Quasi due mesi ormai che siamo in Italia. Rientrati in pianta stabile, quindi con mille cose in testa e per le mani da molto più tempo. Il tempo in cui ho abbandonato il blog, pensando ogni volta al nuovo post da scrivere ma che alla fine rimaneva solo un’idea nella lista:

  • Perchè abbiamo deciso di tornare in Italia
  • Le difficoltà di impaccare 10 anni di vita in poche valigie
  • Lasciare gli affetti che ormai erano diventati la nuova famiglia
  • Le difficoltà burocratiche per ottenere la mia cittadinanza in tempo (da mettere in relazione adesso con le difficoltà burocratiche per ottenere i documenti di mio marito)
  • Il delirio provocato da un errore (orrore) Iberia che ci ha fatto ritardare il volo di 6 giorni durante i quali non sapevamo se si partiva o no…

E poi il rientro:

  • Le difficoltà di ripartire assolutamente da zero, vivendo ospite dei genitori a 40 anni e con tutta la famiglia a rimorchio
  • La magia di trovare un lavoro meraviglioso e sicuro subito dopo l’arrivo, quando tutti dicevano che sarebbe stato impossibile
  • L’inizio della scuola per mia famiglia, entrata direttamente (e brillantemente, lasciatemelo dire!) in seconda elementare, coronando i nostri sforzi di educazione parentale temporanea
  • La goduria dei sapori italiani, le sagre, il mare sul finire dell’estate e l’arrivo dell’autunno

Ma soprattutto il recupero degli affetti: i vecchi amici che, anche se tu non ci sei mai, restano e ci sono sempre; i parenti lontani che sembrano invece improvvisamente così vicini e ovviamente la famiglia, una delle principali ragioni del rientro.
Quei vecchi brontoloni e rompiballe da cui sei scappata volentieri tante volte e di cui poco dopo sentivi la mancanza. I loro discorsi da bar, l’ossessione della tele di cui ti eri ormai liberata da decenni, i soliti meccanismi ed una routine che sembra sempre identica secolo dopo secolo, così noiosa… eppure così rassicurante.

Si, perchè ho scoperto che in fondo è rassicurante ritrovare qualche costante nel costante cambio. Anche le cose più banali, che sembrano sempre identiche nonostante gli occhi che le osservano siano sempre diversi, come l’odore di legno vecchio nella casa della nonna; la pasta messa in tavola al tocco in punto; la musica dalla terrazza del Circolo Arci che rallegra le calde notti estive con le finestre aperte; la stanza del camino in cui il povero camino fuma ormai solo una volta ogni mille; la soffitta stracarica di cose inutili ammonticchiate ad ogni nuovo rientro e prima di una nuova partenza; il tragitto casa/bottega, bottega/casa; la libreria impolverata, la collezione di bambolegli album di foto scolorite, la trapunta incartata nel cellophane, l’uccello che mi sveglia ogni mattina fin da quando ero ragazzina e mi porta a chiedermi:
ma quanti anni può vivere una tortora?

E quanti anni può vivere un ricordo?!

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