Natale ed io abbiamo sempre avuto una relazione particolare.

Al di là dei tanti significati che si possano o meno attribuire alla Santa Festa per eccellenza, per me Natale è sempre stato il clima che si respirava in quel certo periodo dell’anno, quando il cibo diventa ancora più buono forse solo perchè si condivide in tavolate enormi piene di gente che ha voglia di stare insieme e fare festa. Quando le lampadine che colorano le strade e trasformano le facciate brillano di una luce più bella, che riscalda le sere spazzate dall’aria gelida. Quando la lista dei regali ti fa ripensare a chi sono le persone veramente importanti ed i pensierini che donerai son fatti con cuore e mani più che col portafogli. Quando le famiglie si riuniscono un pò per obbligo un pò per desiderio profondo, mentre gli amici lo fanno solo per il piacere puro di avere un’altra scusa per passare una serata tutti insieme.

Io e Natale ci siamo sempre amati tanto.
Però indubbiamente lui è sempre stato il più maturo della coppia: mi ha rispettato quando l’ho volontariamente usato, mi ha compreso quando ho detto che non l’amavo più e mi ha aspettato fino a quando non fossi stata pronta per fare la pace.
Quando decisi di trasferirmi a New York scelsi appositamente una data vicina a Natale per la partenza. Mi sembrava importante che il passaggio (un taglio netto verso un nuovo inizio) avvenisse in un momento speciale, per me, e lui si prestò al mio capriccio senza obiettare,  regalandomi il momento più solitario nella città più affollata.
Ricordo ancora la colazione a base di pancake surgelati di Aunt Jemima nella nuova casa di legno sul confine del New Jersey in cui ero rimasta sola, perchè tutti i coinquilini erano tornati a festeggiare nella propria patria. E poi le strade praticamente deserte della Big Apple, illuminata e rivestita a festa come non mai, splendida splendente, immersa in un silenzio irreale.
A quel tempo, Natale ed io, eravamo ancora una bella coppia e quei giorni sono stati fantastici.

Poi però cambiai destinazione: lo incontravo in un altro emisfero e cominciai a non riconoscerlo più. Il suo manto freddo costellato di lucine brillanti si era trasformato in un costume da bagno e poche palline decorative appese ad un albero fatto solo di spine. Il suo sapore di tortellini e lasagne e affettati e pandoro si era trasformato nel gusto insipido di un tacchino spelacchiato e un panettone che non è più “dolce delle feste” ma colazione di tutto l’anno. La sua allegria di voci che ridono sguaiatamente e parlano forte accavallandosi l’una sull’altra si era trasformata in poche frasi di cortesia, di quelle che servono più per evitare i silenzi imbarazzanti che per dirsi veramente qualcosa. Fu a quel punto che decisi di rompere con lui. La nostra relazione era cambiata drasticamente, non riuscivo più a godere dei momenti trascorsi insieme e mi sembrava avesse perso la sua essenza. Arrivai addirittura a dirgli che lo odiavo, però continuavo a fingere, “per mia figlia” dicevo, per lasciarla libera di decidere se a lei sarebbe piaciuto o meno senza influenzarla; ma forse lo facevo anche per me, per cercare di mantenere comunque sempre viva quella fiamma accesa tante decadi prima.

Fortunatamente mi sbagliavo, fortunatamente la sua essenza era sempre lì, anche quando io non riuscivo più a vederla, pronta a risvegliarsi nel momento più opportuno.
Quest’anno, dopo un trasferimento intercontinentale di massa, ancora in piena fase di assestamento, ho avuto la possibilità di rincontrare Natale nella stessa casa in cui ci eravamo conosciuti ed amati per la prima volta; siamo tornati a mangiare “il solito” nello stesso ristorante di sempre, circondati dalle stesse facce che nel frattempo si sono moltiplicate, così come gli schiamazzi e le risate; abbiamo fatto pace e ci siamo ripromessi amore, di nuovo.

La notte del 24 ho chiesto a mia figlia di indossare il pigiama nuovo, perchè così sarebbe stata ancora piu’ bella nelle foto ricordo sotto l’albero, proprio come la me bambina, immortalata nella mia camicia da notte di raso bianco con in mano la bambola Poldina appena scartata. Poi, quando si è addormentata, abbiamo messo i regali sotto l’albero, come i miei genitori facevano per noi, pronti per la sorpresa del 25… E dopo tutti a tavola con la famiglia materna, dove la nonna stavolta è stata ospite, perchè le sue condizioni fisiche – di gran lunga migliorate – non le permettono più di fare la executive chef ma sì di accompagnarci ancora!
Finito il caffè arrivano le visite: qualche vicino, un paio di cugini, ed è già l’ora di ripartire, diretti verso la tavola della famiglia paterna, quella più grande, chiassosa, golosa, divertente. Anche qui l’assenza di eredi esperti dell’antica tradizione pugliese hanno fatto scomparire dal nostro banchetto i piatti tipici ricoperti di miele, ma il loro ricordo continua ad impregnare l’aria come l’odore del fritto sui vestiti, riempie la pancia e fa bene all’anima.
E con questo senso di pace fatta, è più dolce anche la notte del 25…

E finalmente posso dire: bentornato Natale!

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