Stare male in Sudamerica, non puoi permettertelo. In tutti i sensi.

I fatti:
E’ sabato, da ieri la nostra bambina sta male, la febbre non scende, il cellulare della pediatra (privata) è spento. Chiamiamo tre amici, ci facciamo dare il numero dei loro pediatri (privati): tutti spenti. Evidentemente i medici fanno il fine settimana lungo.
Attimi di panico… c’è un’unica soluzione: ospedale. E lì il dubbio: pubblico o privato?
Noi per fortuna abbiamo l’assistenza sanitaria, ma il pubblico… ci fidiamo? E’ nostra figlia oh, mica cazzi. Mettiamo in tasca la carta di credito e andiamo verso una delle migliori cliniche private della città, anche se ci vuole mezz’ora di macchina (e per fortuna non siamo a Lima!) e si sta già facendo tardi.

Arriviamo diretti alla visita (naturalmente non c’è coda), la stendiamo sul lettino impappato dei batteri di tutte le persone che si sono stese prima di noi perchè qui, ovviamente, non usa metterci  su la carta (nemmeno dal ginecologo l’avevo trovata!!) e non ho neppure il tempo di tirare fuori le analisi per mostrargliele che comincia a gridare:
“Appendicite! Dobbiamo operare! Subito! Potrebbe essere già peritonite, chiamate il chirurgo!
Ma voi avete idea dell’effetto che può avere una sentenza del genere sul cervello già annebbiato di una madre preoccupata perchè non sa che fare, con il cuore fra i denti e il culo stretto?
Quel dannato camice bianco, volenti o nolenti, ti fa sentire sempre un po` inferiore e nonostante la logica ti dica che quell’uomo non sa cosa sta dicendo, e che non l’ha nemmeno visitata prima di parlare, per un attimo comunque il dubbio (e il panico) ti invadono.

Mentre piango e dico “no”, stanno già chiamando il chirurgo. Che per fortuna si è allontanato un attimo. Giusto quell’attimo che ci permette di respirare, tornare in noi e scappare dalla rinomata clinica in cerca di una seconda opinione.
Dove andiamo? Senti, andiamo fra le persone normali, all’ospedale pubblico; dove le operazioni sono meno frequenti, probabilmente perchè non si pagano.
Confesso che appena sono entrata mi sono sentita come nell’inferno di Dante
Una coda di donne in pigiama o pollera  (la tipica gonna delle Ande n.d.a.) che tenevano in braccio gomitoli di lana da cui spuntavano un piedino o una mano mentre loro, con le teste coperte dai più svariati cappelli, li guardavano sgocciolandoci sopra il sudore della fronte o del naso.  Ho sentito un brivido e il desidero di scappare ed ho approfittato del fatto che le pochissime sedie fuori dalla porta fossero occupate per uscire con la mia bambina a prendere una boccata d’aria.

Quando è arrivato il nostro turno, siamo entrate insieme ad altre 2 mamme (“Entra solo la madre” – dichiaravano categorici i medici ad ogni nuovo appello), l’ho stesa sullo stesso lettino senza carta ed è iniziata la visita. Il dottore era una scheggia, domande e risposte fulminee mentre palpava, misurava, auscultava. Ha guardato le analisi che avevo portato (!), le ha dato qualcosa per abbassare la febbre (facendomi controllare personalmente che la confezione fosse ancora chiusa e non scaduta), ci ha mandato subito a fare un’altra analisi delle urine ed ha scartato l’ipotesi dell’appendicite.
Siamo uscite per andare a prendere il contenitore… avete presente quelle fialette di vetro con il tappo di gomma? Ecco, lì dentro doveva riuscire a fare canestro, dico, pipì… in un bagno dalle condizioni igieniche che non sto a dire e senza luce. Babbo è stato ad illuminarci con il suo cellulare mentre lei ha dovuto finalmente mettere in pratica la tecnica della pipì in piedi su tazza.

Circa 4 ore (e un’altra fiala di pipì) dopo, alle 2 di mattina, per fortuna siamo potuti tornare a casa, a differenza di quasi tutti i nostri piccoli compagni di sventura che invece sono rimasti in osservazione. Anche il figlio della mia vicina di sedia che, giusto per tirarmi su il morale, ad un certo punto mi fa: “Ha la febbre? La mia sorellina è morta per la febbre. Le è venuto un arresto respiratorio.” Ecco…
Adesso siamo alle prese con punture (che non aveva mai visto in vita sua, dato che noi dalle medicine cerchiamo di starci il più lontano possibile), e supposte dal modico costo di 45 soles (circa 13 euro) l’una; la pediatra sta “supervisionando” e posso decisamente dire che, nonostante tutto, ovviamente sono rimasta più soddisfatta del trattamento “da poveracci” che di quello da “nuovi ricchi”; però mi resta sempre un cruccio…

ammalarsi nel Terzo Mondo è un bel casino!

 

 

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