardi di quand’era entrata da sola, uscì tenendo in braccio quei tre chili e mezzo di felicità che mostrava orgogliosa dalla sua sedia a rotelle. Oltre ai nonni, che l’avevano attesa con ansia per tutto quel tempo, c’erano anche una zia arrivata a sorpresa e la bisnonna materna, sciolta in un mare di lacrime singhiozzanti.
Per i primi due giorni Alice fu circondata dall’amore e dagli sguardi curiosi di tutta la sua famiglia materna, allargata anche agli amici più cari. Poi, finalmente, arrivò anche il babbo che, appena atterrato all’aeroporto di Bologna, ripartì alla volta di Prato e non appena la vide, poté constatare che quella piccola creatura era la sua fotocopia esatta.

Alla tenera età di due mesi la bambina fece il suo primo volo in aereo, una transoceanica di 12 ore per andare a farsi conoscere anche dalla famiglia paterna, formata dalla nonna, tre zie, due cuginetti. Il resto della truppa erano solo nomi marchiati sull’albero genealogico a cui era difficile attribuire un volto, un ricordo, una carezza poi, inimmaginabile. E intanto lei era l’ennesima femmina in quel clan di progesterone in cui gli uomini, come per una legge nazionale non scritta ma inviolabile, sembravano essere (apparentemente) banditi dalle cure neonatali e la figura paterna si convertiva troppo spesso in poco più che un amico in visita durante le feste comandate.
Alice aveva anche un fratellastro, parola da molti considerata dispregiativa ed impiegata per descrivere il figlio che uno dei due genitori aveva avuto da una relazione con un’altra coppia.
Insomma, quella bambina era circondata da un sacco di persone unite fra loro da relazioni che risultavano estremamente complicate da descrivere a parole ma che, nei fatti, erano unite semplicemente da vincoli d’amore. Amori antichi, amori sbagliati, amori finiti, amori spesso nevrotici e malati, ma in fondo chi siamo noi per giudicare un amore?

Alice adesso ha tre anni, vive nella terra paterna, lontana da quell’ospedale in cui è nata e dalle persone che l’hanno tanto attesa per farla giocare, ridere, sentire importante; per riempirla di baci ed attenzioni.
Alice ormai ha imparato che non ha quattro nonni, come la maggior parte dei bambini, ma bensì cinque. Ha un fratello maggiore che, per quanto si vedano soltanto una volta al mese, non ha certo un valore diverso. Ha tre zie ed uno zio che sono figli dei suoi nonni “di sangue”, ed un altro che è figlio della sua nonna “di cuore”. Ha una famiglia “normale” che parla italiano ed una famiglia allargata che parla spagnolo. Ha un padre e una madre che la amano al di sopra di ogni
cosa e che le stanno insegnando come tutto, nella vita, sia relativo. Anche le parole, che spesso assumono un valore diverso a seconda del contesto in cui vengono inserite.

Alice fa parte di una famiglia strana: un grande gruppo di persone assolutamente diverse da loro, suddiviso in tanti piccoli gruppi omogenei che spesso si riuniscono per lei e grazie a lei.
Alice ha una famiglia decisamente più unica che rara.

Halloweeen, quando giocavo a fare la strega…

Ieri era Halloween.

Sinceramente, in questo giorno, piú che mostri e fantasmi, io festeggiavo il compleanno del mio amico Lapo… peró quando vivevo a NY era praticamente inevitabile non lasciarsi travolgere dal clima, fosse anche solo per tutto quello che vedevi per strada!
E allora un paio di volte ho vissuto anch’io “la notte delle streghe“: un anno mi sono vestita da luna e sono andata in giro per la cittá con gli amici, mentre un’altra volta mi sono lasciata convincere ed ho fatto qualcosa che non rifaró mai piú. Ho “giocato” a oui-ja. (Quell’oggettino che permette di comunicare con i defunti…)

Era l’epoca in cui vivevo con il Living Theatre e – letteralmente – ci vivevamo: nel sottoscala che era il nostro teatro, dormivano regolarmente (approssimativamente) 5/6 persone, sui materassi di scena (all’epoca avevamo in cartellone “The Brig“, di cui potete vedere un mio video qui) buttati in camerino, sul palco o incastrati nell’archivio.
L’archivio era la stanza che condividevo quando decidevo di fermarmi a dormire lí ma, in generale, era il rifugio per chi voleva fumare, meditare, fare sesso. E per chi decideva di fare stronzate come appunto la Wicca.
Era una notte speciale, la notte dell’incontro fra i due mondi, tutti pensavano soltanto ad ubriacarsi e divertirsi e il teatro sarebbe rimasto stranamente vuoto.
“Dobbiamo approfittare!” – Disse uno dei miei fedeli compagni dell’epoca. “Bravi. Have fun!” – Risposi semplicemente io.
“NO! Tu non puoi tirarti indietro. La nostra forza é l’unione, non sarebbe lo stesso senza di te.” – Ribatté l’altro.
Ed effettivamente noi 3 eravamo un caso, sempre insieme: come i 3 moschettieri; come il padre, il figlio e lo spirito santo; come le 3 Marie del panettone. Eravamo inseparabili.

Ci misero almeno un’ora per convincermi, poveretti. Peró alla fine vinsero loro: mi sedettero intorno al “tabellone di gioco”, rinchiusi in questa stanzina vari metri sotto l’asfalto di Clinton Street, senza finestre,  senza uscita d’emergenza e senza nessuno che passasse di lí per caso.
Non so quanto duró tutta la storia, le conversazioni che i due ebbero con amici defunti e quella che cercavo di avere io con mio nonno. Invece mi si presentó qualcuno che non era mio nonno, che non conoscevo e che non sapevo assolutamente cosa volesse da me.
Quando tutto divenne insopportabile, smontammo le tende e mi chiesi se mi facesse piú paura restare a dormire in quello strano luogo o incamminarmi nel buio della notte per le strade di Manhattan.
Alla fine Cop decise di rimanere lí da solo, mentre io e Jup ce ne andammo nella mia casetta.

Fu “una notte buia e tempestosa“, direi citando Snoopy: sogni allucinanti che lasciarono segni ed informazioni che non fu difficile rimettere insieme, il giorno dopo, grazie all’aiuto di internet.
Quelle due persone che si erano “presentate” nell’archivio la notte precedente risultarono essere i proprietari della fabbrica di scarpe (o erano tessuti?!) che almeno 50 anni prima sorgeva in quello stesso punto di Downtown…e in cui morirono un centinaio di persone rimaste intrappolate durante un incendio che distrusse l’intero block. La maggior parte erano donne. La maggior parte di quelle donne erano italiane emigrate in cerca di fortuna.
Non so se mi scioccó piú la storia o il come ne ero venuta a conoscenza, ma so che preferisco vedere Halloween come una massa di bambini mascherati che ti allungano la loro zucca di plastica e chiedono:

Trick or treat?”

Viaggi Sciamanici

Vivere – seppur dall’esterno – il “viaggio con lo sciamano” dei ragazzi che sono venuti da noi in Perú quest’estate, mi ha fatto ricordare il mio primo viaggio sciamanico.
Era il lontano 2007 quando partimmo alla volta del Messico con due guide davvero eccezionali: Cristobal Jodorowsky e Celso Bambi.

All’arrivo a Cittá del Messico ero emozionata come credo tutti i partecipanti del viaggio in Perú: quando mi sono presentata, all’uscita dall’aeroporto, cercavo di leggere nei loro occhi, nelle loro strette di mano e nelle domande che mi facevano per capire che cosa li avesse portati fin qui, che tipo di persone fossero e che cosa cercassero in quest’avventura.
Io ero arrivata da sola nel DF, ma sapevo che avrei incontrato compagni di viaggio e amici speciali, come infatti accadde!
Questo post é dedicato a loro. E a me. Quella me che non esisteva prima delle esperienze messicane, quella me che scoprii durante quelle settimane e quella me che ancora porto dentro nella me di adesso.

La prima persona che conobbi e quella con cui sono rimasta in piú stretto contatto fu la mia compagna di stanza: una madrileña tutto pepe che allora si chiamava Ana ed oggi si chiama Itzel.
Fu anche il primo abbraccio dopo il mio battesimo sulla cima della Piramide del Sol, “casualmente” proprio nel giorno del mio compleanno.
Con lei, dopo il Messico, ho condiviso la danzaterapia, tapas y cañas, il Reiki, lo stupendo film “Caotica Ana“, la meditazione Aum, le feste nelle cascine fuori Madrid e anche la gravidanza, dato che il suo “figlio misto” é nato pochi giorni dopo la mia bambina!

Le esperienze di quel viaggio sono state incredibili: i lavori energetici in luoghi fantastici, gli atti personali dopo letture di tarocchi, la riflessologia plantare del Maestro Ape ed il massage-bus (ribattezzato poi un giorno camera-a-gas-bus!); i balli scatenati, i bagni in piscina di notte, i pranzi in cui, se quella precisa persona si sedeva a quel tavolo, inevitabilmente si rovesciava un bicchiere; gli aku, lo studio dei sogni e dei segni che ogni giorno arrivavano a sconvolgerci, il tornado, il bagno nudi nel cenote di Chicken Itza, l’incontro con i Lacandones e la loro bevanda “purificante”; i rituali con i Maya che bevono cioccolato caldo e…sacrificano i passerotti.
Sarebbero infinite le storie da raccontare ed infiniti sono i ricordi che stanno riafforando poco a poco, anche grazie alle foto che sono andata a ricercare.

Ed é curioso come, rivedendo i volti di alcune persone che non ricordavo piú, ritrovi incredibili somiglianze con altre persone che ho poi incontrato nel mio cammino, tra cui naturalmente alcuni dei partecipanti al viaggio in Perú. Forse per questo mi son sentita particolarmente vicina a loro nonostante il poco tempo passato insieme, perché anche loro alla fine hanno viaggiato un pó in giro per il paese. Anche se i km che abbiamo macinato sulle ruote di quel bus sono infinitamemente di piú: da Ciudad de Mexico dritti a Tetitla, passando per il Mercado Magico de Sonora a Teotihuacan.


La Virgen de Guadalupe é giusto un attimo (quello che dura il tapis roulant su cui te la fanno vedere…) e poi via nelle meravigliose rovine di Palenque, dove si dormiva in bungalow circondati dall’odore di mango.
Scalare la cascata di Misol-ha e vedere il mondo dall’interno era qualcosa di eccezionale, cosí come il fatto di poter partecipare nei rituali Maya de La Cruz Parlante di Chockén o in quelli dei Lacandones in Guatemala.
E poi passare dagli insetti di Valladolid al magico mondo posticcio di Playa del Carmen: un inaspettato shock culturale!


Il viaggio sul catamarano nudista con immersione nell’oceano, le quesadillas mangiate per strada, le scalate ai monti, il Temaxcal di Coyote Viejo, la lettura delle uova di Don Miguel…sembrava un fessacchiotto, Don Miguel, e invece ne sapeva a pacchi.
Ricordi meravigliosi di un viaggio che ti cambia la vita.
Il primo della serie, certo, ma forse proprio per questo il piú importante.
E allora:

¡Que Viva Mexico!

La tata around the world

C’è un commento sull’ultimo post che chiede: “Come va con la tata?”
Ho deciso di rispondere scrivendo un altro articolo al riguardo e il fatto che in 3 giorni abbia postato per ben 2 volte, già la dice lunga no?!

Effettivamente il tempo sembra muoversi con una nuova lunghezza d’onda…nonostante io continui a stare in casa con loro (ma insomma, son solo 2 giorni, concedetemelo!) non solo riesco finalmente a portare a termine quello che inizio, ma mi sono anche concessa una bella sigaretta in santa pace! Le ho spedite a fare un giro ai giardini e mi sono regalata una pausa relax: cicca, sole a picco sulla faccia e poi luuunga doccia rilassante. Incredibile!
Inoltre la signora, naturalmente, non si limita a badare la piccina ma aiuta anche me: oggi mi ha spiegato come cucinare l’olluco secondo una ricetta tipica del Colca e poi mi ha pure lavato i piatti.

Non dovrei sorprendermi perchè so perfettamente che quando lavori IN una casa e stai a stretto contatto con la famiglia, è difficile evitare che il ruolo che ti avevano assegnato non sconfini in qualcosa d’altro, ma quando è successo è me era sempre stato “in meglio“…

Quando Matthew ed Elizabeth si addormentavano, il mio lavoro era finito: avrei dovuto salutare la mamma ed uscire su Central Park per andare a prendere la Metro; invece la signora, una bella emiliana sposata con un ebreo americano, mi chiedeva se potevo rimanere per…incollare le foto sull’album di famiglia! E naturalmente la paga valeva bene quel favore…
A casa di Emma invece – o meglio, nel suo attico in un Trump Tower – era ancora più assurdo perchè il guadagno extra veniva per:
guardare la tv insieme a sua mamma (la classica obesa americana presa direttamente da un documentario sui fast food);
scattarle foto per i biglietti d’auguri natalizi;
usare palestra e sauna del palazzo che, evidentemente, in quella famiglia nessuno aveva mai pestato nemmeno per sbaglio.
Questa era la vita di una nanny newyorkina, e invece la mia tata peruviana mi lava i piatti…oddio, mi sento una cacca!

Però insomma, alla fine proprio perfetta non è: oggi infatti le ho dovuto chiedere, per favore, di evitare quelle battute del tipo “Non andare là che se no viene il lupo e ti mangia”.
No, qui nessuno mangia nessun’altro e soprattutto non voglio che la mia bambina cresca terrorizzata dal buio, dai poveri lupi o chissà che altri mostri strani, nè tantomeno che ubbidisca solo per paura.
No, qui le cose si chiamano con il loro nome, e le persone anche: la nonna è “nonna“, non “mamma Maria” o Teresina o che so io, e idem il nonno. “Nonno“, non “papà Antonio” (anche perchè da noi sarebbe babbo) e se no tanti anni di lavoro con la psicogenealogia per cosa?!

*** Per combattere le paure dei bambini, leggete questo divertente articolo su: “mammafelice” ***

Ciaf Ciaf, “Bagnetto” time

Il bagnetto per noi non è mai stato un problema, anzi è un momento di grande piacere e divertimento.

Certo, ricordo ancora il primo bagno, quando chiesi al babbo di farlo per me perchè mi sentivo così agitata…avevo paura di non essere capace, di farle male o che mi scivolasse dalle mani. Quella volta stavo soltanto a guardare, tremando quando la mia bambina cominciò a gridare come un’ossessa e soffrendo perchè non sapevo bene cosa stava succedendo.
Il secondo bagno fu più o meno la stessa storia: grida, pianti e quel corpicino che si divincolava, mentre io non vedevo l’ora che fosse tutto finito! Pensavo che sarebbe stata una tragedia: se ogni  volta doveva essere la stessa storia, non ce l’avrei mai fatta.
In realtà non c’era nessun rischio: usavamo una di quelle vaschette di plastica anatomiche che si incastrano nel fasciatoio, quindi all’altezza giusta per muoversi senza problemi e con un piano d’appoggio su cui si trovavano i milioni di bagnocreme, saponi, profumi e accessori perfettamente inutili che ci avevano regalato alla nascita.
(Neo mamme credetemi: almeno metà di questi acquisti sono soldi buttati!) 

Io però mi preoccupavo, allora pensammo ad uno stratagemma: mi sarei infilata nella mia amata vasca da bagno e l’avrai lavata lì dentro. Stando fra le mie braccia forse di sarebbe sentita più sicura. E difatti funzionò: smise di piangere e cominciò a conoscere l’acqua poco a poco, fino a farci amicizia e divertirsi.
Le prime volte lo facevamo lo stesso in due perchè, al momento si uscire dalla vasca avevo paura di scivolare e cadere con lei, così quando il babbo ripartì e rimanemmo sole, chiamavo mia nonna perchè venisse a tirarla fuori e la avvolgesse nel suo accappatoio, uno di quegli asciugamani con un angolo ripiegato a mò di cappuccio. Ma presto le cose diventarono molto più semplici e naturali e il bagno diventò un momento atteso quasi con impazienza.

E così oggi mi posso permettere di lavarla in una semplice, enorme bacinella, in cui ogni volta tenta di ficcarsi ancora vestita, non appena vede l’acqua. Qui abbiamo la fortuna di un sole estivo praticamente ogni giorno, che filtra dalla finestra e riscalda naturalmente. Così la lascio sempre a sguazzare un pò, prima di passare al “lavaggio” vero e proprio e non uso nessuno di quei “giochini da bagno” che venivano nella scatola dei regali perchè se no…non riuscirei più a tirarla fuori!
Inoltre adesso, c’è una nuova fase ancora più bella: il massaggio dopo il bagnetto!
Una volta asciutta per bene, la stendo e la cospargo con un olio alle mandorle per bambini , massaggiando tutto il corpicino e concentrandomi soprattutto sui piedini: una sana sessione di riflessologia plantare su un bambino dura solo pochi minuti ed è davvero benifica, non soltanto per loro ma anche per noi, che rafforziamo così la relazione e ci sentiamo davvero meglio per riuscire a prenderci cura totalmente dei nostri bambini anche con quelle pratiche che ci piacciono tanto!

Bienvenido Mattias!

E’ arrivato Mattias!

Il nostro “cuginetto” colombiano made in Italy ha bussato alla porta preciso come un orologio svizzero. Quando è scattata la data cerchiata in rosso sul calendario ha cominciato a scalciare, ma poi ha deciso che doveva far contenta la bisnonna e aspettare la luna piena, quindi se l’è presa più calma e ha lasciato tutti ancora un pò in attesa prima della grande uscita!
Vivere quest’evento mi ha fatto ricordare la nascita della mia pargola

Le prime avvisaglie non sembravano preoccupanti e poi il babbo non era ancora arrivato, quindi cercavo di convincermi che non fosse ancora il momento. Poi però ci fu una piccola perdita sospetta che mi spinse ad andare in ospedale, “solo per un controllo” – dicevo io.
“Prendi la borsa” – diceva mia mamma.
“Non importa, tanto mi rimanderanno…” – continuavo ad autoconvincermi.
Quando però dal finestrino della macchina mi si parò davanti la Luna, così piena come non l’avevo mai vista, allora nelle mie orecchie risuonò l’avvertimento della terza nonna “Secondo me nascerà con la luna…” e nella mia testa cominciò ad infiltrarsi il tarlo del dubbio…
Erano le 2 di mattina quando mio padre entrò di corsa al pronto soccorso, agitato come se dovesse partorire lui. Alle 3 mi confermarono che non sarei tornata a casa e che avevamo 48 ore per vedere se fossero arrivate le contrazioni prima di passare all’induzione. Le stesse 48 ore prima che l’aereo del babbo spiccasse il volo.

Per un attimo ci sperammo ancora.
“Ce la fai a tenerla?” mi chiese dall’altro capo del telefono. Ma poi la natura prese il sopravvento e fu evidente che in sala parto ci sarei entrata da sola.
Dopo un giorno intero di contrazioni e dilatazione regolari, mi avviai verso la sala piegata in due, convinta che mi avrebbero ficcato in una bella vasca d’acqua calduccina… “Non vale la pena, siamo già a 7 cm. Fra poche ore sarà tutto finito.” Disse l’ostetrica. Feci buon viso a cattiva sorte e mi consolai pensando che ormai mancava poco…
Col cavolo! Ci vollero 7 ore, lo schiacciamento e la ventosa prima di vedere la sua testina piena di capelli poggiata sulla mia pancia ed i suoi occhioni che mi guardavano fissa.
“I bimbi che nascono ad occhi aperti vengono da un altro pianeta”, mi disse il nonno quando finalmente potè prenderla in braccio ed io raccontai l’epopea che li aveva tenuti col fiato sospeso per tutto quel tempo. Si, perchè mio padre, appena seppe che stavamo andando, non solo caricò mia madre in macchina di volata, ma avvisò anche il suo consuocero, che stava aspettando in casa di una nostra cara amica, Marilisa.
Così arrivò la nostra amata, circondata da tutti questi nonni ed un paio di zii, mentre il babbo poteva solo immaginarla, ancora lontano miglia e miglia.
Sicuramente si sarebbe emozionato, lo so, ma non penso sarebbe mai arrivato ai livelli del papito di Mattias che, durante il racconto, mi diceva: “Abbiamo chiesto il cesareo perchè non ce la FACEVAMO più, ERAVAMO stanchi, non AVEVAMO dormito…” Eheh! Mi ha fatto ridere immaginare questo parto doppio, e ora gli dico solo una cosa:

“Attento Juancho che se ti immedesimi troppo fra un pò ti viene il latte!” 🙂

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