La gioia per un bambino che muove i primi passi da solo si unisce alla preoccupazione che possa cadere e farsi male (inevitabile, ormai l’ho imparato anche se non mi ci sono ancora abituata…) e quando questo succede (!) tutto quello che può alleviare il dolore è benvenuto.
Anche quando si tratta di pratiche “strane”.

Quando Ginevra è caduta dritta con la faccia su una sedia della cucina, nonostante fossi a pochi centimetri di distanza e non sia riuscita a “salvarla” in tempo, il suo grido ha nascosto il mio. L’ho tirata su ed ho visto il suo occhio diventato immediatamente nero. Sono corsa al lavandino, l’ho bagnata e in un attimo ero già con il ghiaccio spiaccicato sul suo faccino. Lei naturalmente continuava a piangere e io ho dovuto nascondere la paura e il dolore per cercare di tranquillizzarla. Il livido si è riassorbito tanto rapidamente com’era apparso, ma una linea rosso scuro sotto la palpebra è rimasta.

Quando è arrivato il babbo, ha trovato la piccina ormai tranquilla ma con la paura addosso: sobbalzava per ogni nonnulla, e la mamma (alias me) tremante, un pò per la rabbia di non aver potuto fare nulla, un pò per il dolore di vedere quel segno sulla sua pelle candida e un pò per lo spavento che anch’io mi ero presa.                                         
“Ora mi toccherà chiamarvi tutte e due” – ha detto. E io sapevo a cosa si riferiva: è una pratica ancestrale che si usa qui per eliminare “il susto” (la paura).
Anche nella nostra cultura esistono queste tradizioni: ricordo che quand’ero bambina un’amichetta fu accompagnata da una vecchia signora del vicinato che, si diceva, “curasse” il malocchio e appunto, la paura. Le fece un lavaggio particolare di gambe e piedi con non so che erba, mormorando frasi incomprensibili.
La tradizione andina, invece, dice che dopo un forte spavento l’anima si allontana dalla persona e questa si sente “persa”. Quindi bisogna richiamarla, riportarla vicino al corpo del soggetto in questione mentre questo dorme, attirata da un suo capo d’abbigliamento usato che poi verrà lasciato tutta la notte sul cuscino, vicino alla testa del “chiamato”. L’operazione va fatta preferibilmente in ore precise (mezzanotte, tre o sei di mattina) e ripetuta per 3 notti consecutive.

Questa pratica è nota anche ai conoscitori dello sciamanesimo, che la usano appunto dopo un grande spavento e, un pò rivista, la definiscono “il richiamo dell’anima”.                                               
Ricordo che un amico, appena arrivato in Perù, fu sequestrato da un tassista che, accompagnato dalla sua banda, gli rubó tutti i bagagli e lo abbandonó in luogo lontano dalla città. Una volta ripreso, fatta la denuncia eccetera, quest’amico andò subito alla “ricerca” della sua anima, ripercorrendo tutti i posti in cui i malviventi lo avevano portato quella notte, per superare il colpo, per dimenticare e poter continuare il viaggio con la stessa tranquillità con cui lo aveva iniziato.
Qualunque sia il viaggio, qualunque colpo subito, qualunque inciampo nel cammino, bisogna andare avanti senza paura.

Magari è questa la lezione che dovevamo imparare dal piccolo incidente, sia io che la mia piccina…

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